I Celti: vivere con la Natura nella Natura

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Dopo aver affrontato il tema della regalità e quello della guerra, è arrivato ora il momento di parlare di un’altra tematica fortemente presente nella mentalità celtica e più in generale in ogni aspetto della loro cultura, religione compresa: il rapporto tra Uomo e Natura.

Un argomento oggi assai inflazionato e, come abbiamo visto precedentemente, spesso strumentalizzato nella società contemporanea che, pur con modalità discutibili e spesso superficiali, sembra tuttavia in fondo solo cercare con fatica di riscoprire il ricordo sopito di questo perduto legame ancestrale. Un legame che ai tempi della società celtica era invece ancora vivo, forte e concretamente presente: per i Celti era chiaro che l’essere umano si colloca “all’interno” della Natura, le appartiene ed è parte di essa, ed era altrettanto chiaro che alla Natura si deve rispetto e il giusto timore reverenziale. La Natura, infatti, riveste un duplice aspetto: può essere madre, grazie alle piogge che bagnano i campi permettendo la crescita delle messi, e può essere matrigna (per dirla alla Leopardi) ovvero una forza oscura e devastante, ad esempio quando si scatenano tempeste e bufere. Una dualità, questa, che è ben rappresentata dal Dagda, il Dio della folgore: protettore e guerriero, dà la Vita e dà la Morte.

 

La Vita dei Celti è regolata dai cicli della Natura stessa: la Ruota dell’Anno (calendario delle festività celtiche) rappresenta il susseguirsi naturale delle stagioni, e più precisamente segue il ciclo del Sole. Le due feste principali coincidono appunto con l’arrivo delle due stagioni principali, Inverno ed Estate, ed entrambe sopravvivono ancora nel nostro calendario, anche se rielaborate.

Il Capodanno celtico cade nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre: è Samhain, la notte in cui il confine tra il mondo fisico e quello degli spiriti si assottiglia. Samhain è passaggio, soglia, conclusione e inizio. Segna il tempo dell'ultimo raccolto, degli ultimi frutti, è l’inizio dell’inverno, del ricovero del bestiame, del periodo del riposo. Questa festa nel corso dei secoli è stata pian piano rielaborata e si è infine trasformata in Halloween, che ha conservato poco o nulla del significato originale della celebrazione e che certamente ha perso ogni tipo di sacralità.

L’altra festa, che segna per i Celti l’inizio dell’estate e del periodo più luminoso dell’anno, è Beltane. Celebrata tra la fine di aprile e l’inizio di maggio, Beltane annuncia il ritorno del calore e il risveglio della Natura. È la festa della fertilità, della purificazione e del fuoco. Beltane infatti significa letteralmente “fuoco di Bel”: è la celebrazione del dio Bel o Belanu, il dio luminoso, associato alla luce solare e alla rinascita. Divinità protoceltica, probabilmente importata dagli stessi protocelti nella loro migrazione verso l’Europa, Belanu è stato spesso accostato al dio Apollo della tradizione greca, con il quale condivide però le sole caratteristiche di “divinità solare”. Sua compagna è la Dea del fuoco Belisama, cui è consacrato il biancospino.

 

Si parla spesso di divinità protoceltiche, poiché il popolo celtico non solo ha elaborato tutta una sua teologia, ma ha anche integrato molte credenze più arcaiche dei propri antenati. Accanto ad un pantheon strutturato e articolato, con numerosi punti in comune con altre popolazioni di origine indoeuropea, permane infatti una forte impronta di animismo, conservata ed ereditata quasi sicuramente dagli albori preistorici di questo popolo: i Celti restano fermamente convinti della presenza in ogni essere vivente – pianta o animale – di una componente spirituale, estremamente legata alle loro credenze riguardo la vita oltre la morte (argomento su cui ritorneremo in futuro).

Come tutte le popolazioni la cui religione ha una struttura fortemente animista, vi si trovano anche simboli e divinità di tipo totemico: è il caso di Cernunnos, divinizzazione dello spirito degli animali maschi dotati di corna, soprattutto i cervi, simbolo anche di regalità presso i Celti. Tracce del suo culto di trovano in Gallia, in Gallia Cisalpina (l'odierna Italia settentrionale, la più antica rappresentazione del Dio rinvenuta finora in Europa si trova in forma di incisione rupestre in Val Camonica) e sulla costa meridionale della Britannia, e la sua figura si può far risalire addirittura a un Dio degli animali venerato nella valle dell’Indo attorno al 3.000 a.C, anch'esso dotato di corna e in generale con un'iconografia estremamente simile. Questo dio ha precorso Shiva, l’importantissima divinità Indù, che da lui ha ereditato il titolo di “signore del bestiame”, e come per il caso di Belanu l'origine indoeuropea dei Celti fa ipotizzare che questo culto ancestrale sia giunto assieme al popolo dalla valle dell'Indo, trasformandosi poi nella figura adorata dalle tribù protoceltiche e celtiche.

Cernunnos spesso viene legato a doppio filo ai druidi, in quanto si narra che questi sacerdoti possedessero il potere della metamorfosi e che fosse proprio il Dio cornuto, signore degli animali, colui al quale si rivolgevano per ottenere questa capacità. Volendo dare una piccola nota di folklore moderno, è curioso notare come nel mondo del fantasy il druido venga comunemente raffigurato come un essere dall’aura e tratti quasi animaleschi e spesso adornato di vere e proprie corna sul capo o con capelli fluenti in cui spiccano rami intrecciati a mo’ di corna: una rappresentazione che richiama appunto l’iconografia di Cernunnos, come visibile, ad esempio, sul calderone di Gundestrup, manufatto di splendida foggia rinvenuto in Danimarca.

La figura di Cernunnos è rimasta anche nel folklore lombardo, anche se rielaborata: esiste infatti la figura dell’uomo selvatico, “l’omm selvadegh”, molto presente nella cultura delle zone più settentrionali e montane della Lombardia. Si tratta di un uomo con la testa di fattezze caprine (dotato quindi di corna) coperto di pelliccia e che dimora nelle foreste, cui è fortemente legato. Curiosamente, si aggirerebbe per i boschi alpini portando con sé una clava, arma che abbiamo già incontrato parlando di Celti. Detentore di antichi saperi, avrebbe insegnato molto agli umani, soprattutto una serie di arti che sono poi quelle tradizionalmente contadine, come la produzione di burro e formaggio o la conservazione di paglia e fieno, necessarie e tramandate in comunità rurali come quelle montane che fanno del lavoro nei campi il centro della propria vita, esattamente come accadeva presso le tribù celtiche.

 

Il rapporto con la Natura, e di conseguenza con gli Dèi, non si limitava alla sfera di pura ed istintiva sopravvivenza, quella del clima, della caccia e dell'agricoltura, ma permeava anche aspetti più complessi. Il mito ci riporta infatti storie dove le divinità, manifestandosi attraverso la Natura, indicano all'Uomo dove e come agire anche rispetto alla decisione di trovare un luogo in cui stanziarsi. La più celebre riguarda proprio Belisama e il biancospino, di cui parlavamo prima, i quali sono strettamente legati al mito fondativo della più importante città celtica nel nord Italia: Milano. Narra infatti la leggenda, che il condottiero celtico Belloveso della tribù dei Biturgi varcò le Alpi tra il VII sec e il VI sec. a.C. in cerca di nuove terre ove stanziarsi e dopo aver sconfitto nei pressi del Ticino gli Etruschi, popolo dominante nella zona, decise di unirsi agli Insubri, tribù celtica che abitava la parte occidentale dell’odierna Lombardia. Gli Insubri gli concessero un territorio più a sud, dove potersi stabilire e fondare un nuovo insediamento: Belloveso consultò quindi gli oracoli per conoscere con precisione il luogo dove sarebbero state gettate le fondamenta. Il responso fu che avrebbe dovuto fermarsi quando avesse trovato una scrofa semilanuta, ovvero una femmina di cinghiale, animale sacro per i Celti e raffigurato sullo stesso scudo del condottiero, con il pelo molto lungo e folto sulla parte anteriore del corpo. L'animale venne avvistato pascolare sotto una pianta di biancospino, come dicevamo sacro a Belisama, perciò Belloveso decise di fondare non solo il suo villaggio ma anche un grande santuario consacrato alla Dea. Questo è il mito, giunto fino a noi in quanto è stato riportato dallo storico romano Tito Livio, e poi ripreso in età medioevale dal poeta milanese Bovesin de la Riva. Se, dunque, da un lato è ipotizzabile che il toponimo Mediolanum, utilizzato dai romani per chiamare la città dopo la sua conquista, derivi proprio da questo mito (medio-lanum = semilanuta), dall’altro è anche possibile che il toponimo celtico, Medhelan, sia riconducibile proprio alla presenza di un importante santuario: la traduzione di questo nome, infatti, sarebbe “santuario centrale” (medhe = “di mezzo”, inteso appunto come “centrale”; lanon = “santuario”).

Il santuario di Belisama più probabilmente le era dedicato poiché la Dea, oltre che del fuoco, era anche signora dei fiumi, dei ruscelli e soprattutto delle fonti, di cui l'area di Milano è ancora oggi ricca, essendo attraversata dalla cosiddetta “linea dei fontanili”. Questo santuario fu poi consacrato a Minerva, Dea romana identificata con Belisama, e col tempo sarebbe diventato una delle cattedrali gotiche più eleganti d’Europa: il Duomo, non a caso dedicato ad un'altra figura femminile, ovvero la Madonna.

 

Più prosaicamente, si può affermare che i Celti (come tutte le antiche popolazioni) sceglievano con cura i luoghi in cui insediarsi rispetto all'ambiente circostante, ovvero dove la Natura avrebbe permesso loro di prosperare, vuoi per l'abbondanza d'acqua, vuoi per la fertilità della terra, vuoi per l'assenza o la presenza di ostacoli naturali che potevano favorire il commercio o la difesa. L'apparizione della scrofa può essere letta come una metafora mitica del riconoscimento da parte dell'Uomo della bontà del luogo per fondarvi un insediamento, che non deve dimenticare di ringraziare la Natura, e quindi gli Dèi, per il dono di una zona accogliente.

 

Potremmo parlare ancora a lungo della religione dell’antico popolo dei Celti, il primo d’Europa, la Radice più antica. Per brevità ci fermiamo qui, per ora, avendo affrontato quelli che sono i temi principali delle religioni antiche legate alla Tradizione: la regalità, la guerra, la protezione e il rapporto con la Natura.

Abbiamo visto quante siano le somiglianze, le corrispondenze, le affinità tra la religione dei Celti e altre religioni delle popolazioni indoeuropee, anche solo analizzando poche figure, a testimonianza di come le Radici dell’Europa siano comuni e identificabili. E solo conoscendole potremo tornare ad essere veramente Europei.