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Il Toro, simbolo di Civiltà e di Fertilità

Dopo l’energia dirompente della simbologia arietina, proseguiamo il nostro percorso solare affrontando la seconda tappa di questo viaggio.

Dopo essere passato in Ariete, il Sole entra nel segno del Toro, un’ energia particolare che  si caratterizza per avere una forte coerenza simbolica riscontrabile nella grande presenza in simboli, mitologie e atti fondativi delle civiltà.

Un esempio che ci tocca da vicino, è l’origine del nome stesso Italia:  deriva dal vocabolo Italói, termine con il quale i greci designavano i Vituli (o Viteli), una popolazione che abitava in calabria i quali adoravano il simulacro di un vitello.

Dotato di una ricchissima componente stellare, la costellazione ha interessato sin dall’alba dei tempi l’uomo che gli ha attribuito i significati simbolici che andremo a scoprire, partendo dal periodo dell’anno e dall’osservazione della natura.

Il Toro infatti rappresenta il cuore della stagione primaverile.

LA COSTELLAZIONE DEL TORO

Costellazione del Toro, rappresentata da Johannes Hevelius.

II Toro si trova in una delle zone più ricche e luminose del firmamento, è celebre soprattutto per due distinti gruppi di stelle, le Iadi, che formano la nota “V” corrispondente al muso, e le Pleiadi, un gruppo di stelle che brillando, danno luce al possente collo.
Probabilmente, prima che venisse creata quest’immagine del Toro astrale, i due asterismi dovevano essere due costellazioni distinte. A suffragio di questa tesi, è da considerare che Eudosso inserisce le Pleiadi fra le quarantasette costellazioni che egli aveva catalogato. Sappiamo anche dal testo astronomico babilonese Mul-apin, che risale alla fine del III millennio a.C, che il nome accadico del Toro era Is la, ovvero la Mascella del Toro formata unicamente dalle Iadi.

I due aterismi hanno comunque un grande valore simbolico e astronomico, tant’è che già Omero menziona entrambi gli ammassi stellari nella descrizione dello scudo di Achille fabbricato da Efesto

E fece per primo uno scudo grande e pesante,
ornandolo in ogni sua parte; un bordo vi pose, brillante,
triplo, scintillante, poi una tracolla d’argento.
Cinque dunque erano le parti di quello scudo, a cui
fece molti ornamenti con somma maestria.
Vi modellò la terra, il cielo e il mare,
l’implacabile sole e la luna piena,
e tutte quante le costellazioni che incoronano il cielo,
le Pleiadi, le Iadi e la forza d’Orione
e l’Orsa, che chiamano col nome di Carro:
quella gira su se stessa e guarda Orione,
e sola non si cala nelle acque di Oceano.
Iliade XVIII, vv. 478-489

Le Iadi

I Greci narravano che le Iadi erano sette ninfe, nate da Atlante e da una Oceanina ritenuta da alcuni Etra, da altri Pleione; si chiamavano Ambrosia, Eudora, Esile o Fesile, Coronide, Dione, Polisso e Feo.

Rappresentazione delle Iadi e Dioniso

Un mito le individua come le nutrici di Dioniso in una caverna del monte Nisa dove Zeus aveva portato il bambino, frutto dell’amore adultero e roccambolesco con Semele, per salvarlo dalla persecuzione della gelosa Era: per questo loro ruolo di nutrici, le ninfe furono chiamate anche ninfe Nisiadi, dal nome del monte. Vennero poi tramutate per ricompensa nelle stelle Iadi.

Un altro mito, molto più recente del precedente, spiega l’origine del loro nome. Narra che le giovani piansero così tanto da muovere pietà perfino a Zeus, addolorate per la morte del fratello Iante, un giovane cacciatore ucciso durante una partita di caccia da un cinghiale o da una leonessa a seconda delle versioni; per ricordare in eterno il loro profondo amore fraterno furono trasformate nella costellazione delle Iadi, il cui nome parrebbe derivare dal verbo yein, «piovere». Proprio la loro apparizione coincideva nell’antichità con la stagione delle piogge primaverili, copiose e violente proprio come le lacrime versate dalle giovani.

Così Ovidio le cita nei Fasti:

” La fronte raggiante del Toro risplende di sette stelle,  che il greco navigante dalla pioggia denomina Iadi;  alcuni ritengono che abbiano nutrito Bacco, altri  le cedettero nipoti del vecchio Oceano e di Teti.  Atlante non aveva ancora le spalle gravate dal peso dell’Olimpo  Quando nacque da lui Iante mirabile per la bellezza:  Etra, stirpe di Oceano, con maturo parto generò  lui e le ninfe, ma Iante prima delle Iadi.  Quand’egli aveva sulle gote la prima lanugine, atterriva  i pavidi cervi, ed era gradita preda la lepre.  Ma dopo che crebbe con gli anni il suo coraggio, osò  lottare da presso coi cinghiali e con le irsute leonesse;  e mentre cercava nella tana i cuccioli d’una leonessa  diventò egli stesso preda cruenta della libica belva.  Pianse Iante la madre, e Iante piansero le meste  sorelle, e Atlante che doveva sottoporre il crollo al cielo.  Ma entrambi i genitori vinse il dolore delle sorelle;  il dolore diede loro il cielo, Iante il nome.”

(Ovidio, Fasti, V, 165-184

Grazie al comune padre spartivano anche il titolo di Atlantidi con le sorellastre Pleiadi ed Esperidi.

L’asterismo delle Iadi è un grande ammasso aperto di oltre duecento stelle, di cui le più luminose formano la famosa “V” visibile a occhio nudo.

Le stelle più importanti sono la lucida e Alfa Tauri, detta Aldebaran,  una stella dal colore arancione che corrisponde  all‘occhio destro del Toro. Le lunghe corna dell’animale sono invece rappresentate da due altre Iadi, Beta Tauri , detta Al Nath, dall’arabo al natih, «quella che da una cornata», e Zeta Tauri .

Le Pleiadi

Sette son quelle stelle e ognuna ha un nome:
Merope, Alcione, Taigete, Celeno,
Asterope, Elettra e Maia augusta.
Sebbene piccole e prive di fulgore,
celebri sono poiché sorgono e tramontano
al volere del padre Zeus
che ordinò loro di segnalare
l’inizio dell’estate e dell’inverno
e l’apprestarsi della stagione dell’aratura.
Arato, Fenomeni, 398-407

L’altro celebre gruppo nella costellazione del Toro è costituito dalle Pleiadi che, nonostante la loro modesta luminosità rispetto alle stelle vicine di Orione o ad Aldebaran, hanno suscitato fin dall’epoca arcaica un grandissimo interesse forse perché appaiono come un asterismo dall’aspetto misterioso. Intorno al 2500 a.C. diventarono astronomicamente importanti perché la loro levata eliaca cadeva all’equinozio di primavera, che per i popoli della Mesopotamia segnava l’inizio dell’anno.

Le Pleiadi, opera di Elihu Vedder, 1885

I Greci diedero il loro nome al grande anno precessionale di circa 26 mila anni solari, il tempo che impiega il punto gamma, dove equatore celeste ed eclittica s’intersecano, a tornare nella costellazione da cui era partito: lo chiamarono «il grande anno delle Pleiadi», ribattezzato nel Rinascimento «anno platonico».

Esiodo ne Le Opere e i Giorni le cala in una sfera molto più pratica, legata all’uso quotidiano che ne facevano gli agricoltori e i naviganti. Pertanto certe stelle divennero valide guide per una più precisa organizzazione del lavoro.

Quando sorgono le Pleiadi figlie di Atlante, incomincia la mietitura; l’aratura, invece, al loro tramonto. Queste sono nascoste per quaranta giorni e per altrettanti notti; poi inoltrandosi l’anno, esse appaiono appena che si affila la falce. Tale è la norma dei campi, sia per quelli che abitano le pianure vicino al mare, sia per quelli che abitano le opime terre…  Esiodo, Le opere e i giorni, 383-390

I naviganti antichi, nel I millennio a.C., infatti attendevano la loro apparizione nel cielo primaverile, il 10 maggio, per salpare dopo l’inverno; e rientravano definitivamente nei porti con la loro scomparsa autunnale, quando, secondo Plinio, si manifestava in pieno il periodo che segnava fra i Celti l’incontro dei vivi con i propri antenati, Samhain o meglio conosciuto come  All Hallows Evens, cristianizzato poi nel nostro «Ognissanti», nella Commemorazione dei Defunti e nella festa di San Martino di Tours. Come si vince da Arato e sempre da Esiodo

Se ti prende il desiderio della perigliosa navigazione, bada! Quando le Pleiadi fuggono nel tenebroso mare l’impeto del possente Orione, infuriano i soffi di tutti i venti. Non tenere allora le tue navi nel fosco oceano, ma ricordati di lavorare la terra e fa quello che ti ho detto. (Esiodo, Le opere e i giorni, 618-623)

A sua volta Virgilio, il cui nome latino Vergilius era identico a quello che i latini davano alle PleiadiVergiliae, ossia “(gli astri) rivolti alla primavera”, così ricordava nelle Georgiche i tempi della raccolta del miele:

“Due volte (le api) ammassano i floridi prodotti, due i tempi del raccolto: appena la pleiade Taigete alle terre mostra l’onesto viso e dell’oceano i flutti con sprezzante piede respinge, o quando, la triste costellazione del piovoso Pesce fuggendo, nei flutti invernali contristata dal cielo discende”

Oggi, a causa della precessione degli equinozi, le Pleiadi cominciano a vedersi in prima serata verso nordest circa a metà agosto. Poi salgono a poco a poco sul cielo per giungere alla culminazione, in pieno sud, fra dicembre e gennaio; in febbraio toccano il sud-ovest, in marzo discendono ancora di più per scomparire con l’avanzare della primavera.

I Greci narravano che, prima di essere tramutate in stelle, le Pleiadi erano state sette sorelle, figlie di Atlante e di Pleione. Tutte, tranne Merope, si erano unite a divinità generando altri dei ed eroi. Soltanto Merope sposò un mortale, Sisifo, generando Glauco: si favoleggiava che, da quando era stata tramutata in stella insieme con le sue sorelle, si celava agli occhi degli uomini vergognandosi della sua scelta.
Secondo un altro mito, la Pleiade perduta non sarebbe stata Merope ma Elettra, che dopo la conquista di Troia, fondata dal figlio Dardano, fu invasa da un dolore cosi profondo che fuggì sconsolata nei pressi del circolo artico da dove ritornava periodicamente con i capelli sparsi in segno di disperazione: ovvero in forma di cometa.

Sulla loro metamorfosi in stelle si raccontavano innumerevolistorie: Apollodoro riferiva che, essendo state particolarmente sagge, avevano ottenuto l’onore dell’immortalità con il nome di Pleiadi. Igino a sua volta narrava che un giorno Pleione e le sette figlie, mentre attraversavano la Beozia, furono assalite dal gigante Orione che voleva possederle o, secondo un’altra versione del mito, sedurre la madre. Riuscirono miracolosamente a sfuggirgli, ma da quel giorno l’incapricciato cacciatore continuò a inseguirle per cinque anni fino a quando Zeus, impietosito, le trasformò in stelle.

In realtà le Sette Sorelle, come vengono popolarmente chiamate, sono oltre novecento; se ne vedono col binocolo alcune decine, ma a occhio nudo sei o al massimo sette, purché la vista sia buona. Sono, in ordine di grandezza: Alcione , la più  brillante, Taigete , Atlante, Elettra , Maia , Merope e Celeno . Manca in questo elenco Asterope, citata nell’elenco di Arato ma difficilmente visibile a occhio nudo.

Quanto al loro nome, chi lo faceva derivare da plan, «navigare», perché segnavano dopo l’inverno l’arrivo del tempo propizio alla navigazione; chi da pleion, «più», perché erano numerose; chi invece sosteneva che il loro nome in greco derivasse da peleiades, «stormo di colombe», perché prima di diventare stelle sarebbero state trasformate da Zeus in questi uccelli per sfuggire più facilmente all’inseguimento di Orione, tramutato poi nella omonima costellazione. Sicché, ancora oggi, le Pleiadi «volerebbero» nel cielo, seguite a poca distanza dal Cacciatore.
I nostri contadini le chiamavano Gallinelle, ma anche «la Chioccia», «la Covata» o «il Nido», non diversamente dai francesi che le soprannominavano «la Gallina [Alcione] con i suoi pulcini»: immagine familiare anche agli Arabi, per i quali erano «la Gallina celeste con i suoi piccini». Oltralpe avevano anche evocato «la Stia per i pulcini» o «il Grappolo d’uva»

Il Toro matrice dell'anno

Se l’Ariete è il seme dell’anno, con la sua perentoria determinazione, il Toro ne è la matrice, alcova fertilizzante del nuovo ciclo annuale.

La poesia italiana non esita a celebrare tale immagine simbolica mettendola in relazione con il ciclo naturale che di fatto rappresenta.

Infatti nel Canzoniere Petrarca lo presenta cosi:

Quando ’l pianeta che distingue l’ore
ad albergar col Tauro si ritorna,
cade vertú da l’infiammate corna
che veste il mondo di novel colore;

et non pur quel che s’apre a noi di fore,
le rive e i colli, di fioretti adorna,
ma dentro dove già mai non s’aggiorna
gravido fa di sé il terrestro humore,

onde tal fructo et simile si colga […]

(Canzoniere, Sonetto 9)

Ci dice che quando il Sole, il pianeta che distingue l’ore, entra nel Toro, è come se discendesse dalle corna, infiammato dal Sole, una virtù, calore e luce, che veste la Terra di un colore nuovo, la natura che torna a fiorire quando arriva la primavera; e non solo adorna quello che ci appare in superficie, le rive e i colli, ma anche dove non penetra la luce del giorno è come se fecondasse, con la sua energia, gli umori della Terra, manifestando su di essi i suoi effetti.

Infatti quando l’Ariete lascia spazio al Toro, fine Aprile, scende sui prati una rugiada che filtra sottoterra ingravidando il terreno. Elèmire Zolla scrive:

“La mattina a Maggio, affiora la nostoc dei cieli e una strana cipria copre il pelo degli stagni”. E continua “Paracelso si addentra in questo arcano dicendo che la matrice cosmica, in questo momento è pregna.”

NASCITA DEL TORO ASTRALE

Oggi nello zodiaco la figura del Toro appare soltanto con la parte anteriore perché il suo corpo fu dimezzato per fare posto alla nuova costellazione dell’Ariete dove, a partire dal 2220 a.C., sorgeva il Sole equinoziale.
Pare che questa costellazione sia stata creata in Mesopotamia dopo il 4380 a.C., quando l’equinozio cadeva in questa porzione del cielo ed inaugurava l’anno zodiacale. In questi termini evocava il simbolo di un’energia primordiale e celeste, e in sumero la si chiamava Gugalanna (GU4.AN.NA), «toro del cielo», oppure GU4.SI.DI, «toro conduttore»: animale sacro alla divinità lunare  oppure suo simbolo.

L’esempio più lampante nella mitologia mesopotamica, narra che Gugalanna, appunto il «grande toro del cielo», era stato il primo marito della dea Ereshkigal,  dea del “reame dei morti”, un dominio privo di luce e vitalità. Nell’ Epopea di Gilgamesh, Gugalanna venne inviato da Inanna, dea della fecondità e sorella di Ereshkigall, per vendicarne l’onore dall’onta subita da Gilgamesh, il quale aveva rifiutato le sue proposte sessuali. Gugalanna, “i cui piedi fanno tremare la terra”, venne però sconfitto e smembrato da Gilgamesh e dal suo aiutante Enkidu, sotto gli occhi impotenti di Inanna che osservò la scena dall’alto delle mura della sua città.  Simbolicamente la morte di Gugalanna, rappresenta l’oscuramento di questa costellazione causato dalla luce del Sole, con cui Gilgamesh veniva identificato, durante la stagione primaverile.

Anche in Egitto il Sole nascente era simboleggiato da un vitello che si trasformava in un Toro maestoso col progredire del giorno: era detto anche Kamutef, «toro di sua madre», perché dopo la sua discesa «negli inferi notturni» rinasceva dalla dea Nut, una vacca dal corpo tempestato di stelle che ne era stata fecondata precedentemente.

Ma sicuramente la Mitologia Astrale di Igino è la fonte principale da cui attingere i racconti sulla costellazione (II, Toro-21)

“Dicono che sia stato collocato in cielo perché trasportò Europa incolume a Creta, secondo il racconto di Euripide. Alcuni sostengono invece che quando Io fu trasformata in giovenca, per riparare al fatto Giove la trasferì in cielo, in modo tale che mostrasse ben visibile la sua parte anteriore in forma di giovenca, mentre il resto del corpo restava in ombra. Il Toro infatti è volto verso levante e le stelle che formano il suo muso sono dette Iadi”

Zeus e Io
Era scopre Zeus con Io – Pieter Lastman

Del mito indicato da Igino, si conoscono versioni con dettagli divergenti a seconda delle fonti, ma in tutti si narra dell’amore adultero tra Zeus e la ninfa Io, sacerdotessa della moglie Era,  figlia di Inaco re di Argo e della ninfa Melia  . A causa di un incantesimo, Zeus si invaghì della ninfa, così un giorno, mentre la giovane rientrava alla casa paterna, fu fermata dal Dio che le dichiarò il suo amore.

Le propose di vivere in una casa nel bosco dove nessuno l’avrebbe molestata dal momento che sarebbe stata sotto la sua protezione, e dove lui sarebbe potuto andare a trovarla ogni qual volta lo desiderasse. Io, spaventata da quelle parole, iniziò a fuggire ma Zeus, non volendo rinunciare a lei, la inseguì sotto forma di nube, così da poter celare la sua infedeltà alla gelosia della moglie. Era dopo aver notato l’assenza di Zeus e accortasi dall’Olimpo della strana nube che correva veloce, conoscendo il suo sposo intuì la vera natura della nube prodigiosa e  il suo probabile scopo. Decise così di intervenire. Mentre Era scendeva sulla terra ordinando alle nubi di dissolversi, Zeus accortosi di essere stato scoperto, trasformò Ino in una giovenca bianca. Quando la moglie adirata giunse, lo trovò in compagnia del bellissimo esemplare ma, sospettosa, chiese al marito di donarle tale magnifico esemplare. Alcune versioni da cui trae probabilmente le fonti Igino sostengono che Zeus per uscire dalla diatriba pose Ino nel firmamento così che Giunone potesse controllarla ogni volta che volesse. Altre proseguono con il mito che ha una portata simbolica molto forte. Infatti si narra che dopo le comprensibili ma ingiustificabili resistenze iniziali del Dio, Era ottenne il dono desiderato, affidandolo alla custodia di Argo, un gigante dai cento occhi che tutto vedeva. Zeus, sgomento per la situazione in cui aveva cacciato Ino, chiese aiuto ad Ermes per liberare la giovane. Così Ermes si adoperò e dopo aver  addormentato e ucciso Argo liberò la giovenca. Era affranta dalla morte del gigante pose i suoi cento occhi nella coda del pavone, animale a lei sacro, e tormentò nuovamente Ino inviandole un tafano a pungerla. La giovane ancora in forma bovina, scappando dal Tafano si tuffò e attraversò a nuoto tratti di mare. C’è chi sostiene che attraversò il tratto di mare tra Europa ed Asia dando così nome al Bosforo, “passaggio della giovenca”, e chi lo Ionioche appunto prese il nome da lei. Nuotò finché giunse in Egitto dove riprendendo sembianze umane, grazie alle parole di Zeus che placarono le ire di Era, la quale decise di graziarla. Li partorì Epafo, figlio dell’unione con il Padre degli Dei. Alcuni mitografi attribuiranno all’approdo di Ino in Egitto la nascita del culto di Iside.

Zeus e Europa

Questo mito narra di Europa, figlia di Agenore, re dell’antica città fenicia di Tiro. Bellissima e nel fiore degli anni, un giorno era intenta a raccogliere i fiori con altre fanciulle in riva al mare, quando Zeus se ne innamorò . Allora il Padre degli Dei  architettò uno dei suoi piani leggendari:  per prima cosa andò a chiamare Ermes, e gli ordinò  di guidare i buoi del padre di Europa verso quella spiaggia, così che nessuno si potesse insospettire di nulla.

Il rapimento di Europa – Rembrandt

Quindi Zeus assunse le sembianze di un bellissimo toro bianco, e mansueto si avvicinò ad Europa stendendosi ai suoi piedi. La giovane, attratta dalla bellezza e dal carattere docile dell’animale si avvicinò, e cominciò ad accarezzarlo e coccolarlo, gli mise una ghirlanda di fiori sulle corna, il tutto con la costante tranquillità del toro, finché la giovane non  salì sul dorso del toro, per cavalcarlo. A quel punto l’animale svelto la rapì,  portandola attraverso il mare fino all’isola di Creta.

Giunto a terra, Zeus rivelò quindi la sua vera identità e tentò di usarle violenza, ma Europa resistette e fuggì. Senza perdersi d’animo, il Padre degli Dei si trasformò quindi in aquila e riuscì a sopraffare Europa in un boschetto di salici o, secondo altri, sotto un platano sempre verde.

Europa dall’unione con Zeus, diede alla luce tre figli, Minosse, Radamanto e Sarpedonte e sposò Asterione, re di Creta, divenendo la prima regina dell’isola. Inoltre il Padre degli Dei fece a Europa tre doni: Talol’uomo di bronzo che sorvegliava le coste cretesiLaelapsun cane molto addestrato e un giavellotto che non sbagliava mai il bersaglio.

A memoria di quest’episodio, Zeus ricreò la forma del toro bianco nelle stelle che compongono la Costellazione del Toro.

Minosse e il Minotauro

Il mito prosegue, mantenendo e sviluppando la simbologia taurina.

Si racconta che, in seguito alla morte del re Asterio, il trono di Creta andò a Minosse, figlio adottivo del re, ma frutto dell’unione di Europa con Zeus. Non essendo particolarmente amato dalla popolazione per la sua origine non regale, Minosse costruì un altare a Poseidone in riva al mare, per dimostrare il suo diritto alla successione al trono. Inoltre pregò Poseidone di inviargli un toro per il sacrificio ed il Dio lo esaudì. Però il giovane Re, ammirata la Bellezza dell’animale, decise di non sacrificarlo, preferendo tenerlo nelle stalle per la riproduzione del suo bestiame, e di sostituirlo per il sacrificio con un toro qualsiasi. Poseidone, ovviamente accortosi dell’inganno si adirò e per punirlo chiese aiuto ad Afrodite la quale agì su Pasifae – moglie di Minosse – facendola innamorare perdutamente del Toro.

Pasifae, accecata dalla passione ma non riuscendo a soddisfare il suo desiderio carnale, chiese aiuto a Dedalo – architetto e inventore di corte – che costruì per lei una giovenca di legno dentro la quale la donna si nascose inducendo il toro all’unione.

Da questa unione innaturale, nacque una creatura mostruosa metà uomo e metà Toro, il Minotauro. Minotauro fu allevato dalla madre Pasifae, ma dato

che la sua mente era dominata esclusivamente dall’istinto animale e sorda ad ogni tipo di ragione, crescendo divenne sempre più selvatico e sanguinario.

Questa creatura essendo di stirpe divina non poteva essere eliminata, ma la sua crescente pericolosità minacciava l’equilibrio del regno, così Minosse, su consiglio dell’oracolo di Delfi, diede il compito a Dedalo di costruire un palazzo dal quale fosse impossibile uscire. 

Minotauro, da “minos” che significa uomo, ma che presso i cretesi significava re   e “taurus” che significa toro

L’architetto costruì un edificio circolare formato da percorsi inestricabili con un susseguirsi di stanze, corridoi, sale, finti ingressi e finte porte al cui centro venne rinchiuso Minotauro, il famoso Labirinto.

Accadde poi che il figlio di Minosse, Androgeo, partecipasse ai giochi tauromachici organizzati ad Atene, e in quella circostanza venne ucciso, a seconda delle versioni da un Toro di Maratona o da un gruppo di ateniesi ubriachi.

Minosse accusò la città di Atene della morte del figlio e impose alla città un tributo di sangue: ogni nove anni sette ragazzi e sette ragazze ateniesi sarebbero stati mandati a Creta, dove sarebbero entrati nel labirinto e li lasciati affinchè Minotrauro se ne cibasse.

Minotauro, da “minos” che significa uomo, ma che presso i cretesi significava re   e “taurus” che significa toro.

Il Simbolismo del Toro

Il Toro, nel suo ricchissimo asterismo come nella mitologia simbolica, fornisce un quadro specifico ed estremamente focalizzato.

La sua portata simbolica offre un costante rapporto tra le forze cardine del cosmo come il Sole e la Luna, elementi di cui è simbolo nel corso del tempo e della storia, unito alla forza vitale fecondatrice.

Questo rapporto lo individua come simulacro di civiltà , dove questo concetto assume il ruolo di sintesi tra l’ambiente naturale e l’intervento umano, chiamato per sua natura ad elaborare un’armonia con l’ordine universale e la sue pulsioni più travolgenti.

La Metafora Iniziatica presente nei miti legati a questo simbolo, spiega come l’uomo si può relazionare alle qualità che tale simbolo evoca, mentre il Servizio del Toro darà un’idea di come questo quadro simbolico venga assimilato e articolato nei miti e nella storia .

Anche l’elemento Sacrificale rientra nel quadro simbolico, ma con una specifica particolare che merita un approfondimento a se stante.

LA METAFORA INIZIATICA

Il filo conduttore che caratterizza l’energia taurina è il dominio del mondo materiale, attraverso le diverse mutazioni presenti nei miti, e il dominio dell’energia sessuale, creatrice e totalizzante. Il quadro simbolico che emerge dai miti appena visti, comincia con l’episodio dell’Epopea di Gilgamesh, dove il Toro Gugalanna è sposo delle forze infere, ma è paladino di Inanna, simbolo della fecondità. L’onore di Inanna è stato offeso da Gilgameh, il Sole, che rifiuta le sue proposte sessuali. La dimensione materiale viene rappresentata nello smembramento del Toro stesso, dal Sole-Giglamesh nel momento del loro incontro mitologico e astronomico.

La simbologia dei miti successivi si fa più dettagliata e articolata. I greci  portano l’esempio di  Zeus nella caratteristica di seduttore seriale, trasformare altri e mutare egli stesso più volte forma per poter realizzare il suo desiderio sessuale, vero motore dell’azione divina e narrativa. Un altro elemento comune è la presenza della Bellezza, qualità estatica a cui i vari protagonisti si relazionano in modi differenti, suggerendoci quali siano le conseguenze a cui si incorre relazionandosi in un modo piuttosto che in un altro.

In questo i miti ci suggeriscono lo sviluppo e l’equilibrio delle dignità astrologiche legate al Toro, un segno governato da Venere che trova la sua esaltazione nella Luna.

L’Amore esce dal furore ed è una caduta o una umiltà, perciò Venere giace nella linea di Marte sotto il Sole. Il suo metallo è il rame perchè l’Amore è un desiderio di Luce e di Gioia.         (Jacob Böhme)

Simbolo del Rame in Alchimia. Esso rappresenta l’anima istintiva, nei suoi connotati tipici di attrazione, sessualità, tendenza all’adagiarsi nell’assaporare i piaceri della vita, amare la vita così com’è, evitandone i conflitti e ricercandone il significato primordiale. E’ associato alla figura della dea Venere. La calma, l’inazione, la pigrizia, l’opacità non devono trarre in inganno; ci troviamo di fronte ad un’energia, che però spinge potentemente l’uomo con una forza centripeta, attraendone l’anima verso la materia ed i piaceri che questa offre 

In accordo con le dottrine ermetiche e l’alchimia, che vede Venere associata al metallo Rame, apprendiamo quali siano le insidie e le qualità nella relazione con i suoi domini, grazie alle avventure mitologiche, che appaiono cristalline nella loro funzione pedagogica.

La Luna, associata all’Argento, rappresenta la fertilità, la resurrezione, il potere occulto, l’immortalità e l’intuizione. La luna è una proprietà femminile e gli alchimisti lo incorporarono con il Sole (oro) per garantirne l’equilibrio.

Suo simbolo riconosciuto è l’acqua, nella dimensione affettiva e di metafora dell’inconscio, a seconda del contesto e del soggetto in questione assume accezioni purificatrici, accoglienti e materne, quanto oscure, incontrollabili e tormentate.

“L’acqua in tutte le sue forme – in quanto mare, lago, fiume, fonte ecc. –  è una delle tipizzazioni più ricorrenti dell’inconscio, così come essa è anche la femminilità lunare che è l’aspetto più intimamente connesso con l’acqua”.  Carl Gustav Jung

Questi riferimenti li troviamo facilmente nei miti proposti. Infatti, nel mito di Io la trasformazione in toro, assume il simbolo dell’essere oggetto di un desiderio ingannevole, clandestino e adultero, assimilabile ad una Venere corrotta. Le da il supplizio prima della prigionia e del controllo perenne di Argo e dopo l’intervento di Ermes del tafano che la tormenta con le sue punture. Solo dopo essere indotta da quest’ultimo supplizio a fuggire attraverso le acque,  e con il riappacificarsi della coppia divina, viene liberata dalla sua forma animale. Solo allora Io può partorire il figlio del divino concepimento con Zeus e assumere la funzione di soggetto di culto, la lunare Iside.

Per il mito di Europa la simbologia ritorna con accezioni diverse. La metamorfosi in Toro questa volta è di Zeus, mosso non dall’inganno come per il mito precedente, ma da un innamoramento sincero verso la Bellezza espressa dalla giovane principessa. Proprio la Bellezza, qualità superiore legata a Venere, fa muovere Zeus, la cui metamorfosi non è atta a nascondersi dalla moglie, assente per tutto il mito, ma grazie all’aiuto di Ermes, per rapire la giovane dal padre, chiaro simbolo della fase infantile dela giovane, ormai superata.

L’inganno in questo caso è funzionale non al celare il torbido di un desiderio impuro, ma funzionale al relazionarsi con la giovane e ciò che rappresenta, e infatti il piano si svolge senza nessun intoppo. Europa, la cui etimologia si ipotizza essere legata alla luna piena, si relaziona infatti con affetto al Toro divino, mantenendo una purezza dell’agire venereo, e il rapimento attraverso le acque fino alla verdeggiante Creta dove sarà regina e madre, torna come facile simbolo dell’esaltazione lunare.

Da notare come la narrazione prende una piega evolutiva e risolutrice dopo l’intervento di Ermes,Mercurio, Dio a cui è associato l’omonimo metallo alchemico, simbolo dell’inizio della trasmutazione delle qualità inferiori a quelle superiori.

Ma il quadro iniziatico più elaborato lo da il proseguo del mito con Minosse. E’ proprio il senso di possesso e la bramosia materiale, esito opposto all’elevazione spirituale nella relazione con la Bellezza , che conduce il Re di Creta prima a chiedere il favore di Poseidone per ingraziarsi il reame, e poi a tradirlo nel nascondere il toro sacrificale inviatogli da Dio. La Bellezza percepita nel Toro sacro, viene articolata da re con la cupidigia espressa nel possesso materiale, e concretizzata nel nascondere l’animale per farlo riprodurre con il bestiame di corte.

L’incomprensione del principio evolutivo a cui Minosse era venuto in contatto, causa la tremenda compensazione di cui è artefice Afrodite stessa. Infatti,proprio con l’intervento punitivo della Dea della Bellezza e dell’Amore, la moglie Pasifae viene indotta a perdere il senno e poi a sedurre il toro sacrificale dando alla luce l’abominio del Minotauro. Il mostro, che nella sua costruzione fisica evidenzia l’impossibilità di avere una mente che possa governare ed elaborare le pulsioni più primitive ed innaturali, è la conseguenza simbolica della mancata comprensione delle qualità evolutive delle energie veneree e non a caso viene rinchiuso e posto al centro del Labirinto costruito da Dedalo.

Il Labirinto

Ma intanto l’obbrobrio della famiglia era cresciuto:
il mostro biforme, mai visto, dimostrazione vivente dell’immondo adulterio di Pasifae.
Minosse decide di allontanare dalla casa quest’essere che infama il suo matrimonio,
e di rinchiuderlo nei ciechi corridoi di un complicato edificio.
Dedalo, famosissimo per il suo talento nell’arte dell’architettura,
esegue quest’opera scompigliando punti di riferimento, e inducendo l’occhio
in errore con rigiri tortuosi di molte vie.                         (Ovidio Metamorfosi – Libro VIII – v. 155)

Il labirinto è un simbolo ricorrente presso moltissimi popoli antichi: un percorso intricato nel quale si compie un viaggio iniziatico all’interno di un mondo in miniatura. Il mondo in questione è assimilabile alla dimensione inconscia dell’uomo, luogo oscuro in cui il soggetto cela prima a se stesso che agli altri, esperienze passate, condizionamenti, i lati più istintuali, le pulsioni, innominabili proprio perché parola non hanno, e quindi vissute come totalizzanti e spesso terribili. Al centro di esso, Minosse colloca il mostro, simulacro di un energia malvissuta e mai compresa, che si erge a prigioniero e custode della sua dimora e prigione. La funzione del labirinto è quella di un meccanismo di difesa, e consiste nel celare il mostro e nel rendere impossibile la sua fuoriuscita, attraverso la sua struttura intricata e ingannevole.

di Thomas Bühler (gruppo di artisti Melpomene)

Questa norma di sicurezza però è valida anche per chiunque scelga di avventurarsi al suo interno, che assume il rischio di smarrirsi per le tortuose vie che lo compongono. Così il simbolo assume anche la funzione di monito per chiunque scelga la via della scoperta di sé, da solo e senza la giusta preparazione, esponendosi al rischio di cogliere illusioni per verità che non lo condurranno da nessuna parte.

Solo l’azione di Teseo, che proprio in questi termini assumerà la funzione eroica, con il contributo fondamentale di Arianna e del suo gomitolo, andrà a liberare Creta dal mostro, e simbolicamente rappresenta la vittoria dell’uomo sulla proprie pulsioni con l’azione trasmutativa.

Minosse il giudice

Secondo il mito Minosse fu ucciso in una vasca da bagno in Sicilia mentre era ospite nella rocca del re sicano Cocalo. Il racconto è stato ripreso da Diodoro Siculo nella Biblioteca storica che narra come la sua leggendaria tomba si trovasse, coerentemente con la simbologia indicata,  al di sotto di un tempio di Afrodite.

Ma la figura di Minosse non si esaurisce con i miti legati al Toro. Infatti il re di Creta, viene ripreso da svariati autori, che lo collocano come guardiano degli inferi. Su tutti il Sommo Poeta nella Divina Commedia lo colloca all’entrata del Cerchio II, dove Minosse è incaricato di ascoltare i peccati delle anime, le quali non nascondono nulla al demone. Uditi i peccati Minosse comunica loro la destinazione all’interno dell’inferno, arrotolando la coda di serpente di tante spire quanti sono i cerchi di destinazione.

Statua di Minosse nel ruolo di guardiano degli inferi sul monumento di dante a Trento

« Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia:
essamina le colpe ne l’intrata;
giudica e manda secondo ch’avvinghia.

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata

vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa. »

( Inferno, V,4-12)

Già in Omero viene posto come giudice delle anime nell’Ade, ma Dante, per la Divina Commedia trae ispirazione da quello che considerava il suo Maestro, Virgilio che così ne parla nelle Eneide:

« Queste dimore infernali non sono state assegnate
senza giudizio e giudice: Minosse inquisitore
scuote l’urna dei fati, convoca l’assemblea
dei morti silenziosi, li interroga, ne apprende
i delitti e la vita » 

(Virgilio, Eneide, VI,431-433

E’ curioso notare come, al pari del Labirinto, anche gli inferi siano immagine simbolica dell’inconscio, casa matrimoniale di Gugalanna prima dello scontro con Gilgamesh, e meta di tanti eroi che affrontano la prova del scendere nel profondo degli abissi per riemergere trasformati. Minosse viene quindi posto da questi autori a guardia di quel luogo presente in ogni uomo ma che solo i più arditi scelgono di avventurarsi.

IL SERVIZIO DEL TORO

In antichità, le civiltà con le proprie strutture,  andavano a celebrare uno schema che riproponesse l’ordine cosmico e le proprie gerarchie. A tal proposito le gerarchie sociali rispondevano a dei canoni specifici rigidi, la cui messa in discussione avrebbe significato una rinegoziazione dell’ordinamento universale e del sentire religioso e spirituale del popolo in questione.

In questo aspetto il Toro si va a collocare come simbolo portante nella costruzione cosmogonica e sociale delle civiltà più importanti della storia dell’uomo, rappresentando principalmente la potenza fertile che si manifesta come generatore degli aspetti cosmici, e auspicio di abbondanza materiale.

La relazione con l’uomo e gli Dei si manifesta quindi dall’essere individuato come simbolo e genitore cosmico, come sintesi e fondatore di civiltà e nel ruolo sacrificale.

Il Toro genitore cosmico

II Toro celeste, sia solare sia lunare, corrispondeva perfettamente al simbolismo astrale del segno omonimo, quando esso era, fra il 4380 e il 2200 a.C, il primo dello zodiaco e l’omonima costellazione ospitava effettivamente l’equinozio. Successivamente, con lo spostamento del punto gamma nel segno dell’Ariete, si dovette modificare il suo simbolismo; sicché il Toro fu assimilato alla terra-elemento, alla terra materna: solido, stabile, denso, sensuale. E per analogia divenne anche sacro alle dee lunari, immagini del principio femminile ricettivo che assumeva anche le sembianze della Luna; di una Luna che tuttavia aveva una valenza diversa da quella che arcaicamente aveva personificato il dio celeste: utero cosmico che, inseminato dal dio solare, «partoriva» gli esseri.
Ad esempio, erano tanti i tori mitologici degli Egizi, e il già accennato caso della Dea Nut svolge anche un ruolo nella cosmogonia egizia. Nut, simbolo del cielo, è figlia di Shu, dio dell’aria, e Tefnut, dea dell’umidità. Il mito narra che Geb ,la terra, e Nut ,il cielo, erano in origine uniti, fino a quando il dio Ra, il Sole,  contrariato per questa unione, ordinò a Shu di dividerli, creando così lo spazio tra cielo e terra. Nut, così formò la volta celeste, sostenuta da Shu, che però fu costretto a conservare perennemente quella posizione. In Egitto si pensava che il dio-sole, Ra, nel suo viaggio notturno, fosse da lei ingoiato dopo il tramonto, per essere partorito di nuovo all’alba. Nello stesso modo, Nut divorava e faceva rinascere le stelle, e per questo motivo era considerata una divinità legata alla resurrezione. Come tale si trova spesso raffigurata all’interno dei sarcofaghi.
Un’altra leggenda narra che Nut, assunte le sembianze di una vacca, ebbe l’onore e l’onere di far salire sul suo enorme dorso il dio Ra. A causa dello sforzo immane profuso, Nut fu aiutata da quattro Dei aventi la funzione, in seguito divenuta perenne, di pilastri del mondo.

La stessa leggenda, e funzione di nutrice del Sole, a volte viene attribuita ad Hathor, Dea della Bellezza, della Goia, della maternità, anch’ella comunemente raffigurata come una vacca con il disco solare, provvisto di ureo, fra le corna.

Questi miti raffigurano il Sole come se nascesse ogni giorno come un Toro o un vitello, da sua madre, la “Vacca Celeste”, chiamata sia Nut, per simboleggiare il cielo o in altri miti, Hathor, con la sua portata simbolica, che comprendeva anche l’albero Sicomoro. Il dettaglio arboreo ha un valore rafforzativo per quel che concerne il Toro e la sua simbologia solare. Infatti come cita  Richard H. Wilkinson “Lo stesso sicomoro era un albero di particolare significato mitico. Secondo il Capitolo 109 del Libro dei Morti, gemelli ‘Sicomori di Turchese’ si credeva che stessero all’esterno del cancello del cielo da dove il dio sole Re emergeva ogni giorno, e questi due stessi alberi a volte appaiono nei dipinti tombali del Nuovo Regno con un giovane vitello toro che spuntava tra loro come un simbolo del sole”. La stessa costruzione simbolica viene riportata da Louis Herbert Gray, che indica come “Sotto, la barca-Sole/bark con Horus seduto con la testa di falco, e il disco solare. Davanti a lui c’è una stella, un vitello di toro, e due alberi di sicomoro (platani)

In altri miti ancora, una Vacca era impregnata da un fascio di luce dal sole, e nasceva un toro-vitello bianco che diventava il sacro Toro Apis.  A Menfi si adorava Apis,  incarnazione in terra del dio creatore Ptah. Lo si rappresentava sia nell’aspetto zoomorfo sia con una figura umana dal capo taurino: in entrambe le immagini la testa era sormontata dal disco solare. A Eliopoli si chiamava Mnevis o Merur ed era collegato nel culto a Ra-Atum, dio solare: aveva l’aspetto di un toro sopra l’insegna sacra egizia. A Hermonthis, la Eliopoli del Sud, si adorava un altro toro di nome Bukhis. manifestazione della deificazione del “Ka”, l’antico concetto egizio dell’Anima (potere/forza vitale) della divinità della guerra Montu.

Statua raffigurante il dio Api, il cui nome deriva dalla radice hep, termine che già nei Testi delle Piramidi designava la forza procreatrice.

Per celebrare il suo culto,veniva scelto un toro selvatico bianco col muso nero il quale fungeva da incarnazione di Buchis. quando poi questi tori e le loro madri (considerate aspetti di Hathor) morivano di vecchiaia, venivano mummificati e collocati in un cimitero speciale conosciuto come il “Bucheum”.

Infine Buchis è stato identificato come una forma di Apis; conseguentemente venne considerato sempre più incarnazione di Osiride. il suo santuario si trovava a Medinet Habu e il culto era diffuse soprattutto nei dintorni di Tebe e di Karnak. Aveva il corpo bianco e la testa nera: su di essa troneggiava il disco solare sormontato da due alte piume sulle corna. Lo si chiamava anche «anima di Ra» per sottolinearne le caratteristiche solari.

Motivo della associazione della “furia” dei tori con la forza e la guerra, gli egizi credevano anche che Montu si manifestasse come toro bianco dal muso nero, designato come Buchis e venerato, vivente,  al punto che nel Periodo tardo, Montu fu raffigurato anche con testa di toro.
Il Toro simbolo di civiltà

Per quanto tardivo, anche per i romani il culto del Toro Apis svolse un ruolo importante. Ostacolato in epoca augustea per motivi politici, si attestò saldamente a cominciare dalla dinastia Flavia, come attesta l’Iseo di Pompei. Il culto si fonde in modo sincretistico ai culti romani e si mantiene fino alla tarda epoca costantiniana. L’imperatore Giuliano fu l’ultimo che fece emettere monete romane con l’immagine del toro Apis sul verso.

Probabilmente sempre ad una forma cultuale legata ad Apis o in generale alle costruzioni simboliche dell’antico Egitto, si deve una tra le più arcaiche forme di ebraismo, che va ad individuare Yahweh con attributi taurini.

Dio, che lo ha fatto uscire dall’Egitto,
è per lui come le corna del bùfalo.
Egli divora le genti che lo avversano,
addenta le loro ossa
e spezza le saette scagliate contro di lui. (Numeri 24:8)

A Samaria fu trovato un coccio risalente all’Età del Ferro, con inscritto ‘egel-yah’, “toro-vitello Yah”, il che suggerisce che Yahweh era adorato dagli ebrei come un Vitello o con gli attributi tipicamente taurini. Altre forme di culto mediorientale venerano la divinità con forme taurine, su tutte la diffusione del culto di Baal, di Chemosh, e l’importanza di Moloch, e l’episodio famoso dell’idolatria del Vitello d’Oro da parte degli ebrei durante l’esodo, con la conseguente punizione, si può contestualizzare con la necessità di affrancare il popolo ebraico dalle altre forme religiose molto presenti nel territorio e ben consolidate tra le genti.

Testi delle Piramidi dell’Antico Regno ci suggeriscono un’ipotesi riguardo il livore verso tale idolatria nella coincidenza dell’epiteto che godeva in Egitto il Faraone, chiamato proprio Il Vitello d’Oro. Considerato ciò, Mosè non poteva soprassedere di fronte alla ripresa o al riadattamento da parte del suo popolo, di una simbolica che si riferiva al recente e sanguinoso passato. Il culto idolatrico fu combattuto anche dai profeti Amos e Osea, che deridendo i propri contemporanei che mandavano «baci a vitelli» e veneravano un’immagine costruita da loro stessi, consideravano tali pratiche una degradazione del culto di Yahweh.

Presso i Babilonesi, il Toro era animale sacro ed epiteto di Marduk nella forma identificativa di AMAR.UTU, “Giovane toro del dio Sole”, e per gli Aramei e gli Ittiti, i Tori sacri Seri e Hurri, rispettivamente il giorno e la notte, trainano il carro di Teshub, Dio della pioggia e della fecondità.

Sempre con significati di fertilità, abbondanza e con il ruolo fondativo di civiltà, in Irlanda la figura taurina è protagonista del Tàin Bò Cúalinge,  poema epico che narra la guerra combattuta contro Ulster dal Connacht per il possesso del toro Donn Cúailnge. Tutto ebbe origine quando un giorno uno dei guardiani di porci di Bodb Dearg, futuro re dei Tuatha Dé Danann, litigò con un altro dei guardiani. Combattendo i due si trasformarono in vari animali e forme, ma quando diventarono due vermi vennero inghiottiti da due vacche e rinacquero come tori da monta estremamente fertili, Donn Cúailnge, Il Toro bruno di Cooley FinnbhennachDalle Bianche Corna. Nascendo in due mandrie diverse, sarà Donn ad essere l’oggetto del desiderio di Medb, affascinante e battagliera regina del Connacht, che avendo visto Finnbhennach sconfiggere un toro di origini semi divina, volle assistere allo scontro con Donn.

Il possesso del Toro bruno, inoltre è l’unico fattore che può bilanciare la sfida coniugale tra Medb e il marito che ha un patrimonio di poco superiore al suo. Per questo comincerà una guerra che vedrà alla fine realizzarsi il desiderio di Medb che però avrà breve durata. Infatti Donn e Finnbhennach si affrontarono e dopo una dura lotta e Donn uccise il suo rivale. A sua volta mortalmente ferito vagabondò per l’Irlanda, dando il proprio nome a diversi luoghi, prima di tornare a Cooley a morire

Creta, come visto, è collegato al mito di Minosse e del Minotauro, ma non solo. il Toro era il vero oggetto di culto, celebrato in moltissimi modi in tutta l’Isola. 

Teste e corna dell’animale sono state utilizzate come simboli nel palazzo di Cnosso e affreschi e ceramiche raffigurano la Taurocatapsia,

Affresco del palazzo di Cnosso – particolare di un corridoio, la scena del toro e i ginnasti

il salto del toro , un sacro rituale in cui i partecipanti, giovani d’entrambi i sessi, dovevano riuscire a un salto acrobatico sopra un toro; quando il saltatore lo afferra per le corna, il toro allora darà violentemente un colpo verso l’alto con la sua testa, fornendo al saltatore il momento e la spinta necessaria per eseguire salti mortali e altre abilità acrobatiche.

Altri esempi di scene con il salto sul toro sono state trovate in Siria, come nell’impronta di un sigillo cilindrico che mostra due acrobati che si esibiscono stando in verticale sulle mani sulla schiena del toro, con una segno di ankh posto fra loro.

Un’altra civiltà legata alla taurocatapsia, e al Toro è la civiltà della Valle dell’Indo, una tra le più antiche civiltà del mondo caratterizzata dallo sviluppo dell’agricoltura, dall’urbanizzazione e dall’uso della scrittura. Una delle culle della cultura vedica, si fa risalire proprio a questa civiltà una delle simbologie taurine più importanti.

Immagine del Toro Nandi insieme a Shiva, e la sua famiglia: la moglie Parvati e il figlio Ganesh.

Infatti, per la tradizione vedica, il Toro riveste un ruolo di grande importanza. E’ rappresentato da Nandi, la mitica cavalcatura di Shiva, un toro di colore bianco ,simbolo di purezza, le cui quattro zampe rappresentano la Verità, la Rettitudine, la Pace e l’Amore. Tra le corna porta una mezzaluna, simbolo di Nada, il suono, ossia la complessa trama di vibrazioni e risonanze per la quale ogni cosa si origina da un singolo punto. Più che un semplice mezzo di trasporto, Nandi si può considerare il costante e immancabile compagno di Shiva in tutti i suoi spostamenti, al punto che in qualsiasi tempio dedicato a Shiva, almeno una scultura di Nandi è presente e riveste un ruolo essenziale.

Ruolo essenziale anche per la costruzione simbolica indiana, che vede il Toro quale simbolo di forza quanto di l’ignoranza; il fatto che il Dio utilizzi proprio un toro come veicolo, rappresenta l’idea che questa figura divina rimuova l’ignoranza e allo stesso tempo conceda la forza della saggezza ai suoi devoti. Il Toro,è chiamato Vrisha in sanscrito, questa parola può assumere anche il significato di “Dharma” ,letteralmente Rettitudine; ragion per cui, in termini simbolici, la rappresentazione di un toro accanto a Shiva sta ad indicare che, ovunque sia presente il Dio, sono presenti anche rettitudine, purezza e giustizia.

Il Toro sacrificale

Anche Dioniso gode di tratti taurini, in particolare con l’epiteto Bougenès che significa “figlio di vacca” e “nobile toro”, ed indica anche che il Dio è la preda a cui si dà la caccia e l’animale sacrificale da divorare crudo. Nella città portuale tessalica di Pagase il dio era venerato col titolo di Pèlekys, Dioniso “doppia scure”: lo strumento era l’arma sacrificale con la quale si compiva l’uccisione del Dio proprio in forma di vitello o di toro.

La funzione sacrificale ritorna narrata in moltissimi codici iconografica. Una su tutte è l’immagine taurocntonia di Mitra. Nel culto mitraico il Toro era la prima creatura di Ahura-Mazda, dio del-la luce: il suo sacrificio simboleggiava l’origine della creazione. Si narrava che Mitra, figura assimilabile all’Ariete per svariate ragioni tra cui il simbolismo della precessione degli equinozi, avesse cacciato e catturato il Toro per sacrificarlo: dal sangue della vittima colato sulla Terra erano nati gli animali e le piante utili agli uomini. Mitra era il dio solare che catturava la materia e la fecondava sacrificandola in modo da produrre la generazione e la rigenerazione universale.

La Tauroctonia di Mitra
Famosa rappresentazione dell’uccisione del Toro da parte del Dio solare.

Una delle interpretazioni ad oggi più accreditata, riguardo questo corredo simbolico, vuole che la tauroctonia rappresenti il controllo di Mitra sulla precessione degli equinozi, un fenomeno studiato scientificamente dall’astronomo greco Ipparco di Nicea poco prima della nascita del mitraismo. Anticamente l’equinozio di primavera il sole si trovava nella costellazione del toro, passando poi a quella dell’Ariete per trovarsi in quella dei Pesci circa dall’epoca di Cristo. Nel linguaggio dell’astrologia ognuno di questi periodi di circa duemila anni è detto era. Oggi, ad esempio, stiamo per entrare nella famosa ed osannata era dell’Aquario.

Gli animali, associati a Mitra nella tauroctonia, rappresentano proprio le costellazioni che si trovavano all’equatore celeste proprio durante l’era del toro: il serpente sarebbe l’Idra di Lerna, il cane la costellazione del Canis Major o Minor e analogamente vi sarebbero la costellazione del Corvo, quella dello Scorpione, quella del Cratere e infine del Leone. Lo stesso Mitra potrebbe essere associato a Perseo, un antenato mitologico di Mitridate, la cui costellazione si trova proprio al di sopra di quella del toro. Anche il grano/sangue potrebbe alludere alla stella Spica o alle Perseidi che dalla Terra appaiono quali originati dalla costellazione di Perseo. Anche se la chiave di lettura ad oggi più accreditata vede proprio in Mitra il passaggio dell’era, da quella del toro, sacrificato, all’Ariete, rappresentata dalla “nuova” divinità Solare.

La Tauroctonia di Mitra

Al pari del Criobolio, il Taurobolium era all’interno della religione romana, il sacrificio di un toro, normalmente in relazione al culto della Gran Madre degli Dei , Cibele. Il sacrificio del toro è proprio del culto di varie altre antiche divinità, principalmente di quello di Zeus; ma esclusivo del culto di Cibele è il “battesimo del sangue”.

Immagine del Taurobolium di Bernhard Rode

La descrizione più nota  è fornita da Prudenzio: racconta che il sacerdote, vestito con una toga, con una corona dorata in testa, prende posto in una struttura sotterranea sovrastata da un piano perforato, su cui sta il toro, decorato con fiori e oro. Il toro viene sgozzato e il suo sangue, passando attraverso i fori del piano perforato, inonda il sacerdote sul viso, sulla lingua e in bocca. Il sacerdote, si presenta allora ai suoi compagni nella fede purificato e rigenerato, ricevendone i saluti.

A onor del vero, gli studi più recenti hanno messo in discussione l’affidabilità della descrizione di Prudenzio, che da cristiano ostile al paganesimo, potrebbe aver distorto il rito per ottenere un effetto favorevole alla sua fede, screditando quella tradizionale. Infatti le descrizioni precedenti quella tarda di Prudenzio suggeriscono infatti un rito meno sanguinolento e truce.

Nel II e III secolo, il taurobolium divenne un sacrificio eseguito come propiziazione della salute dell’imperatore, dell’impero e della comunità. Normalmente veniva eseguito il 24 marzo, il Dies Sanguinis dell’annuale festa di Cibele e Attis.

Nel tardo III secolo e poi nel IV, i taurobolia venivano eseguiti allo scopo di rigenerare il fedele. La durata di tale purificazione era variabile ma comunque di lunga durata: l’iniziato poteva essere considerato renatus in aeternum, “rinato per l’eternità”, oppure la purificazione durava venti anni. Il sacrificio veniva eseguito anche a seguito di un voto o per ordine della Dea stessa, e di libero accesso ai fedeli senza distinzioni di sesso o classe sociale. A Roma, sono stati ritrovati molti altari e iscrizioni commemorative di taurobolia nei pressi della Basilica di San Pietro in Vaticano.

Gli studiosi che accettano la descrizione di Prudenzio, hanno individuato nel taurobolium una rappresentazione simbolica sacra, nella relazione tra la Madre e Attis: la discesa del sacerdote nella fossa sacrificale avrebbe simboleggiato la morte di Attis e il conseguente avvizzirsi della vegetazione della Madre Terra, il suo bagno di sangue e la sua uscita dalla fossa sarebbe stato il ricordo della rinascita di Attis e della vegetazione.

La tradizione cristiana
Simbolo di San Luca evangelista, ad opera di Donatello

Nella sua funzione di simbolo sacrificale, è da annotare anche la tradizione cristiana. Il Toro è menzionato anche da San Giovanni nell’Apocalisse . Il toro,  visto come animale sacrificale , divenne simbolo di Cristo, sacrificatosi sulla croce per la redenzione dell’uomo; inoltre la sua attività di fecondatore riconosciuta in ogni tradizione, venne anche accostata a Cristo, come sorgente della vita.  E’ simbolo evangelico di San Luca, il quale raffigurato come Toro alato, assume tale iconografia dall’episodio di apertura del Vangelo, il sacrificio di Zaccaria,padre del Battista, il quale, essendo sacerdote del tempio, come tale offriva sacrifici di tori.  

Da segnale la tentata sovrapposizione di San’Andrea al posto del Toro ad opera di Schiller nel suo Coelum stellatum chistianum.

Probabilmente la scelta ricade sul Santo per la forma della sua croce, forzatamente sovrapponibile alla forma delle Iadi

Astrologia del Segno Zodiacale

In coerenza con il quadro simbolico visto, il Toro rappresenta per l’astrologia la materializzazione dell’impulso vitale dell’Ariete, la stabilità che consente la forza fertilizzante, attraverso cui è possibile consolidare, elaborare e portare avanti l’impulso vitale arietino. Le gemme si dischiudono e le radici affondano forti nel terreno, la vita si manifesta rigogliosa e fiera nella materia, con la prima fioritura.

La sua dimensione concreta e materiale, insieme alla spiccata sensualità e propensione alla Bellezza lo collegano all’elemento Terra, e insieme alla Vergine e al Capricorno ne formano il Trigono.

La forma geroglifica del segno zodiacale rappresenta oltre ala testa dell’animale, la matrice, l’involucro del seme, la coppa che attende e attira il raggio stimolante dell’impulso vitale e creativo
Il simbolo dell’elemento terra è un triangolo con la punta in basso attraversato da una linea orizzontale, il colore è il verde.
La terra rappresenta la materia fecondata, e manifesta stabilità e la concretezza

Essendo il secondo segno dello zodiaco, e il secondo della stagione primaverile, che raccoglie la spinta dell’Ariete, è un segno fisso. Insieme a Leone Scorpione e Acquario, rappresenta il cuore della stagione, la manifestazione più evidente del ciclo naturale in questione. Per l’astrologia, indicano le modalità di azione e comportamento del nativo  con valutazione di volontà e stabilità interiore.

I tratti taurini si evidenziano in un soggetto dal temperamento ricettivo, paziente laborioso, perseverante come la natura stessa si palesa in questo periodo.

Ha una fortissima sensibilità che favorisce l’elemento artistico, e la concretezza per raggiungere le grandi mete che si può prefiggere. E’ diretto da quel che possiede, ma il problema sarà capire da quali forze sarà plasmato: Può essere la cavalcatura di un Dio, come Nandi per Shiva, ma può anche essere dominato da pulsioni brutali, prigioniero della sua materialità e in una sensualità distruttiva,  come per l’esempio del Minotauro.

Maceline Senard mette in guardia da queste ultime eventualità descrivendo così il Toro primitivo e oscuro: “E’ il terrore della sostanza abbandonata dall’azione delle energie incontrollabili che vogliono invaderla, cambiarla, distruggerla, lo spavento dell’elemento passivo sottomesso  alle forze dell’istinto che si sente dominato dal suo destino o pressato dal sacrificio inevitabile”.

Nel grafico, unendo con una linea il Toro allo Scorpione (suo segno opposto) e il Leone all’Acquario (a loro volta opposti) si realizza la “croce fissa”

Il Creatore disse: “…a te Toro, do il compito di costruire e consolidare ciò che della mia opera è stato iniziato. Renderai stabile e prosperoso tutto ciò che ho creato per l’uomo e gli insegnerai a creare per me. Sarà un compito pesante e faticoso, ma perché tu lo possa risolvere ti dono i talenti della forza, dell’abbondanza e della pazienza. Usali con amore e generosità e non permettere che il tuo cuore diventi schiavo del desiderio. Ricorda che dovrai costruire per me, e non per il piacere di possedere.Il desiderio e l’attaccamento alle cose materiali saranno gli ostacoli che dovrai superare lungo il tuo viaggio”.

 

E Toro, lentamente, ritornò al suo posto.

 

Rita Casati