SENECA
il Maestro Criticato
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Raffinatezza di pensieri;

falsità di concetti;

abbondanza di antitesi;

verbosità di locuzione, arguziette di sentimenti,

questo è il capitale del maestro e consigliere di Nerone.

 

Francesco Lomonaco

Sebbene sia uno dei filosofi in assoluto più noti appartenenti alla corrente dello stoicismo, Seneca è sicuramente quello maggiormente criticato.

Innanzitutto dobbiamo sottolineare che egli visse a Roma il periodo dello stoicismo eclettico, momento cioè in cui i capisaldi della filosofia che si era sviluppata in Grecia con Zenone ed Epitteto vengono fatti convergere con elementi appartenenti ad altre correnti filosofiche quali il cinismo, l’aristotelismo e il platonismo.

Ogni figura è senz’altro figlia del suo tempo e in Seneca soprattutto è innegabile un forte legame con la vita pubblica e con gli avvenimenti che riguardano Roma e l’Impero, eventi in cui spesso è coinvolto e che portano diversi personaggi a criticare la sua integrità morale e filosofica.

Il ruolo in particolare che lo rende più noto in assoluto e che gli attribuisce a tutti gli effetti e meritatamente l’epiteto di Maestro è quello di essere stato precettore e insegnante di Nerone, imperatore romano con il quale in realtà Seneca finì per entrare diverse volte in scontro prima della sua morte.

Egli è dunque un uomo di filosofia, di arte, opera infatti come drammaturgo, ma dedicherà gran parte della sua vita alla politica, ricoprendo ruoli di grande rilevanza quali senatore e questore.

Il padre del filosofo, Seneca Il Vecchio, aveva in effetti per il figlio grandi aspettative e lo aiutò ad entrare nella vita politica, a partire dall’educazione che gli diede, facendo sì che egli si formasse prima di tutto a livello retorico, letterario e filosofico. In quest’ultimo ambito in particolare ci furono diversi maestri che ricoprirono un ruolo fondamentale nella crescita del fanciullo, appartenenti a diversi movimenti filosofici quali l’ascetismo, il neopitagorismo, il cinismo e naturalmente lo stoicismo stesso.

Seneca, tuttavia, era di salute molto cagionevole e questo lo portò a vivere diversi momenti di sconforto fino quasi a pensare di togliersi la vita, atto che non arrivò mai a compiere in gioventù in parte per affetto nei confronti del padre e in parte per rispetto alla dottrina stoica di cui si fece esponente:

In qualunque situazione della vita, troverai momenti di soddisfazione, di riposo, di piacere, se preferirai giudicare lievi i tuoi mali invece di renderteli odiosi.

Seneca, infatti, ama mettere l’accento sul concetto di responsabilità affermando che la sventura, il dolore e il male non sono eventi che l’uomo si trova passivamente a subire nel corso della sua vita e contro i quali nulla può. Al contrario i dispiaceri e gli ostacoli forgiano il saggio che sa perfettamente come controllare sé stesso e le proprie emozioni in relazione all’esterno e non si illude che la sua sofferenza sia colpa di qualcuno al di fuori di sé stesso.

Nessuno è infelice se non per colpa sua.

In questo caso Seneca non parla di colpa riferendosi al senso di colpevolezza che si prova quando si compie un’azione sbagliata, egli si riferisce invece al senso di responsabilità e sostiene quindi che la felicità o meno di un uomo dipenda interamente da lui, in questo senso l’infelicità diventa una colpa.

Il saggio è consapevole che tutto ciò che gli accade è sua responsabilità, ciò significa che egli ha il pieno controllo della sua vita e sa che non ha senso pensare che siano gli altri, o in generale l’esterno, a determinarlo, ma avviene invece il contrario dato che con i suoi pensieri, sentimenti e azioni va consciamente o talvolta inconsciamente a determinare la sua vita.

Comandare a sé stessi è la forma più grande di comando.

Solo dopo aver raggiunto la vecchiaia il filosofo arriverà realmente a togliersi la vita, in quanto era convinto che sebbene il Saggio dovesse giovare allo Stato (in accordo con l’etica stoica il cui maggior esponente sarà Marco Aurelio), dovesse anche essere pronto a compiere il gesto estremo pur di non compromettere la propria integrità morale.

Secondo Seneca, infatti, la vita è un bene che viene donato all’uomo dalla Natura, ed egli deve essere pronto a restituirla quando la sorte lo richieda o quando egli sia in grado di deciderlo secondo Ragione.

Chi non vuole morire si rifiuta di vivere, perché la vita ci è stata data a patto di morire.

La morte è il termine certo a cui siamo diretti e temerla è da insensato, poiché si aspetta ciò che è certo e solo l'incerto può essere oggetto di timore.

La morte è una necessità invincibile e uguale per tutti:

chi può lamentarsi di trovarsi in una condizione a cui nessuno può sottrarsi?

Il filosofo affrontò quindi la sua morte rimanendo fedele agli insegnamenti che durante la sua vita aveva studiato e predicato, rammentando, prima di compiere il gesto estremo, ai suoi discepoli che le lacrime che versavano non erano coerenti con i principi a cui lui per tutta la vita si era ispirato e che loro dovevano portare avanti. Lasciò loro un monito importante poiché era riuscito a raggiungere l’apatia, cioè il punto d’arrivo dell’uomo saggio che realmente è imperturbabile ai casi della sorte.

Abbiamo visto come la morale stoica che Seneca incarna non vede l’uomo come un essere separato dal Cosmo, ma come un elemento appartenente a tutti gli effetti alla Natura e che ne segue dunque le regole, contro le quali non si ribella perché è conscio del fatto che ci sia qualcosa al di sopra di lui. Il saggio, infatti, non cede alla superbia e non si illude di avere potere illimitato, egli conosce il suo ruolo nel mondo e lo svolge al meglio sapendo che la sua vita e la sua felicità sono in suo potere, ma c’è un destino che è in mano all’universo e lui non può conoscere.

 

Siamo tutti legati alla sorte, alcuni con una lenta catena d'oro, altri con una catena stretta ed avvilente, ma che importa?

Ha messo tutti ugualmente sotto sorveglianza, sono legati anche quelli che ci legano.

La vita è tutta una schiavitù.
Bisogna, dunque, adeguarsi alla propria condizione, lamentarsene il meno possibile, cogliere tutti i vantaggi che essa presenta:

non c'è situazione tanto amara, che l'equilibrio interiore non riesca a cavarne qualche motivo di conforto. Applica la ragione alle difficoltà: diventa possibile che il duro s'ammorbidisca, l'angusto s'allarghi e che il carico, portato avvedutamente, risulti meno pesante.

Questo, naturalmente, non significa che lo stoico si arrende alla situazione in cui vive e la sopporta meglio che può senza provare a cambiarla, al contrario egli è in grado di cambiare innanzitutto la sua prospettiva degli eventi, e solo successivamente modifica realmente l’esterno, conscio che il vero cambiamento viene da dentro.

 

 

Perciò dobbiamo prima chiederci che cosa desideriamo.

Finché vaghiamo a caso, senza seguire una guida ma solo lo strepito e il clamore discorde di chi ci chiama da tutte le parti, la nostra vita si consumerà in un continuo andirivieni e sarà breve anche se noi ci daremo giorno e notte da fare con le migliori intenzioni.
Da nulla bisogna guardarsi meglio che dal seguire, come fanno le pecore, il gregge che ci cammina davanti, dirigendoci non dove si deve andare, ma dove tutti vanno.

E niente ci tira addosso i mali peggiori come l'andar dietro alle chiacchiere della gente, convinti che le cose accettate per generale consenso siano le migliori e che, dal momento che gli esempi che abbiamo sono molti, sia meglio vivere non secondo ragione, ma per imitazione.

Ma che cosa significa vivere secondo Ragione?

Gli stoici definiscono la Ragione come Lògos greco, cioè come il divino principio che regge il mondo. Vivere secondo Ragione, dunque, non significa banalmente compiere scelte razionali, ma vivere in completa armonia con la Natura e compiere scelte dettate dalla reale consapevolezza e coscienza di sé e di ciò che ci circonda.

Non deviare dalla natura ed il formarci sulle sue leggi e sui suoi esempi, è sapienza.