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I DIARI DEL QUARNARO: COSA FATTA CAPO HA

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Mio caro compagno, il dado è tratto. Parto ora. Domattina prenderò Fiume con

le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile

differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile... Sostenete la

Causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio”

Lettera di Gabriele D’Annunzio a Benito Mussolini

Fiume è una cittadina situata al confine tra Istria e Dalmazia. Si affaccia sull’Adriatico e il suo golfo, come tutta la zona, è uno dei punti più battuti dal vento. Se è vero che la penisola d’Istria risparmia il golfo dalla Bora, nulla ripara la città dal Borin, Bora anticiclonica, proveniente dal nord-est e dal monte Nevoso. Da sud è battuto dal Libeccio, con nuvole e piogge e altri venti mediterranei, spesso portatori di cattivo tempo. Il golfo però impedisce il formarsi di marosi, i venti possono solo agitare la superficie del mare. 

Sin dall’infanzia, gli abitanti sono abituati all’uso di barche a vela, anche solo per andare a scuola: così nelle isole imparano a manovrare sul mare. Qui nascono i migliori marinai dell’Adriatico.

Il centro di questo via vai è il porto di Fiume, elemento centrale della nostra storia.

 

Fino al 1918 è inquadrata nel regno di Ungheria, all’interno dell’Impero Austro-Ungarico. 

A partire dalla metà dell’Ottocento l’Impero era divenuto una federazione tra Austria e Ungheria, reclamando tutte le terre della corona di Santo Stefano, quindi anche Croazia e Slavonia, di cui  Fiume costituiva l’unico sbocco sul mare. Motivo per cui l’Ungheria cercò invano di renderla produttiva come la corona d’Austria fece con Trieste, porto principale dell’impero Austro-ungarico, già in grado di rivaleggiare con Venezia.

Eppure l’Impero non si fidava di Trieste. A Fiume vengono collocate gran parte delle strutture della marina imperiale, la cui lingua ufficiale era il “da mar”, il dialetto veneto coloniale. A Fiume, nell’accademia navale della marina imperiale, studiò Miklòs Horty de Nagybànya, più conosciuto come ammiraglio Horthy, reggente di Ungheria tra le due guerre mondiali.

L’importanza strategica della città non si riflette né nell’architettura né nell’urbanistica, tanto è vero che Fiume risulta essere sotto questo punto di vista una città tutto sommato modesta.

 Cartina di Istria e di Fiume 1920

LA SANTA ENTRADA

La Cattedrale di San Vito e il Palazzo del Governo sono le due costruzioni principali. Edificate entrambe tra il 1600 e il 1700, in stile barocco la prima e secondo lo stile tipicamente asburgico il secondo: [molto lungo, con un timpano al centro e con un lungo balcone, che diventerà celebre più tardi].

Pochi altri luoghi sono degni di nota: l’Hotel Europa, due case di tolleranza e la pasticceria Piva. 

La popolazione è prevalentemente italiana, a differenza del vicino borgo di Sussak, abitato prevalentemente da croati. Come nel resto della Dalmazia, la parte italiana della popolazione è quella più abbiente, di tendenza laica e cultura più moderna. 

È questa la cittadina dalla quale, nell’ottobre del 1918, si ritirano gli ungheresi sconfitti. Se ne vanno le truppe e tutto il personale amministrativo, lasciando tutto nelle mani dell’imperial-regio esercito ( o di ciò che ne resta), di etnia prevalentemente croata e comandato dal generale Boroévic.

Il 29 ottobre inizia l’offensiva finale, la Battaglia di Vittorio Veneto, in cui gli Arditi, fanti, alpini e bersaglieri attraversano il Piave e mettono in rotta le truppe austro-ungariche. Lo stesso giorno, a Fiume si raduna il Consiglio Nazionale Fiumano, assemblea costituita dai personaggi italiani più in vista della città. Presidente del comitato direttivo viene nominato Antonio Grossich. Il giorno successivo il Consiglio Nazionale emana il seguente proclama:

Il consiglio nazionale italiano di Fiume, radunatosi oggi in seduta plenaria, dichiara che in forza di quel diritto, per cui tutti i popoli sono sorti a indipendenza nazionale e libertà, la città di Fiume, la quale finora era un corpo separato costituente un comune nazionale italiano, pretende anche per sé il diritto d’autodecisione.

Basandosi su tale diritto il consiglio nazionale proclama Fiume unita alla sua madrepatria, l’Italia.

Il consiglio nazionale italiano considera come provvisorio lo stato di cose subentrato addì, 29 ottobre 1918, mette il suo deciso sotto la protezione dell’America, madre di libertà e della democrazia universale, e ne attende la sanzione dal congresso della pace.”

Perché i cittadini italiani di Fiume si mettono sotto la protezione dell’America? Fanno affidamento ad un discorso tenuto dall’allora presidente degli Stati Uniti d’America, Thomas Wodroow Wilson. In questo discorso, in cui il presidente illustra la sua ricetta per prevenire un altro massacro paragonabile a quello appena terminato, vengono illustrate 14 tesi, passate alla storia come “14 Punti”. Uno di questi parla appunto del principio di autodeterminazione dei popoli, a cui si appella il consiglio nazionale fiumano. Da lì a pochi giorni però arriveranno gli italiani. Prima, il 4 novembre, giorno in cui “la Vittoria sciolse le ali al vento”, giungono i cacciatorpedinieri Emanuele Filiberto, Stocco e Sirtori, al comando dell’ammiraglio Reiner, con il compito di tutelare il nome del Re d’Italia e l’ordine pubblico. Successivamente ad attraccare sarà la corazzata Dante Alighieri

Il 17 novembre entrano a Fiume i Granatieri di Sardegna. Per la popolazione è la “Santa Entrada”. I Granatieri, corpo d’élite del Regio Esercito, sono costituiti in gran parte da ragazzi del’99, giovani e prestanti. Aiuteranno la popolazione flagellata dal colera e dalla spagnola, la terribile epidemia influenzale che flagella l’Europa nei primi mesi del dopoguerra, e la difenderanno dalle angherie degli Alleati della Triplice Intesa. Il giorno successivo infatti, entrano in città accolte dai soli fiumani di etnia croata, le truppe coloniali francesi, che parecchie angherie infliggeranno ai danni dei fiumani. Seguono, a qualche giorno di distanza, unità della marina inglese e poche decine di uomini dell’esercito americano, mandati in qualità di rappresentanti. 

Stemma dei granatieri di Sardegna.

IL TAVOLO DEI BARI

Delle nubi si stanno addensando sul porto istriano-dalmata: le nubi degli interessi degli Alleati, che tuoneranno in tutta la loro potenza a partire da gennaio, in occasione della conferenza di pace in programma a Versailles, magnifica reggia parigina. Ma facciamo un passo indietro: perché il Regno d’Italia entra in guerra al fianco della Triplice Intesa, cambiando campo, e non nelle fila della Triplice Alleanza?

L’Italia entra nella Triplice Intesa, costituita da Francia, Regno Unito e Russia Zarista ( fino alla rivoluzione d’Ottobre del 1917) nel 1915, dopo aver sottoscritto in segreto il Trattato di Londra il 26 aprile.

Le trattative erano state seguite, per parte italiana, dall’allora ministro degli esteri Sidney Sonnino, dal presidente del consiglio Salandra e dall’ambasciatore a Londra, Imperiali. 

Trattato di Londra del 26 Aprile 1915

Sonnino, nato in Egitto da madre inglese, era ritenuto estremamente influenzato dal ministro degli esteri inglese Edward Gray. Parla un discreto inglese e si trova a suo agio in ambiente diplomatico. Fu indirizzato durante la trattativa dalla Loggia massonica di Rito Scozzese.

Antonio Salandra invece, pugliese, giolittiano di ferro, risulterà totalmente inadatto al ruolo di negoziatore: oltre a essere del tutto digiuno della prassi diplomatica, delle finezze cui le trattative che sta conducendo richiederebbero, non parla né inglese né francese, all’epoca lingua ufficiale in ambiente diplomatico. 

È nel trattato di Londra che sono contenuti i prodromi della questione fiumana.

Il trattato definiva con precisione via via decrescente le richieste italiane per quanto riguarda il Veneto settentrionale, l’Istria e la Dalmazia, fino all’imprecisione totale raggiunta riguardo Dubrovnik e le bocche di Cattaro.

Una cosa sola era chiara dal trattato di Londra: Fiume non sarebbe stata italiana, soprattutto dopo le insistenze dell’ambasciatore russo Sazonov, che aveva preso a cuore gli interessi degli slavi del Sud, ovvero serbi e croati, i quali ritenevano fondamentale lo sbocco sul mare che Fiume poteva garantirgli.

Le delegazioni francesi e britanniche non informarono la controparte italiana dell’obbiettivo finale: smembrare l’Impero Austro-Ungarico. Dal canto suo, la delegazione italiana, considerò perfettamente naturale concedere Fiume come sbocco sul mare a una ridimensionata Austria-Ungheria.

Infine gli americani, non avendo partecipato alle trattative, non riconobbero mai il trattato di Londra come valido.

Da sinistra, il primo ministro del Regno Unito Lloyd George, il presidente del Consiglio italiano Orlando, il presidente del Consiglio francese Clemenceau e il presidente degli Stati Uniti d’America Wilson.

A Versailles, a trattare per gli alleati ci sono Lloyd George, testardo primo ministro britannico, definito in modo poco lusinghiero “the Goat” (il caprone) dalla stampa d’oltremanica; George Clemenceau, primo ministro francese, che disprezza chiunque non sia suo connazionale, e il presidente U.S.A. Thomas Woodrow Wilson.

Almeno due sono gli alleati che hanno messo gli occhi su Fiume

Anzitutto la Francia, interessata a limitare l’influenza italiana nei Balcani, appoggia le rivendicazioni del regno degli Slavi del Sud, basate sulla consistente presenza croata nella popolazione di Fiume e del vicino borgo di Sussak, che i croati, erroneamente, considerano come un’unica entità. I francesi vorrebbero, in chiave anti-italiana, installare a Fiume una base della marina militare e un forte, dove stanziare reparti dell’esercito in grado di minacciare i confini orientali italiani in caso di guerra.

Altro alleato interessato a Fiume sono gli Stati Uniti. Il presidente Wilson, nonostante il discorso sui “14 Punti”, è sotto pressione da parte dei lobbisti del petrolio. In Europa il consumo di oro nero è piuttosto basso, non ancora ai livelli americani. Nonostante ciò le grandi compagnie produttrici, una su tutte, la Standard Oil of New Jersey di J.D. Rockefeller, vorrebbero rendere Fiume un porto franco dove godere di un trattamento fiscale e doganale molto più favorevole di quello che otterrebbero a Marghera (Venezia) o a Trieste, con l’obbiettivo di riversare in Europa il petrolio americano. Come capiterà spesso nel ‘900, di fronte agli interessi economici dei grandi trust, i buoni princìpi del presidente di turno vengono confinati in soffitta. Infatti Wilson si rivelerà uno dei più accaniti avversari degli interessi italiani.

La delegazione italiana è costituita dal ministro degli esteri, ancora Sonnino, e dal Presidente del Consiglio, Vittorio Emanuele Orlando. 

Il Presidente del Consiglio è un avvocato siciliano che deve gran parte della sua carriera alla retorica dei suoi discorsi. Non parla inglese né tantomeno francese e, anche a un osservatore inesperto, sembra più adatto alle buie e fumose aule di giustizia di inizio ‘900 che non a una conferenza di pace.

Obbiettivo della delegazione italiana è assicurarsi che le promesse fatte a Londra nel 1915 vengano mantenute e, dato che la guerra è stata condotta in quasi totale autonomia, cercare ulteriori compensazioni territoriali.

Date le premesse però è già complicato far rispettare il Trattato di Londra. Gli americani, come già detto, non lo riconoscono dato che non hanno partecipato alle trattative. Francesi e inglesi non hanno intenzione di rinunciare all’opportunità di ottenere il massimo dalla vittoria ottenuta: fin da subito la delegazione italiana è messa all’angolo.  Trovatosi in difficoltà, Orlando tenta uno stratagemma valido solo nei tribunali provinciali di inizio secolo, mettendosi a piangere nel vano tentativo di suscitare simpatia nei delegati alleati. L’unico risultato che ottiene è il dileggio del presidente Clemenceau. 

A questo punto, deluso e scoraggiato, Orlando non trova di meglio che abbandonare il tavolo delle trattative ( a Parigi rimarrà il solo Sonnino). È il 23 aprile 1919.

Al rientro in Italia, il governo resta comunque in forte difficoltà. Le violente manifestazioni patriottiche e irredentiste obbligano il governo a chiedere la protezione dell’ambasciata americana. 

Se dietro le quinte si tratta per rendere possibile il ritorno dell’Italia al tavolo delle trattative, è Clemenceau a forzare la mano a Sonnino e Orlando comunicando che, con o senza i delegati italiani, i rappresentanti dell’Impero Austro-Ungarico sarebbero comunque arrivati a metà maggio.

Nella notte tra il 4 e il 5 maggio, il ministro degli esteri e il presidente del consiglio sono obbligati, visto il malcelato ricatto francese, a tornare a sedersi sugli scranni parigini, al “tavolo dei bari”. I due avevano chiaro che la loro parabola era al termine, al punto che Orlando cercò un’ultima, disperata mossa. Avvicinato Lloyd George, gli fa presente la necessità di pervenire a una soluzione, pena una possibile crisi parlamentare e di piazza. Alla domanda di George “Se non ci sarete voi, chi verrebbe al vostro posto?” Lapidaria fu la risposta di Orlando: “Gabriele D’Annunzio”.

Il 19 giugno la storia del governo Orlando giunge al termine. Il trattato di pace con l’Austria-Ungheria verrà firmato il 10 settembre, dal governo che subentra a quello di Orlando, quello presieduto da Francesco Saverio Nitti.

VITTORIA MUTILATA

Mentre a Versailles proseguono le trattative di pace, in Italia è in corso una violenta campagna di stampa, per “Fiume irredenta”, sia sui giornali di destra ( “La Tribuna” e “L’Idea Nazionale” ad esempio) sia su quelli “indipendenti”, ad esempio sul “Corriere della Sera”.

rappresentazione della vittoria mutilata

Titoli come “Vittoria Mutilata” e “Vittoria tradita” sono all’ordine del giorno. Soprattutto il primo passerà alla Storia. Coniato da D’Annunzio stesso, diverrà emblema del movimento irredentista che segnerà il periodo di storia italiana tra le due guerre mondiali. Il Vate vuole richiamare alla mente con questa espressione le membra mutilate della Nazione Italiana, sia nel fisico, a causa di mutilati e morti, sia nel territorio, con chiaro riferimento a Fiume

Il Poeta Soldato si spende per la questione fiumana fin dai primissimi giorni del dopoguerra.

Già il 10 novembre nota, con vena polemica, come il sovrano Vittorio Emanuele III sia sbarcato a Trieste e non a Fiume, dove la sua presenza avrebbe mandato un segnale ben più forte.

A gennaio ( 14 gennaio 1919) la “Gazzetta di Venezia” pubblica la “Lettera ai Dalmati”, uno scritto in cui D’Annunzio si scaglia violentemente contro il governo italiano.

Il coinvolgimento del Vate, nella causa fiumana, si fa via via più profondo. Sia con i suoi scritti, pubblicati sul Resto del Carlino, sull’Idea Nazionale di Federzoni e sul Popolo d’Italia di Mussolini, sia coi suoi discorsi. Importante è quello del 6 maggio a  Roma, in Campidoglio,  dove è arrivato su invito del sindaco Prospero Colonna, tenuto all’interno di una manifestazione indetta da organizzazioni combattentistiche, dove sventola il tricolore bagnato del sangue di Giovanni Randaccio, eroe caduto sulle rive del Timavo: la stessa bandiera ricoprirà nel 1938 il feretro del Vate.

D’Annunzio dà sfoggio di mistica e retorica, scagliandosi con vigore contro il governo che, nelle parole del Vate, a Versailles stava interpretando “la sua parte servile fino in fondo”.

“Io… fiso all’arca di Aquileia [la tomba di Randaccio, nel Cimitero degli Invitti], voglio abbrunare la mia bandiera, finché Fiume non sia nostra, finché la Dalmazia non sia nostra. 

Ogni buon cittadino, in silenzio, abbruni la sua bandiera, finché Fiume non sia nostra, finché la Dalmazia non sia nostra.”

Sono parole chiare quelle che il Vate pronuncia in Campidoglio. Il 12 maggio, dopo aver richiesto l’annessione, via plebiscito, di Fiume all’Italia, con due telegrammi ai due rami del parlamento, parla nuovamente, alla mensa degli aviatori, presso l’aeroporto di Centocelle. L’Immaginifico parla ad ufficiali e piloti, scagliandosi contro il presidente del Consiglio Orlando, reo di essere ritornato alla “tavola dei bari” di Versailles, e contro gli alleati. Invita inoltre gli aviatori ad aver fiducia nella prossima “vittoria dell’ala italiana”.

Il governo deve per forza correre ai ripari, deve limitare l’azione di D’Annunzio, che è ancora nei quadri dell’esercito: è tenente colonnello dei Lanceri di Novara. Si tenta di metterlo a tacere, richiamandolo all’ordine e ordinandogli di rientrare a Venezia per presentarsi al comando dal quale dipendeva. La risposta del Poeta-Soldato fu la richiesta di congedo e un ennesimo, durissimo, discorso tenuto in Piazza delle Terme, sempre a Roma, al fianco di giovani Arditi e dei reduci della squadriglia di Francesco Baracca.

Inoltre il governo impedisce così al Vate di parlare il 24 maggio, quarto anniversario dell’inizio della guerra, al mausoleo di Augusto. Ubbidendo agli ordini è costretto ad annullare la sua partecipazione alla commemorazione, rientrando così a Venezia. Il discorso che D’Annunzio avrebbe dovuto tenere viene pubblicato dall’Idea Nazionale. Profondamente contro gli alleati, questa orazione segna la nascita definitiva del mito della Vittoria Mutilata. D’Annunzio ricorda di aver visto la Cattedrale di Reims distrutta dai bombardamenti tedeschi e di aver raccolto un frammento della splendida vetrata dipinta e di un fiordaliso di pietra che ne abbelliva la facciata.

Ora però, afferma il Vate, gli alleati di un tempo stanno umiliando l’Italia. Prima rievoca la Roma antica e i 24.000 caduti sul fronte del Grappa, poi, D’Annunzio ricorda ai lettori che a fronte delle 51 divisioni italiane che si sono battute contro gli austro-ungarici, sopportando sacrifici e privazioni, gli alleati ci aiutarono solo con tre divisioni britanniche, due francesi, una cecoslovacca, armata, addestrata e comandata dagli italiani però, ammonisce l’Immaginifico, a cui si aggiunse un solo reggimento statunitense. L’Italia, a fronte di questo risibile contributo, ha dato il suo contributo su quasi tutti i fronti di guerra: un corpo d’armata in Francia, 5 divisioni in Albania, due in Macedonia, unità sparse in Siria, Siberia, Murmania…

“Stroncata l’Austria rivolgemmo la minaccia contro la Baviera e affrettammo così la resa della Germania”

Il 10 giugno D’Annunzio viene ufficialmente congedato dal Regio Esercito. In quei giorni c’è chi fantastica di un possibile colpo di stato che dovrebbe coinvolgere, oltre D’Annunzio,  anche il Duca da Aosta, Mussolini, Federzoni e il capitano degli Arditi Vecchi. La notizia viene riportata dall’agenzia di stampa romana l’Informatore della Stampa. La notizia certa è che il Vate incontra il Re, a Villa Borghese. Nell’incontro il poeta parla a lungo, ma il colpo di stato non avverrà mai

IL GOVERNO DEI BOIA A GUIDA CAGOIA

Il 19 giugno l’avventura del governo Orlando giunge al termine. A presiedere il governo verrà chiamato Francesco Saverio Nitti. Economista  e meridionalista, è il primo capo del governo nato nel Regno d’Italia. Nato a Melfi, in gioventù si trasferisce a Napoli, dove frequenta ambienti contigui a quelli di D’Annunzio, che all’epoca viveva a Napoli, di cui Nitti sosterrà, nelle sue acide memorie, scritte dopo essere stato accantonato dalla neonata repubblica italiana, di essere amico

Amici o meno, tra i due si scatenerà una dura polemica. Come prima cosa Nitti proverà ad istituzionalizzare il Vate, non potendolo incarcerare o eliminare. Sarebbe più corretto dire che cerca di corromperlo, offrendogli la possibilità di diventare ispettore dell’aeronautica. Si tratta dei soliti mezzucci, tipici del governo e del clientelismo all’italiana. Soprattutto, Nitti, agisce come se fosse possibile corrompere il più grande poeta italiano del ‘900

Francesco Saverio Nitti

Il Vate riceve, nella circostanza anche un telegramma di felicitazioni di Mussolini.

D’Annunzio, da parte sua, definirà il capo del governo “Cagoja”, facendo riferimento a un

“basso crapulone senza patria, né sloveno né croato, né italianizzante, né austricante, che fece qualche chiasso a Trieste nei moti del 3 e 4 agosto [1918]. Condotto davanti al Tribunale, interrogato dal giudice, egli rinnegò ogni fede, rinnego i sozii, rinnegò se stesso”

D’Annunzio già il 22 giugno, comunque, commenta, sull’Idea Nazionale, la formazione del nuovo governo sostenendo che se “ci sarà bisogno di suonar la carica, io la suonerò. E tutto il resto è putredine”.

Il 28 giugno, il Vate, dovrebbe parlare al mausoleo di Augusto. La manifestazione è voluta e organizzata da Giovanni Giuriati, presidente del Comitato per le Rivendicazioni Nazionali. Pressanti sono le misure di sicurezza volute dal governo, con l’obiettivo di ridurre la partecipazione al raduno. In questo caso è D’Annunzio stesso ad annullare il suo discorso. Il testo del discorso, intitolato “Disobbedisco”,  che il poeta pescarese avrebbe dovuto tenere il 28 giugno, viene pubblicato sull’Idea Nazionale viene pubblicato due giorni dopo. In toni sono molto caustici nei confronti di Nitti. Il Vate, ricordando le sue imprese belliche nel conflitto appena finito, attacca il capo del governo

“Se seguissi il mio istinto, io stasera con le latte di benzina che avanzarono alla Beffa di Buccari, andrei a bruciare Palazzo Braschi, infischiandomene della bella scalinata di Pio VI.”

Continua poi il Poeta Soldato 

“ Con un delle mazze ferrate a spunzone, che prelevai dal bottino del Faiti, andrei a sgonfiare il ciccioso dirimpettaio del Tritone [Nitti, che risiede all’hotel Bristol, piazza Barberini, di fronte alla fontana del Tritone del Bernini][…]

Con le mie vecchie ali carsiche cento e cento volte forate, calando a cinquanta metri dal lucernario, come come dal cielo dell’Ermada sulle fanterie austriache nel mio tempo gaio, mollerei su Montecitorio tutto il carico di bombe che risparmiai a Schoenbrunn”

Immagine di volantino goliardico di Gabriele D’Annunzio: Francesco Saverio Nitti, presidente del consiglio nel momento del colpo di mano a Fiume, non seppe opporsi, e fu battezzato ‘Cagoja’ da Gabriele D’Annunzio  (proprietà di Archivio fotografico Scala.)

D’Annunzio vorrebbe infatti bruciare il palazzo del governo ( Palazzo Braschi), picchiare Nitti con una mazza ferrata e bombardare il parlamento.

La manifestazione in cui D’Annunzio avrebbe dovuto tenere questo discorso era stata voluta da Giovanni Giuriati: il Vate vi collabora attivamente, inviandolo più volte sull’altra sponda dell’Adriatico. Si reca più volte a Fiume ad incontrare  Grossnich, nel frattempo nominato podestà della città irredenta, e Giovanni (Nino) Host-Venturi, ardito, capo dei Volontari Fiumani.

VESPRI FIUMANI

Ad agosto, si registra un altro fatto importante in quel di Fiume.

Fin dall’arrivo delle truppe alleate, nel novembre ’18, le truppe francesi erano apparse più orientate a proteggere e favorire la popolazione croata. La tensione continuava a montare e a luglio raggiunge il punto critico. Si comincia il 29 giugno: soldati francesi inneggiano alla Jugoslavia, in una via abitata da italiani. Si continua il 2 luglio. Le soldati coloniali francesi, ubriachi, strappano delle coccarde tricolori indossate da ragazze fiumane. La reazione della popolazione italiana è veemente. Viene assaltato il Circolo Croato. L’episodio definitivo è il 6 luglio. Questa volta non si tratta solo di “legnate”. Lo scontro è duro, vi prendono parte Granatieri, con bombe a mano e moschetti, marinai della Dante Alighieri e dell’Emanuele Filiberto e civili fiumani. Intervengono i fanti di marina del San Marco a tentare di sedare lo scontro. Gli annamiti, soldati coloniali francesi, soffrono la perdita di 9 uomini. 3 sono i feriti da parte italiana. L’episodio passa alla storia come i “Vespri Fiumani“.

Immediatamente si leva la polemica da Versailles. Il comando alleato pretende provvedimenti da parte del governo italiano. Da parte sua, Nitti, già sulla difensiva sulla questione fiumana, non trova di meglio da fare che sostituire i Granatieri con i fanti della brigata Regina, ritenuti più fedeli al governo

Il 24 agosto, nella mattinata, Reina, maggiore dei granatieri, legge l’ordine di partenza, per la mezzanotte successiva.

I Granatieri però non vogliono, non possono andarsene così: come ladri, di nascosto.

Volantino di invocazione ai Granatieri affinché non abbandonino Fiume. Archivio di stato

O FIUME O MORTE!

Nel pomeriggio, si radunano, a Sussak, il capitano Giuseppe Sovera, il tenente Frassetto e Rusconi, i sottotenenti Claudio Granjacquet, Rodolfo Cianchetti, Lamberto Ciatti, Enrico Brichetti e Attilio Adami. Una delegazione si reca da Grossich. Sono pronti a rimanere se la popolazione lo chiede, ma Grossich prende tempo. Senza interpellare il consiglio fiumano però, Grossich non può fare nulla. Prendono anche contatto con Host-Venturi, potrebbero sollevarsi con la legione fiumana. Host-Venturi li dissuade: non è il caso di dare altri pretesti agli alleati, potrebbero rinforzare la posizione jugoslava.

I congiurati prendono allora in considerazione l’idea di agire da soli. C’è solo una persona di cui si fidano, cui si possono rivolgere. È Nicolina Fabris, sessantenne, irredentista fin da giovane età. È detta la”mamma dei granatieri”, parla un veneto cantilenante: “Benedeti fioi, el posto ve lo trovo, ma dopo cosa xe che faré?” pare abbia detto ai granatieri, rispondendo alla richiesta di un nascondiglio.

Alle 18 i congiurati apprendono che la partenza è posticipata, grazie all’intervento di influenti fiumani. 

La popolazione è in fermento. Dalla una del mattino, Piazza Dante, è colma di gente. Alle tre gruppi di ragazzi, con campanacci, percorrono le vie della città per richiamare la gente. Alle 4, dai quartieri popolari, giungono anche gli operai. È presente anche la fanfara.

I Granatieri incontrarono, via via, sempre più persone. Praticamente una marea umana. La folla ostruisce il passaggio dei militari, anche gettando a terra tricolori, che i Granatieri non avrebbero mai calpestato. Lentamente i Granatieri raggiungono la stazione. 

Labaro relativo all’impresa fiumana recante la scritta “Fiume o morte!”

Nel frattempo i congiurati si svegliano a Mattuglie, dove si erano accampati. Nemmeno la Malvasia ha sciolto la tensione e la tristezza. Convinti di essere considerati disertori, si mettono in marcia per la stazione più vicina. Il loro battaglione li attende davanti alla stazione. Chiedono a un ferroviere per che ora è previsto il passaggio del treno: le sette. Basta uno sguardo. Non possono andarsene così. Entrano nell’ufficio del capo stazione, recuperano dei gessi e vernici

Vogliono donare un ultimo saluto a Fiume. Sulle carrozze del treno, sotto lo sguardo di due carabinieri interdetti, scrivono “Fiume o morte!”, “Fiumani, i Granatieri vi hanno nel cuore!” e “Non vi abbandoneremo!”. Da quel momento, su ogni spazio disponibile, il treno viene coperto da motti vari, intercalato dall’immancabile “Fiume o morte!”.

La meta del viaggio, rivelata dopo la partenza, è Ronchi. È un piccolo centro, famoso perché qui, nel 1882, viene catturato Oberdan. A Ronchi resta solo il battaglione dei congiurati. 

All’alba del 26 sui giornali appare la prova del tradimento. L’Intesa ha imposto lo sgombero delle milizie italiane da Fiume. Saranno sostituite da poliziotti maltesi, con il compito di garantire piena attuazione dei trattati. È la prova del tradimento. 

A Ronchi i sette congiurati si radunano nuovamente. Da questo momento passeranno alla storia come i Giurati di Ronchi. L’idea è liberare Fiume con un’azione di forza. Il secondo battaglione Granatieri, forte di circa trecento uomini, si incaricherà dell’azione. Il motto è “O Fiume o Morte!” Bisogna però trovare una guida, qualcuno che abbia le doti carismatiche necessarie per porsi alla testa dell’impresa. Il maggiore Reina, che comanda il battaglione dei congiurati, è titubante. È una decisione gravosa quella che si chiede a un militare di carriera come lui. Alla fine gli si sta chiedendo un atto di insubordinazione senza precedenti per la, seppur breve, storia dell’Italia unita. Certo, diverso sarebbe se il comando dell’operazione fosse nelle mani di un grande nome. Inizialmente si pensa a Sem Benelli, drammaturgo,  autore della “Cena delle Beffe”. Si pensa a Luigi Federzoni, a Peppino Garibaldi. Ma il nome giusto è quello di d’Annunzio. Il Vate è stato impegnato attivamente nella causa fiumana fin dall’inizio, è ufficialmente impegnato nella preparazione del raid Roma-Tokyo, da compiersi in aereo. È per caso che il capitano Sovera lo incontra Venezia. È in licenza in Italia per ritirare la lettera di congedo. Si deve recare a Parma e mentre transita per Venezia il Vate lo riceve presso la Casetta Rossa, sul Canal Grande, dove d’Annunzio risiede. Sovera gli manifesta le loro intenzioni. D’Annunzio chiede che uno dei congiurati si rechi a Venezia per meglio illustrare la situazione. È un eroe, una leggenda vivente e, soprattutto, è ben più alto in grado del maggiore Reina, che si può porre au suoi ordini. È la figura adatta. Pare anche che, il Vate, riceva, in quei primi giorni di settembre, la visita di un altro personaggio importante, che si muove a lungo sullo sfondo di questa vicenda. Il Duca D’Aosta, comandante della Terza Armata, detta “l’Invitta”. In questo incontro, non confermato, il Duca e il Poeta Soldato, amici intimi, pare abbiano parlato anche della questione fiumana. Il Duca avrebbe garantito una certa libertà di manovra all’Immaginifico. Negli ambienti dell’esercito sono in molti che vedrebbero di buon occhio un’azione di forza per liberare Fiume. Addirittura Badoglio si dichiara pronto a marciare con 5 corpi d’armata su Lubjana, combattendo anche Inglesi e Francesi qualora si rendesse necessario.

Il 5 settembre il sottotenente Grandjaquet viene ricevuto alla Casetta Rossa. Il Vate è febbricitante ma accetta con entusiasmo di guidare l’operazione. L’appuntamento a Ronchi è per il 7, due giorni dopo. Grandjaquet riparte immediatamente e, insieme ai Giurati,  prende contatto sia con Host-Venturi e con il Consiglio Nazionale, specialmente con Grossich e Gigante.

Appreso che sarà d’Annunzio a guidare l’azione, il consiglio nazionale fiumano, invia all’Immaginifico una delegazione, a testimoniare la propria approvazione.

D’Annunzio ha promesso ai granatieri di arrivare a Ronchi il sette settembre. Ma la febbre perdura, si pensa addirittura il Vate abbia contratto la terribile spagnola. Nel frattempo ne approfitta per avere ospite il generale Grazioli e fissare una nuova data. La notte tra l’11 e il 12 settembre. L’11, come in occasione della baia di Buccari, è considerato numero bene augurante dal poeta pescarese. Ma il motivo è anche terreno: il 13 verrà dislocato a Fiume un reparto di polizia maltese, per dare attuazione ai trattati.

Bisogna agire in fretta. Ricevuta la conferma della data è Reina a contattare l’autoparco di Palmanova del Friuli. È il capitano Salomone, comandante di questo autoparco, a garantire che al momento della partenza, i granatieri avranno i necessari autocarri.

Ancora il 10 settembre, il tenente Frassetto, giunto a Venezia, trova d’Annunzio debilitato. La febbre è ancora alta. Ma la tempra del poeta è forte. Vuole solo notizie dei “suoi” granatieri e garantisce che il giorno dopo sarà al suo posto.

Così è. La mattina successiva, con un motoscafo dell’ammiragliato, procurato anche questo in modo rocambolesco, d’Annunzio salpa da Venezia. Indossa la sua uniforme dei Lanceri di Novara, coperto da uno spencer nero di astrakan, per combattere il freddo che la febbre fa sentire al Vate.

Rappresentazione della marcia verso Fiume

Arrivato a Mestre d’Annunzio sale su una Fiat Itala rossa. È decorata con la Madonna di Loreto, protettrice degli aviatori. Con lui Frassetto e l’attendente Italo Rossignoli.

Il Vate arriva a sera. La febbre è tornata alta, riposa qualche ora su una brandina di ferro. Sono ore d’angoscia visto che non arrivano tutti gli autocarri promessi. Salomone, un imboscato, non se l’è sentita, di mantenere la promessa fatta. D’Annunzio e i Giurati sono pronti anche ad andare da soli, con l’Itala rossa.

È qui che entra in scena un altro Eroe della guerra italiana. È stato un pilota, l’Asso di Cuori della squadriglia di Francesco Baracca, l’Asso degli Assi, il Cavallino Rampante. È un poeta, futurista. La sua vita, un avventura costante, che merita ( e avrà) un capitolo a parte. È Guido Keller. Con i tenenti Benaglia e Beltrami si è recato a Palmanova. Tira giù dal letto a forza Salomone e gli intima di rispettare la promessa. Quando questo nega nuovamente i mezzi promessi i tre gli spianano le pistole Gliesenti in faccia. Rifiutare, per il comandante dell’autoparco, è impossibile. Vengono concessi trentacinque autocarri Fiat 15 ter e cinque autoblindo Lancia Ansaldo I.Z. Quando arriva al cospetto del Vate, Keller gli consegna un mazzo di rose rosse. D’Annunzio, febbricitante, arso dalla sete, sale sulla fiat 501, sugli autocarri si imbarca il I battaglione dei Granatieri di Sardegna, forte di 20 ufficiali e 282 Granatieri. 

Sono le 5 del mattino di venerdì 12 settembre 1919. Cosa fatta capo ha, i liberatori si mettono in marcia. Nel silenzio. Obbiettivo: O Fiume o Morte!