Il Potere e la Ribellione

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LA FASE 2: LA TEORIZZAZIONE


Come si evince dalla fase precedente il potere rappresenta ed è rappresentato da un sistema di ruoli, relazioni e rapporti di forza costruiti con il fine di esercitare il dominio stesso. Questa architettura diviene, nella fase di teorizzazione, il nuovo aspetto con cui la ribellione deve relazionarsi.
La nuova fase infatti consiste nel pensare e proporre un modello alternativo a quello rappresentato dal Potere Dominante. Basti pensare alla storia di ogni ribellione o rivoluzione: vi è sempre uno scontro tra un modello precedente e assodato e uno nuovo proposto in alternativa al primo.
È altresì da notare che la fase in questione prevede degli esiti differenti rispetto quelli a cui si potrebbe auspicare da una rivolta estemporanea, più inerenti alla fase zero o al massimo alla fase uno; contrapporre al Dominante un modello alternativo, che cambi radicalmente l’architettura di cui il potere si serve per potersi manifestare, può avere solo due conseguenze: la sconfitta della ribellione con la sua naturale estinzione, o la vittoria con la sua naturale affermazione al posto di Dominio.
Questa fase di teorizzazione acquisisce un’importanza pari a quella di passaggio tra l’età adolescenziale e quella adulta, in cui la proposta di una tesi alternativa comincia a svincolare la ribellione stessa dal suo legame dialettico con il Potere.
Si acquisisce una nuova espressione di Potere, espressa dalla Possibilità di creare.
Il limite di questa fase è rappresentato dalla dimensione astratta che la contraddistingue, che potrebbe rendere difficoltosa la sua concretizzazione.
In termini assoluti è la fase dell’Io sono Quello, e la relazione con il Potere Dominante rimane conflittuale ma non è più subordinata. Il confronto può rimanere dialettico ma l’incontro tra i due modelli difficilmente non produce attrito.
Questa fase inizia a rendersi pericolosa per il Potere Dominante perché il creare una struttura alternativa sia nei contenuti che nelle forme principali, anche se in forma astratta, lo pone realmente in discussione e in potenziale pericolo di essere sostituito.


Le opportunità che egli ha ancora, qualora dovesse ritenere pericolosa la teorizzazione, sono:
• reprimere la ribellione da un punto di vista teorico, smontando le tesi che la sostengono e rinforzare così le proprie
• integrare gli aspetti espressi dalla ribellione che possono fare maggior presa sulla popolazione e rendere la ribellione quindi inutile.


FASE 3: LA CONCRETIZZAZIONE


Dopo la dimensione astratta della fase di teorizzazione, la costruzione dell’identità che la ribellione produce approda alla fase definitiva, grazie alla dimensione concreta di azione.
Intimamente legata alle fasi precedenti, la forza di questo momento consiste nell’incarnare la costruzione dell’identità nell’agire concreto, e proprio nel fare si accede alla dimensione più intima che veicola ogni forma di identità: la coscienza. A differenza della fase di teorizzazione, che si concentra sulla costruzione di un’architettura alternativa a quella Dominante, questa fase si concentra sullo sperimentare direttamente i contenuti e i principi espressi nelle tesi ribelli. La dimensione astratta perde valore nella misura in cui ciò che viene teorizzato non può essere sperimentabile né integrabile all’interno dell’azione concreta. Il principio o il valore ispirante che riesce ad essere veicolato, invece, prende forma e può essere impiegato nelle differenti forme di azione che il ribelle riesce a mettere in atto.
Nonostante sia la prima fase conclusiva di questo approfondimento sulla ribellione, non è scevra da difficoltà o limiti: in primis la dinamica concreta rischia di dare il via ad un eccesso di pragmatismo, che andrebbe a far perdere il senso primo della Ribellione stessa. Troppi sono gli esempi di rivoluzioni e ribellioni finite a ricalcare le stesse orme del Dominante precedentemente sconfitto, quante quelle che si sono schiantate ancor prima di vincere di fronte al macigno di un’assenza etica, ideale o spirituale.

In secondo luogo l’insopportazione di vedere inevitabilmente corrotto il Valore o il Principio incarnato nell’azione: quando un Principio precipita nella realtà diventando azione, inesorabilmente perde parte della sua perfezione ideale. Di fronte a questa presa di coscienza ci possono essere reazioni di abbandono e scoraggiamento, che possono portare fino al nichilismo da parte di chi è rimasto ancora troppo legato alla fase idealistica della teorizzazione, oppure a reazioni che possono portare all’eccesso di pragmatismo da parte di chi non è entrato in pieno nella fase precedente.


LA CHIAVE DI LIBERAZIONE


La forza di questo momento consiste nel diventare ciò che si è precedentemente intuito e teorizzato. Apparentemente si sperimenta un nuovo Potere, espresso nella Possibilità di Fare, ma in realtà il vero Potere che si sperimenta è la Possibilità di Essere, e conseguentemente viene l’agire come suo naturale sviluppo. In questa sede si Può Fare in relazione a quanto Si È. Questa che è la chiave di liberazione dal rapporto dialettico con il Dominante: Più Sei, Più Puoi, quindi più Potere hai.
È la fase dell'Io Sono, e il rapporto con il Dominante passa in secondo piano venendo considerato solo come contingenza: è utile nella misura in cui possa aiutare la chiave di liberazione azionando le precedenti fasi, andando a sviluppare quegli aspetti ancora non elaborati nel Ribelle che ormai è soggetto autonomo. Esaurita la relazione dialettica, il conflitto è superato e in caso diventa un mezzo pratico di cui disporre per difendersi o per sferrare quello che sarebbe solo il colpo di grazia.
Questa fase è veramente pericolosa per il Potere Dominante, che in assenza di rapporto dialettico si trova disarmato. La sua possibilità di sopravvivenza si restringe principalmente nel rapporto di forza favorevole, per cercare di contenere un eventuale dilagare della ribellione su larga scala.
Da un punto di vista più sottile invece ha ancora un'arma: in ultima analisi è proprio questa fase di azione che può portare con sé dei limiti trasformativi.
Se per qualche ragione il paradigma che regge la Chiave di Liberazione dovesse essere invertito, come spesso accade in realtà, si andrebbe a bloccare la funzione trasformativa di questa fase, e si vedrebbe l’arenarsi della spinta energica della Ribellione stessa, che va a coincidere con la formazione e l’affermazione dell’Identità.
Se questa fase, che è quella dell’Io Sono quindi Posso, diventasse la fase dell’Io Posso quindi Sono, si andrebbe a mettere un sasso nel meccanismo virtuoso che si è andato a costruire.
In questa sventurata quanto frequente eventualità, la fedeltà ai Principi a cui il Ribelle si era ispirato e che serviva incarnandoli viene meno, e lentamente si osserverebbe un ritorno alla meccanicità pulsionale di un agire vuoto di significato con dei momenti di giustificazionismo strumentale.
Se questo aspetto non dovesse andare in porto nulla potrebbe fermare l'inesorabile cammino del Ribelle che in conformità con Sé stesso, con le proprie qualità innate e con quelle acquisite, procederebbe vittorioso.


Per evitare che questa caduta avvenga o che intacchi definitivamente l'azione ribelle servirebbe mantenere una costante dedizione al dominio di Sé, come vedremo nel prossimo articolo.