Per la Contea!

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Nell’articolo precedente abbiamo visto il profondo rapporto di rispetto e cura che gli Hobbit dimostrano nei confronti del proprio territorio, ovvero la Contea.

Ma c’è anche un altro elemento fondamentale che emerge: si tratta di quell’amore assoluto che porta a mettere in gioco la propria Vita, a versare il Sangue, proprio e altrui, nella difesa della propria Terra dalle minacce.

Gli Hobbit, si sa, non sono esattamente il prototipo del guerriero né a livello fisico né a livello caratteriale: essere alti al massimo un metro e mezzo e avere un’indole pacifica sono aspetti che non aiutano ad essere temibili in battaglia né ad incutere particolare timore negli avversari.

È un fatto, però, che J.R.R. Tolkien ci racconti qualcosa di diverso: nel Signore degli Anelli e nelle sue appendici, leggiamo che per ben due volte la Contea è stata oggetto di invasioni, e in entrambe le occasioni gli Hobbit sono stati in grado di liberare la loro amata Terra contando solo sulle proprie forze.

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Per secoli, la terra dei Mezzuomini era stata protetta dai raminghi del Nord, discendenti dei Númenoreani. Circa trecento anni prima della Guerra dell’Anello, però, una tribù di Orchi sfuggita ai raminghi si lanciò in una scorribanda ai danni della Contea: le spregevoli creature credevano di avere a che fare con una preda facile. Ma il Conte Hobbit Brandobas Tuc, antenato di Pipino, non esitò a radunare le milizie Hobbit, una sorta di forza difensiva cui spettava l’estrema difesa della Contea, per fronteggiare la minaccia imminente.

Brandobas, descritto come il più alto Hobbit mai esistito, abbastanza da montare a cavallo, era perfettamente conscio che uno scontro fisico prolungato con gli Orchi avrebbe portato a una pesante sconfitta con numerose perdite tra le file di Mezzuomini. Decise quindi di compiere un estremo atto di coraggio: spronò al galoppo il suo cavallo, andando in carica verso il capo degli Orchi, Golfimbul, come un campione di un esercito antico che sfida quello dell’esercito rivale.

Il risultato? Gli staccò la testa di netto dal collo con un pesante colpo della sua mazza da guerra.

A questo punto gli orchi, vedendo la testa del loro capo rotolare in una tana di coniglio, si diedero alla fuga. Come nelle migliori tradizioni militari, gli Hobbit, tutt’altro che sprovveduti, invece di accontentarsi di aver messo in fuga il nemico, ne approfittarono per andare alla carica e fare strage degli Orchi.

Fu così che quell’atto di eroismo, compiuto a rischio della propria Vita, salvò la Contea: Brandobas, conosciuto da allora come Ruggitoro, dimostrò il coraggio nascosto nei Mezzuomini, distruggendo un nemico che pensava di avere a che fare con una popolazione inerme e remissiva, e garantendo altri 300 anni abbondanti di quiete per la Contea. Un atto degno di un grande condottiero: pochi tra i comandanti di eserciti hanno combattuto alla testa dei propri uomini in prima linea, riuscendo a cambiare le sorti di un combattimento con le proprie azioni e la propria presenza, più ancora che con i propri ordini.

Brandobas, inoltre, ha compiuto anche un’altra “impresa” che contraddistingue i grandi condottieri, nonostante si tratti di un aspetto meno eclatante della vittoria in battaglia.

Gli Hobbit, come alcune popolazioni dell’età Antica, sono divisi in tanti clan costituiti da famiglie o gruppi di famiglie legate da comuni antenati; la similitudine più immediata si può riscontrare nei Celti.

Nonostante i legami di parentela, spesso questi clan sono profondamente divisi da antiche rivalità e gelosie, come nel caso dei parenti di Bilbo, i Sackville-Baggins.

In un momento di pericolo per la propria Terra, però, i clan devono superare le divisioni e fare fronte comune contro il nemico: Brandobas, come i grandi condottieri, è riuscito a radunarli attorno a sé, facendo loro dimenticare divisioni e litigi per formare un esercito unito da guidare in battaglia.

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Ma quella che abbiamo appena visto, non è stata l’unica occasione in cui la Contea è stata minacciata.

Al termine della Guerra dell’Anello, con la scomparsa di Sauron, il Male era stato sconfitto ma non annientato definitivamente. Non tutti gli oscuri avevano deposto le armi, anzi, tra loro ce n’erano molti ancora in grado di combattere: erano coloro che avevano servito Sauron come sottoposti e non come schiavi, senza quindi che la loro volontà dipendesse unicamente da quella del Signore Oscuro, venendo poi annientata assieme a quest’ultimo. Essi covavano ancora sentimenti di vendetta, e Saruman era uno di loro. Da tempo aveva messo gli occhi sulla Contea, dapprima foraggiando Hobbit scontenti per acquisire terre e prendere sempre più potere, arrivando infine ad instaurare un regime dittatoriale con lo scopo di distruggere la Contea. Al vertice venne posto Lotho Sackville-Baggins, geloso di Bilbo e Frodo per le ricchezze acquisite da Bilbo nel suo viaggio al fianco dei Nani, che sperava di ereditare: la lunga vita di Bilbo però lo aveva impedito. Lotho divenne così il burattino, la faccia del nuovo regime dell’Istaro decaduto che voleva vendicarsi di Gandalf e dei quattro Hobbit che riteneva la causa della sua caduta.

Il braccio armato di questo regime consisteva in bande di uomini reclutati a Brea e nelle zone limitrofe, ansiosi di impadronirsi delle ricchezze della Contea, più alcuni mezzorchi salvatisi dalla disfatta di Isengard: queste truppe improvvisate erano chiamate Ruffiani. Appena instaurato il regime, Saruman fece sì che iniziasse la sistematica distruzione della meravigliosa terra dei Mezzuomini: mulini convertiti in fabbriche che inquinavano aria ed acqua, demolizione di vecchi edifici per fare spazio a nuovi fabbricati, orribili e fatiscenti, taglio indiscriminato di alberi…

Molti Hobbit vennero incarcerati, in quanto considerati “dissidenti”, invisi al nuovo padrone della Contea. Ma non è così semplice spezzare il legame tra il piccolo popolo e la loro amata Casa. Una prima resistenza si radunò attorno al clan Tuc, che già una volta si era erto a guida degli Hobbit in difesa della propria Terra minacciata. Fu il padre di Pipino, capofamiglia dei Tuc, a scacciare i Ruffiani da Tucburgo e dalle altre terre del clan. Il ritorno dei quattro membri della Compagnia, poi, segnò il momento della riscossa: sotto la guida di Frodo, affiancato dal fido Sam, con il comando militare affidato a Merry e Pipino, gli Hobbit sbaragliarono l’esercito di Saruman, i cui Ruffiani vengono annientati nella battaglia di Lungacque: i Mezzuomini combatterono con valore ed astuzia, sconfiggendo grazie ad un’imboscata un esercito meglio equipaggiato, più forte dal punto di vista fisico e presumibilmente più organizzato. Lo sconfissero, soprattutto, senza chiedere l’aiuto degli Umani e degli altri Popoli Liberi, che sarebbero volentieri accorsi in aiuto dei loro piccoli amici. Non venne ritenuto necessario: la Contea è affare degli Hobbit.

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Di nuovo il Piccolo Popolo, con il suo coraggio, ci dona il suo insegnamento: ogni Uomo che ami la propria Terra, che ad essa è legato nel profondo dell’anima, è disposto anche al sacrificio ultimo, quello della propria Vita, per difenderla.

Non è un caso che, sin da quando i quattro coraggiosi Hobbit iniziarono il viaggio per distruggere l’Anello del Potere e proteggere la loro casa, ogni volta che si gettano nella mischia ricordano al Mondo che loro combattono per la Contea!

Come già detto nello scorso articolo, oggi la propaganda è martellante. Oltre a volerci vedere ecologisti per finta, vorrebbe convincerci che tra l’Uomo e la Terra natìa non esista alcun legame.

In un mondo che alcuni vorrebbero senza confini, non certo in nome della fratellanza ma piuttosto dell’economia e del commercio per permettere la sfrenata circolazione di merci (e persone), l’interesse dei potentati economici ci vuole senza Radici, senza veri legami, privi di un’Identità definita, in modo da obbligarci a cercare quell’Identità nei brand e nei beni di consumo che il mercato ci offre.

Questo ha condotto verso una generazione di “profughi da sé stessi”, gente che abbandona la propria Terra fisicamente portando con sé le stesse abitudini in un altro luogo, continuando a fare esattamente quello che faceva a casa. Una generazione che trova in questa migrazione la stessa soddisfazione egoica che trova l’ecologista occasionale dopo che ha acquistato l’ultimo modello di auto elettrica. In sostanza è una generazione che teme le differenze, che vuole tutto grigio e appiattito, che vuole viaggiare in ogni dove ma pretende di trovare sempre le stesse cose, per zittire quella voce interiore che gli ricorda che anela solo una cosa: tornare a Casa.

Per questo chi ama la propria Terra viene additato con termini dispregiativi, visto che chi non ha Identità disprezza e soprattutto invidia chi la possiede, dato che solo chi conosce Sé stesso avrà la serenità di chi non ha bisogno della ricerca spasmodica di qualcosa che già custodisce, e non avrà mai paura a relazionarsi con l’Altro, ovvero con chi è “diverso”, e di conseguenza a rispettare e celebrare ciò che rende unici noi e gli altri.

Sarebbe interessante porre la questione agli Hobbit, l’affascinante popolo creato dalla geniale penna del Professor Tolkien, anche se la risposta la conosciamo già. Un Hobbit sa chi è, sa da dove viene e sa per cosa vale la pena di sacrificarsi: per la Contea!

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