NIETZSCHE
Il Filosofo dell'Oltreuomo
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“E l'uomo, nel suo orgoglio, creò Dio a sua immagine e somiglianza.” 

Con quest’affermazione ispirata alla filosofia di Feuerbach, Nietzsche propone la sua tesi riguardo la genesi della religione e quello che è il rapporto tra Dio e l’uomo: nell’accezione comune si afferma che Dio ama gli uomini poiché li ha creati, e che la creazione stessa altro non è stata se non un atto d’amore, il filosofo al contrario sostiene che l’uomo, avendo creato Dio, lo ama come estensione di sé stesso e come qualunque creatore ama la propria creatura. 

La critica nietzschiana alla divinità si riferisce in particolar modo al Dio giudaico-cristiano che, dopo essere stato protagonista della storia d’Occidente a partire dalla caduta dell’Impero Romano, non è più sintesi dei principi e valori cui l’intera Europa era soggetta, perdendo quindi il suo significato e la sua importanza con l’avvento della modernità e con gli sviluppi scientifici e tecnologici che essa ha portato con sé. 

Nietzsche afferma inoltre che, di fronte ad una realtà che risulta essere sempre più contraddittoria e disarmonica, l’uomo ha utilizzato la religione per proteggersi dal mondo convincendosi che l’universo sia retto da un Dio che è Provvidenza. Questo per il filosofo rappresenta un errore al quale si può porre rimedio solo mediante l’ateismo assoluto, ma il suo scopo non è dimostrare che Dio non esiste, a differenza di Feuerbach, ma prendere atto del declino della fede in Dio. 

Per esprimere tutto questo, Nietzsche afferma che Dio è morto, ma cosa intende precisamente il filosofo con questa celeberrima dichiarazione? 

In contrasto con Feuerbach, il quale ribalta la visione idealistica hegeliana nei confronti del finito e dell’infinito con lo scopo di dimostrare che l’uomo è il creatore di Dio e di affermare dunque che è dalla materia che è nato lo spirito, Nietzsche si concentra maggiormente sul valore che Dio ha avuto e ha nella vita dell’uomo. 

Feuerbach porta una tesi materialista: egli distrugge il sacro affermando che il più riuscito ed evoluto prodotto della natura ha creato lo spirito, che altro non è se non un suo fantasma proiettivo. Nietzsche rompe nettamente con il materialismo antropologico del suo predecessore dal momento che per lui la morte di Dio non rappresenta la morte del Sacro e dello Spirito, ma la morte di valori che ormai non hanno più nulla da insegnare e non sono più simbolo e specchio della società.  

La morte di Dio rappresenta per Nietzsche la morte dell’ordine illusorio che l’uomo ha creato per affrontare il caos, rappresenta la morte delle certezze dell’umanità, la morte della prospettiva ultraterrena con cui l’uomo stesso tenta di rassicurarsi e darsi uno scopo.   

La dissertazione di Nietzsche però si spinge ancora oltre nel momento in cui il filosofo afferma che: 

“Dio è morto! Dio resta morto! E noi l'abbiamo ucciso! Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini?” 

Secondo il filosofo l’uccisione di Dio è avvenuta nell’indifferenza e nella disattenzione dell’uomo mediocre che, addomesticato e vile, ha compiuto quest’atto senza tragedia: ciò significa che egli non ha preso consapevolezza del suo gesto e non è arrivato ad affrontare il vuoto che si genera quando ci si libera delle credenze ultraterrene. La morte di Dio, intesa come liberazione dagli ideali e dai valori morali della religione cristiana, e in senso più ampio intesa in realtà come la liberazione da ogni valore morale ultraterreno, aprirebbe la strada all’evoluzione dell’uomo che non è più vincolato ad un essere superiore. 

Allo stesso tempo però il filosofo afferma che l’uomo ancora non si è reso conto del suo atto, perché l’accettazione di quanto è stato compiuto lo porterebbe inevitabilmente alla disperazione e al nichilismo, figlio del nulla generato dalla perdita dei valori. 

L’aforisma di Nietzsche che senza dubbio meglio presenta il suo pensiero circa l’assassinio di Dio è il numero 125 della Gaia Scienza: 

“Avete sentito di quel folle uomo che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: 

"Cerco Dio! Cerco Dio!". 

E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. 

"È forse perduto?" disse uno. "Si è perduto come un bambino?" fece un altro. 

L'uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: 

"Dove se n'è andato Dio? – gridò – ve lo voglio dire! L'abbiamo ucciso – voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci dette la spugna per strofinare via l'intero orizzonte? Che mai facemmo per sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora? Dov'è che ci moviamo noi? Via da tutti i soli? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non si è fatto piú freddo? Non seguita a venire notte, sempre piú notte? Non dobbiamo accendere lanterne la mattina? Dello strepito che fanno i becchini mentre seppelliscono Dio, non udiamo ancora nulla? Non fiutiamo ancora il lezzo della divina putrefazione? Anche gli dèi si decompongono! Dio è morto! Dio resta morto! E noi lo abbiamo ucciso! Come ci consoleremo noi, gli assassini di tutti gli assassini? Quanto di piú sacro e di piú possente il mondo possedeva fino ad oggi si è dissanguato sotto i nostri coltelli – chi detergerà da noi questo sangue? Con quale acqua potremmo lavarci? Quali riti espiatòri, quali sacre rappresentazioni dovremo noi inventare? Non è troppo grande, per noi, la grandezza di questa azione? Non dobbiamo anche noi diventare dèi, per apparire almeno degni di essa? 

Non ci fu mai un'azione piú grande e tutti coloro che verranno dopo di noi apparterranno, in virtú di questa azione, ad una storia piú alta di quanto mai siano state tutte le storie fino ad oggi!". 

A questo punto il folle uomo tacque, e rivolse di nuovo lo sguardo sui suoi ascoltatori: anch'essi tacevano e lo guardavano stupiti. Finalmente gettò a terra la sua lanterna che andò in frantumi e si spense. 

"Vengo troppo presto" proseguí "non è ancora il mio tempo. Questo enorme evento è ancora per strada e sta facendo il suo cammino – non è ancora arrivato fino alle orecchie degli uomini. Fulmine e tuono vogliono tempo, il lume delle stelle vuole tempo, le azioni vogliono tempo, anche dopo essere state compiute, perché siano viste e ascoltate. Quest'azione è ancor sempre piú lontana dagli uomini delle stelle piú lontane, eppure son loro che l'hanno compiuta!". 

Si racconta ancora che l'uomo folle abbia fatto irruzione, quello stesso giorno, in diverse chiese e quivi abbia intonato il suo Requiem aeternam Deo. 

Cacciatone fuori e interrogato, si dice che si fosse limitato a rispondere invariabilmente in questo modo: 

"Che altro sono ancora queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?". 

Secondo Nietzsche l’abbandono della fede in Dio può aprire la strada all’uomo per sviluppare completamente le sue abilità e qualità, dal momento che: 

“Il Dio Cristiano non sarebbe più sulla loro strada e gli uomini potrebbero smettere di guardare sempre a un regno soprannaturale ed iniziare a comprendere il valore di questo mondo.” 

In maniera simile a quanto affermava Feuerbach nel suo vedere Dio come immagine proiettiva umana, infatti, anche Nietzsche in effetti finisce per affermare che la negazione di Dio porta ad un rovesciamento necessario per cui ora l’uomo deve essere Dio, cioè deve racchiudere in sé e conferirsi gli stessi attributi assegnati in precedenza alla divinità. 

Coloro che impareranno a creare da capo le loro vite, riconoscendo l’inesistenza di un valore ed un ordine di fondo e accettando il caos dentro e fuori di loro andranno a costituire un nuovo stadio dell’esistenza. Nietzsche infatti afferma che: 

“L'uomo è qualcosa che deve essere superato. 

Che avete fatto per superarlo? 

Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l'uomo? 

Che cos'è per l'uomo la scimmia? 

 Un ghigno o una vergogna dolorosa. 

E questo appunto ha da essere l'uomo per l'oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna!” 

Infine, afferma Nietzsche, l’uomo dovrebbe benedire e auspicare l’arrivo dell’Oltreuomo che lo superi, perché solo in quest’ultimo egli ripone la sua speranza per l’avvenire: 

“E il grande meriggio della vita risplenderà quando l’uomo si troverà nel mezzo del suo cammino tra il bruto e l'oltreuomo e celebrerà il suo tramonto quale la sua maggior speranza; giacché questo tramonto sarà l’annuncio di una nuova aurora. 

Il perituro benedirà allora sé stesso, lieto d’esser uno che passa oltre; il sole della sua conoscenza splenderà di luce meridiana. 

Morti son tutti gli dèi: ora vogliamo che l'oltreuomo viva.”