DIRE SI' ALLA VITA
Una Questione di Volontà
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“Coraggio è però la mazza più micidiale, coraggio che assalti - esso ammazza anche la morte, perché dice: "Questo fu la vita? Orsù! Da capo!"

Avevamo lasciato Il Profeta a discutere con il Nano, innanzi alla grande porta carraia che genera e accoglie il passato e il futuro: così Nietzsche ci spiega la struttura del tempo, la sua circolare eternità e il suo inevitabile riproporsi, uguale. La chiave di volta che il filosofo propone per evitare di contorcersi nel dolore esistenziale che coglierebbe chiunque prendesse coscienza dell’eterno ritorno dell’uguale, è quello che viene definito “il grande Sì alla vita” nietzschiano: l’accettare la vita nel suo insieme, senza respingere nulla, ma abbracciarla nella sua totalità e farsi pervadere da essa, amandola profondamente, imperfezioni, sofferenze comprese. Accogliere la spinta della propria vita attuale senza volerla direzionare in base a opportunistici criteri di un illusorio aldilà, ma nella totale accettazione degli errori, delle gioie, delle decisioni prese. Una presa di coscienza totale, nel momento presente, l’attimo inciso sulla porta carraia. Altrimenti, il solo pensiero dell’eterno ritorno getterebbe l’uomo nella disperazione più nera, nel vedersi costretto a ripetere le stesse o analoghe situazioni già vissute. Accettare tutto questo, quindi accettare in pieno la propria vita, significa amarla profondamente nel suo pulsare ritmico, che scandisce attimo dopo attimo, eternamente.

ACCETTARE LA MORTE

Come è logico, il grande sì alla vita passa anche attraverso l’accettazione della morte: ciò che specifica l’eterno ritorno, è che il tempo sia eterno e quindi che preveda la morte e il ritorno alla vita. Per accettare la morte bisogna comprenderne il ruolo e il senso: la morte non rende vita la vita, come il male non determina il bene per esclusione. La morte e la vita sono necessarie l’una all’altra come dato esistenziale di per sé perché senza morte non vi è vita e senza vita non esisterebbe la morte. Sono due opposti armonici che fanno parte dell’esistenza stessa. La morte avrebbe come funzione il limitare l’espressione vitale: nell’accettazione della morte quindi si accetta la vita, attraverso il suo confine naturale, senza volerle dividere in due esperienze differenti. La consapevolezza della vita nell’adesso passa quindi attraverso la consapevolezza della morte, senza esserne mai succubi, ma gioiosi della possibilità di vivere l’esperienza che in quanto tale è circoscritta, de-finita, ma che ritornerà in eterno.

 

La vita stessa, dal momento della porta carraia, risulta chiaramente essere un susseguirsi eterno di attimi creatori che paradossalmente devono essere distrutti dagli attimi successivi per poter proseguire la corsa circolare. La comprensione profonda di questo aspetto porta con sé l’accettazione della morte come fase naturale del processo di rinnovamento, e della vita naturale affermazione del medesimo.

LA VOLONTA’

Ne consegue quindi che questo continuo processo di rinnovamento che chiamiamo vita sia l’espressione dell’esistente e che esso stesso coincide con una perenne volontà impersonale di rinnovarsi. Quella volontà che vuole sé stessa, una forza espansiva che non può far altro che auto superarsi, infondo è matrice e senso profondo della vita stessa.

Quindi la spinta vitale non starebbe nella ricerca del piacere o della ancor più generica felicità, e nemmeno nell’auto-conservativo istinto di sopravvivenza che andrebbe a rifiutare la morte e il rinnovamento stesso. La spinta vitale si troverebbe nella naturale volontà di autoaffermarsi come esistente, attraverso l’auto-potenziamento come forma di rinnovo costante.

L’implicazione per l’essere umano di questa visione, apre a delle questioni di primaria importanza per la weltanschauung nietzschiana, e l’implicazione per l’essere umano di questa visione apre a delle questioni di primaria importanza per la weltanschauung nietzschiana, e Zarathustra le spiega ai marinai coraggiosi con lo avevamo lasciato nel precedente articolo.

 

IL PASTORE E IL SERPENTE

Dopo il discorso con il nano, Zarathustra si desta in luogo dove vede una scena raccapricciante: guidato dal latrare di un cane, trova un pastore che si dimena con un serpente in bocca. Ignaro della dinamica che ha portato a ciò, il Profeta si affanna a soccorrerlo cercando di tirare con tutta la sua forza il serpente dalla coda, ma più tira più il serpente stringe la sua morsa. «Allora un grido mi sfuggì dalla bocca: "Mordi! Mordi! Staccagli il capo! Mordi"» dice Zarathustra e il giovane pastore così fa: con un morso secco stacca la testa del serpente, la sputa lontano e salta in piedi. «Non era più un pastore, tantomeno un semplice uomo ma “un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva! Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!».

Questa volontà esistenziale, la Volontà di Potenza, può essere anche soffocata dall’eterno ritorno. Infatti nell’esempio del Pastore, l’eterno ritorno viene rappresentato dal serpente che si insinua nella gola del pastore, e simboleggia il pensiero della vita vissuta come un insieme di attimi che si susseguono ma di per sé insignificanti, momenti che proseguono nell’attesa che la loro somma produca qualcosa di significativo. Altro aspetto di cui il serpente è icona, viene dalla forma mentis di cui il cristianesimo è alfiere: la visione secondo la quale la miseria della vita terrena – il pastore - è solo una preparazione all’esistenza autentica, che sarà nell’aldilà. L’insensatezza cronica della propria esistenza, e la proiezione nell’aldilà illusorio di una condizione migliore e reale della vita, soffocano l’uomo e la Volontà di Potenza incarnata. Se a ciò aggiungiamo la visione dell’eterno ritorno, lo sgomento è naturale visto che se tutti gli accadimenti si ripeteranno in eterno, allora dove troverà spazio la Volontà di Potenza come atto creatore? La Volontà incarnata dall’uomo cosa potrà creare?

In questo, l’urlo di Zarathustra è salvifico tanto nella banalità del gesto suggerito, quanto nella portata di significato profondo che ha. Infatti il mordere il serpente, azione paradossalmente più razionale di qualunque altra, viste le circostanze, simboleggia proprio la rottura verso quanto il serpente rappresenta. Il rifiuto di ciò che opprime l’uomo e quindi la Volontà da lui incarnata, passa attraverso una decisione quindi un atto di Volontà. Con il morso ogni istante ha valore in quanto tale, e occorre dare un senso ad ogni momento della propria vita, senza demandare ad altri la propria condizione né sperare nel domani migliore. Ogni piccola scelta è di per sé nell'eternità del tempo, e continuerà in eterno come ogni istante, ogni opera è un frammento dell'eternità, e come atto irripetibile va vissuto.

Ovviamente questo morso ha delle implicazioni. Infatti è il più grande atto trasformativo che si possa compiere: il pastore, dopo, pastore più non è, nemmeno più uomo; la sua volontà si eternizza e l'uomo si trasfigura, diventando signore dell'eternità del tempo. E ride, pieno di vita e della Volontà che ne è creatrice.

A questo l’uomo, che tale più non è ma superando sé stesso è quindi Superuomo, deve continuamente aggiornare il suo punto di vista e mai fissarsi su una presunta verità definitiva che fermerebbe il naturale fluire della Volontà che si rinnova in eterno. Non più schiavo del desiderio materiale, ma in sella allo stesso funzionamento del desiderare incessante: “il desiderio vuole continuamente e senza sosta il suo stesso accrescimento”, in quanto il desiderio è pulsione infinita di rinnovamento. Dalla portata paradossale della Volontà in continuo rinnovamento, ne consegue che il Superuomo è costante fucina di creazione di valori, nella più sublime versione della “morale dei Signori” e Volontà diviene la sua stessa morale. Egli è apoteosi del divenire quale unica definizione dell’esistenza stessa, e lui, nel flusso e in armonia con essa ne diventa l’Alfiere liberato. L’arte intesa come rappresentazione creativa e di interpretazione della realtà diviene manifestazione della libertà creativa e creatrice del Superuomo, e ogni suo atto è in sé stesso un momento artistico. In questo, egli stesso è sintesi del primitivo spirito dionisiaco con il naturale ripudio di qualunque consolazione metafisica.

 

Questo è il Grande sì alla vita, un atto di Coraggio di affermazione di Volontà in un attimo…ogni volta.