I DIARI DEL QUARNARO: NATALE DI SANGUE

Ai caduti di Fiume,

da cent’anni Presenti

25/12/1920 – 25/12/2020

 

«Il delitto è consumato.

Le truppe regie hanno dato a Fiume il Natale funebre.

Nella notte trasportiamo sulle barelle i nostri feriti e i nostri morti.

Resistiamo disperatamente, uno contro dieci, uno contro venti.

Nessuno passerà, se non sopra i nostri corpi.

Abbiamo fatto saltare tutti i ponti dell’Eneo.

Combatteremo tutta la notte.

E domani alla prima luce del giorno speriamo di guardare in faccia gli assassini della città martire.»

 

                                                                                                      Gabriele D’annunzio

Nel periodo di Natale dell’anno 1920 si può dire che ebbe fine l’avventura fiumana di cui D’Annunzio fu primo protagonista.

Il 12 novembre 1920 venne stipulato il Trattato di Rapallo, che avrebbe dovuto regolare le questioni di confine tra Regno d’Italia e Regno di croati, serbi e sloveni.

Questo documento istituì lo stato libero di Fiume e fu chiaramente un duro colpo per i legionari che capitanati dal celebre poeta avevano a lungo lottato per annettere la città all’Italia.

Oltre al trattato, furono Giolitti, nuovo capo del governo, ed Enrico Caviglia, commissario straordinario della Venezia Giulia, a determinare la fine del sogno fiumano, intimando al Vate D’Annunzio di lasciare la città entro il 24 dicembre.

Il Poeta Soldato e Caviglia si incontrarono il 18 novembre. Il commissario consegnò a D’Annunzio il testo definitivo del trattato, ma fu spiazzato dalla decisione di quest’ultimo: dopo aver scoperto che il Ministro degli Esteri Sforza aveva segretamente ceduto il porto di Baross e il delta del fiume Eneo alla Jugoslavia, per i legionari fiumani l’unica soluzione accettabile era resistere a oltranza.

A tutti coloro che cercarono di far desistere D’Annunzio dalla sua idea potenzialmente suicida egli rispose: “In questo mare dove nacqui è giusto che io mi dissolva”.

Mentre le vicende si susseguivano velocemente, ci fu tempo per un ultimo gesto degno del gioioso esperimento fiumano, compiuto da un uomo simbolo di questa esperienza, Guido Keller.

Subito dopo la ratifica del trattato da parte del Parlamento, mise in atto un’idea ardita, simbolica e geniale, degna di sè: giunto a Roma come emissario del Vate riuscì a reperire un aereo, volteggiò sulla capitale e lasciò cadere come dono una rosa bianca sopra il Vaticano, un mazzo di rose indirizzato alla regina sopra il Quirinale e, infine, un pitale (cioè un vaso da notte) sulla Camera dei Deputati.

Guido Keller con il pitale

Il messaggio indirizzato ai Parlamentari è emblematico:

 

 

“Guido Keller dona al Parlamento e al Governo, che si regge con la menzogna e con la paura, la tangibilità allegorica del loro valore”.

Dopo aver ripreso quota e diretto verso Fiume il suo areo venne investito da una forte bufera e, indossando sul capo una corona d’alloro con bacche che i nazionalisti gli avevano chiesto di consegnare a D’Annunzio, Guido Keller si preparò sereno a scomparire nel mare per cui si stava battendo. Perse i sensi, ma si risvegliò a poca distanza da San Marino e, facendosi passare per un ambasciatore presso la piccola repubblica, poté tornare sano e salvo a Fiume pochi giorni dopo.

Nella città occupata dalle truppe di D’Annunzio però il tempo scorreva inesorabile e il 20 dicembre Caviglia consegnò a Fiume l’ultimatum finale: ventiquattro ore per la resa. Il poeta lo respinse il giorno seguente e il 21 dicembre il Commissario della Venezia Giulia pose il blocco totale intorno alla città, affermando: “Sarà proceduto con qualsiasi mezzo contro chiunque il quale tenterà violare il suddetto”.

Lapidario D’Annunzio non fece attendere la risposta che nell’essere caustica e sarcastica fotografava benissimo la situazione: “Due pronomi […]. Fiume cadrà sotto una ferocia sgrammaticata”.

All’alba della Vigilia di Natale le truppe italiane si mossero, incontrando sul loro percorso soltanto cartelli che riportavano la scritta: “Fratelli, se volete evitare la grande sciagura non oltrepassate questo limite. Se i vostri capi v’accecano, il Dio d’Italia v’illumini.”

Nulla però bastò ad evitare lo scontro fratricida, che si accese tra il 25 e il 26 dicembre di cent’anni fa. Caviglia decise di bombardare la città per sciogliere la resistenza dei legionari, fece posizionare la corazzata Andrea Doria al largo della costa e schierò le batterie di artiglieria di terra.

La scelta del Governo di far si che questo attacco avvenisse il giorno di Natale non fu casuale: viste la festività i quotidiani non sarebbero usciti e l’opinione pubblica sarebbe rimasta all’oscuro del massacro fino ad operazione conclusa.

La scriteriata e vigliacca decisione di Caviglia costò la vita a 47 italiani, schierati su entrambi i fronti, e a 7 civili, a causa dello scontro fratricida dovuto alla scelta di un governo servo di interessi che di italiano nulla avevano.

D’Annunzio pose fine allo scontro dimettendosi il 28 dicembre, iniziarono subito le trattative in cui i delegati fiumani accettarono in toto il trattato di Rapallo e vennero stabilite le condizioni per lo sgombero della città.

Il Vate volle scrivere un epitaffio per l’avventura sua e dei suoi legionari:

 

“È una bella notte funebre, o compagni.

Laggiù, ad Abbazia, verso sera fu compiuto pulitamente l’assassinio della città.

La città assassinata non urla più, nel suo buio inerte, sotto la pioggia molle.”

 

Restava ormai solo da seppellire i legionari che nel Natale di Sangue avevano donato la vita a protezione del sogno incarnato da Fiume.

Il 2 gennaio un corteo di legionari e fiumani si radunò in piazza Dante: accompagnavano il loro Comandante al cimitero di Cosala, molti piangevano e non se ne vergognavano. I caduti vennero ricoperti con la bandiera di Randaccio e D’Annunzio tenne l’orazione funebre:

 

“Li abbiamo ricoperti tutti con lo stesso lauro e con la stessa bandiera.

L’aroma del lauro vince l’odore del tetro e la bandiera abbraccia la discordia”.

Medaglia in ricordo della marcia di Ronchi

Il 4 gennaio iniziarono le operazioni di sgombero dei legionari e si conclusero il 18, quando a Fiume era rimasto solo il Vate.

Dopo aver seduto un’ultima volta nel seggio a lui riservato nell’aula del Consiglio Nazionale per ricevere i ringraziamenti della città, prese posto sulla sua auto pallido e commosso.

Solo due decorazioni spiccavano sulla sua divisa: la medaglia d’oro al valor militare e la medaglia di Ronchi.

Così aveva termine uno dei momenti più rivoluzionari della storia italiana ed europea. Un’avventura, una spinta vitale voluta da persone straordinarie e geniali che si opposero a quei giochi di palazzo ossequiosi a interessi economici ben separati dagli interessi nazionali. 

Un’avventura rivoluzionaria, pionieristica, forse troppo per i vecchi politicanti e i grassi generali che per proteggere il loro scranno hanno manipolato le sorti dell’Italia condannando legionari e soldati ad uno scontro fratricida nel tragico epilogo di questa gioiosa rivoluzione.

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