MARCO AURELIO
l'imperatore illuminato
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Ippocrate stesso, dopo aver curato molti morbi, ammalatosi, morì.

Persino Alessandro, Pompeo e Gaio Cesare, dopo che ebbero valorosamente conquistato intere città, dopo che ebbero sbaragliato molte migliaia di cavalieri e fanti, abbandonarono la vita.

Eraclito, una volta che ebbe speculato in tale mirabile maniera riguardo alla conflagrazione del cosmo morì.

E allora? Ti sei imbarcato, hai navigato, sei approdato: sbarca, dunque.

Se sarà per un'altra vita, di certo non troverai colà nulla privo di dèi.

Se, invece, sarà nella condizione in cui nulla più percepirai, infine cesseranno per te piaceri e dolori.

Marco Aurelio

 

Marco Aurelio fu l’ultimo grande esponente dello stoicismo nonché autore di uno dei testi più conosciuti appartenenti a questa corrente filosofica: Colloqui con sé stesso.

Egli non conobbe mai personalmente Epitteto per ragioni anagrafiche, ma nella sua opera parla di lui con massima deferenza e lo annovera tra le sue guide spirituali. Marco Aurelio condivide infatti con il filosofo la visione del Cosmo e del destino umano, capisaldi della filosofia stoica, secondo cui l’uomo deve accettare la sua condizione mortale e il destino che gli dèi hanno previsto per lui.

Vivere con gli dèi: e vive davvero con gli dèi chi costantemente mostra loro la sua anima soddisfatta di ciò che le hanno assegnato.

La consapevolezza del limite umano rappresentato dalla mortalità e dall’accettazione del Fato portano l’uomo alla vera felicità, rappresentata per gli stoici da una condizione di pace interiore che nessun avvenimento esterno è in grado di scuotere:

Sii simile ad un promontorio, contro al quale incessantemente s'infrangono l'onde, e quegli sta saldo, e s'abbonacciano intorno a lui i gorgogli dell'acque.

– Sventurato me, che la tal cosa m'è accaduta. –

Anzi, avventurato, che, la tal cosa essendomi accaduta, me ne sto nondimeno senza cruccio, né angosciato del presente né pauroso dell'avvenire.

Ad ogni altro poteva accadere; ma ogni altro non l'avria senza angoscia sopportata.

 

Il raggiungimento di questa felicità avviene solo nel momento in cui l’uomo rientra in sé stesso.

Epitteto aveva già diviso la realtà in cose soggette al nostro potere e cose non soggette al nostro potere, affermando poi che solo le prime dovrebbero essere occupazione dell’uomo. Anche secondo Marco Aurelio la felicità dell’uomo risiede nella sua interiorità: solo colui che conosce profondamente sé stesso vive con la certezza che non c’è altro all’infuori di sé su cui possa realmente agire.

Accettando il Fato, cioè ciò che non si può cambiare, e forgiando sé stesso in conformità con quello che la Natura ha previsto, l’uomo felice non combatte contro il proprio destino nella vana speranza di cambiarlo, ma combatte per la sua realizzazione e per il suo compimento.

Van cercando ritiri alla campagna, alla marina, sui monti, e tu stesso suoli desiderare siffatti luoghi; ma non c'è miglior ritiro, e più tranquillo, di quello che l’uomo trova in se stesso, nella propria anima. Concedi dunque spesso a te questo rifugio, e rinnovella quivi te stesso...

E soprattutto non agitarti, non aver grandi desideri, ma cerca d’essere libero, e di considerare le cose virilmente, da uomo, da cittadino, da essere mortale.

E tra le considerazioni che farai, tieni sempre davanti queste due:

la prima, che le cose materiali non toccano l'anima e, stando al di fuori di essa, non la possono agitare. I turbamenti vengono tutti dall'idea interna.

La seconda, che tutte le cose che tu vedi si trasformano, e, mentre tu le vedi, ecco già più non sono. A quante trasformazioni tu hai preso parte! Il mondo non è che mutamento, la vita non è che apparenza.

 

Abbiamo visto nel precedente articolo che Epitteto, nella stesura del Manuale, è stato profondamente influenzato dalle vicissitudini della sua particolare esperienza di vita: egli infatti nacque come schiavo e la sua opera, a cui si può attribuire valore di vero e proprio manuale di liberazione, porta il lettore ad un’elaborazione profonda dei concetti di prigionia e libertà dell’animo.

Allo stesso modo, non si può analizzare il pensiero filosofico di Marco Aurelio senza prima soffermarci sulla sua storia e sulla figura di Imperatore Illuminato.

Grazie al suo rango sociale dato dalle origini nobili di entrambi i genitori, egli fu molto ben istruito dai migliori maestri di filosofia del tempo e questo, insieme con le sue naturali attitudini, gli permise di formare in maniera completa il suo pensiero.

L’impegno politico è un elemento fondamentale per la vita del re-filosofo e per questo Marco Aurelio precisa che il ritirarsi in sé stessi non coincide con il rifiuto dell’esterno e con la rassegnazione tipica di chi si rende conto che le sue azioni non possono cambiare il mondo, decidendo di non agire. Attraverso un lavoro di conoscenza di sé stesso, al contrario, l’uomo ha il compito di mettersi al servizio della comunità e agire per il bene comune, senza lasciarsi scalfire dalle opinioni altrui e dalle condizioni esterne.

Ho io fatta alcuna cosa per la società? Dunque a me ho recato vantaggio. Questo discorso ti sia presente in ogni tempo; non abbandonarlo.

Secondo il filosofo, infatti, la felicità dell’uomo non può in alcun modo essere separata dal benessere collettivo ed è parte integrante della sua filosofia il pensiero per cui l’uomo nasce in comunità poiché il suo sviluppo e la sua evoluzione sono strettamente legati al benessere dello Stato. Per questa ragione, egli sente di dover adempiere al compito impartitogli dal destino di regnare sull'Impero con stoica sopportazione di ogni difficoltà e dolore, personale, familiare o sociale, saldo nella sua convinzione:

 

Ciò che non giova allo sciame, non giova neppure all'ape.

L’ultimo caposaldo della filosofia dell’Imperatore illuminato, nonché teoria fondante dello stoicismo che abbiamo già affrontato parlando di Epitteto, consiste nella rinuncia alle forti passioni e nella sopportazione di ogni dolore. Questo è possibile per l’uomo felice, che ha raggiunto la pace interiore e che non viene toccato dall’esterno, certo che il destino abbia in serbo i migliori piani per lui, poiché Dio non può che muoversi verso il bene.

Niente capita a nessuno, che questi non sia per natura in grado di reggere.