Licurgo: le Fondamenta di Sparta

La Tradizione ci riporta che le leggi di Sparta siano opera di Licurgo, figura appartenente alla leggenda. Più di uno storico della Grecia Antica ce ne ha parlato, a partire da Erodoto, anche se non è chiaro in quale epoca fosse vissuto. È giunto fino a noi che Licurgo, lo zio e tutore del giovane sovrano Carilao, fosse alla ricerca di un modello di società ideale per dare una legge a Sparta. Lo trovò in Creta. Per far “digerire” le leggi che aveva elaborato agli spartani usò uno stratagemma: convinse i suoi concittadini che l’oracolo di Delfi, parlando in nome degli Dei, avesse suggerito quelle leggi. Un’altra, piccola, “forzatura” fu necessaria per l’approvazione finale: Licurgo, infatti, chiese agli spartani di mantenerle in vigore per un breve periodo, in cui sarebbe stato lontano da Sparta. Avrebbero dovuto attendere, per la decisione finale, fino al suo ritorno. Nel frattempo si recò a Delfi, si chiuse nel Tempio di Apollo e si lasciò morire di fame.

Le leggi rimasero così in vigore.

Stando a Licurgo stesso, l’essenza delle sue leggi era il rifiuto e il disprezzo del comodo e del piacevole. Erano leggi ispirate alla semplicità, alla disciplina, alla vita comunitaria. Agli spartani era richiesto un atteggiamento quasi ascetico nei confronti delle norme: per fare un esempio gli spartani non importavano né oro né argento, solo ferro, che veniva usato anche per le monete. E per le armi degli opliti spartani, le uniche mura di cui la città avesse bisogno.

Sparta, senza mura. Le mura erano i suoi Opliti!

Per trasmettere lo spirito della città ai giovani, fondamentale era l’Agoghè (ἀγωγή in greco antico), il regime di formazione, educazione ed addestramento, basato sui valori voluti da Licurgo che ogni bambino spartano affrontava a partire dall’età di sette anni. Durante gli anni di formazione, che terminavano attorno ai trent’anni, lo spartano non conosceva né letto né altre comodità e arrivava a rubare per procacciarsi il cibo: qualora scoperto sarebbe stato punito, non per il furto ma per la scarsa abilità. Unico svago concesso, il canto, rigorosamente corale, per rinsaldare la disciplina e il senso di appartenenza alla comunità.

Al termine dell’Agoghè, i giovani diventavano a tutti gli effetti spartiati (dal greco Σπαρτιάται, Spartiátai) o hómoioi (Ὅμοιοι, Uguali), l’unica classe sociale i cui membri potevano essere definiti “cittadini”. Essi erano parte della falange oplitica e in pieno possesso dei diritti civili e politici. Curiosamente non avevano, però, il diritto di praticare il commercio o l’attività di artigiani: in qualità di cittadini era loro dovere dedicarsi esclusivamente alla politica e alla guerra.

Erano considerate in questa categoria anche le donne spartane che, pur seguendo un’educazione diversa, avevano pari diritti e dignità degli uomini,

Immediatamente al di sotto degli spartiati era la classe dei c.d. perieci (dal greco antico: Περίοικοι, Períoikoi: il nome derivava da περί, perí, "attorno" e in greco antico: οἶκος, ôikos, "abitazione"), in possesso delle libertà personali, liberi di possedere terre ed esercitare mestieri. Non avevano però diritti politici, pur essendo obbligati a servire nell’esercito.

I cinque Efori in seduta

L’ultimo gradino della gerarchia sociale spartana erano gli iloti (Εἱλῶται o Εἱλῶτες), gli schiavi.

Sul trono di Sparta, invece, troviamo non uno ma due sovrani. Questa particolare soluzione, unica nel suo genere, adottata probabilmente per limitare il potere regio, aveva portato i sovrani a svolgere una funzione rappresentativa e cerimoniale.

Tutti gli spartiati poi, uomini e donne, avevano il diritto di sedere nell’ecclesia o appella, l’assemblea generale, che si riuniva una volta al mese. 

Le delibere e le elezioni dell’appella dovevano avvenire per acclamazione. Era un’istituzione fondamentale, in quanto portava i cittadini a svolgere un ruolo attivo nella vita comunitaria, portandoli a prendersi carico anche della vita politica della città, oltre che della sua difesa, come parte dell’esercito.

L’appella in origine era presieduta dai due sovrani. In un secondo momento, spettò all’assemblea generale eleggere 5 efori (ἔφορος, éphoros, "ispettore", "sorvegliante", composto di ἐπί, epí, "sopra", e ὁράω, horáō, "vedere"), magistrati, nelle cui mani veniva posto il potere esecutivo. Erano affiancati da altri magistrati minori, di cui però poco sappiamo in merito ai compiti e alle definizioni.

A metà tra l’appella e gli efori stava poi l’assemblea degli anziani, la gherusia (γερουσία, gerousía). Era composta da ventotto membri, che avessero passato almeno i sessant’anni di età, e dai due sovrani. I compiti della gherusia erano preparare proposte legislative e fornire ai sovrani pareri in merito alle decisioni dell’appella, secondo i quali i sovrani potevano anche annullare dette decisioni. Era investita anche del potere giudiziario, soprattutto per quanto riguardava i crimini più gravi, che implicassero pena di morte, esclusione dai pubblici uffici (ἀτιμία) o l’esilio. Era la gherusia che poteva incriminare ed eventualmente giudicare i sovrani.

La struttura sociale e politica spartana, pur simile a quella delle altre poleis,  ha sempre esercitato un certo fascino presso i filosofi. Aristotele, ad esempio, nella sua “Politica” lo definisce un sistema completo. In esso infatti coesistono monarchia (rappresentata dai due sovrani), oligarchia (rappresentata dalla gherusia) e democrazia, nell’appella.

Il fascino di Sparta consiste, soprattutto, nel costante sacrificio del singolo in nome degli interessi della comunità che poi è diventata Stato. Per fare un ultimo esempio fino a sessant’anni tutti mangiavano alla mensa pubblica, con un regime dietetico rigoroso. Ingrassare era un crimine passibile di confino. Come un oltraggio alla società era considerato ogni lusso. Che fosse nel canto o nella guerra, era l’interesse comunitario ad essere preminente, e ognuno doveva accertare di sacrificarsi in nome degli interessi della comunità. Questa era la definizione di virtù presso il popolo di Sparta.

Una lezione che oggi abbiamo dimenticato. Una lezione che dovremmo imparare. A memoria.

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