La Porta dell' Estate

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Il 21 di Giugno è il giorno più lungo dell’anno, quello in cui la luce solare rischiara più a lungo i nostri cammini. Se al giorno d’oggi per l’uomo comune questa data ormai non rappresenta altro se non l’inizio ufficiale della stagione estiva, per i nostri Antenati di tutta Europa, che al contrario prestavano molta più attenzione ai movimenti dei corpi celesti di quanto non siamo abituati a fare noi, il Solstizio d’Estate era una delle giornate più significative dell’anno. Era il giorno in cui il Sole trionfava sulle tenebre, raggiungendo l’apice della sua gloria e del suo splendore e mantenendo la promessa di rinascita fatta sei mesi prima; era il giorno in cui dall’alto del suo Zenith esso poteva contemplare la bellezza del mondo, reso di nuovo verde e fecondo dal suo calore e dalla sua luce; era un periodo considerato fuori dal tempo, magico, in cui l’energia sprigionata dalla nostra Stella raggiungeva il suo picco massimo; ma in alcuni casi era allo stesso tempo considerato un giorno che sottintendeva una certa tristezza e preoccupazione, perché da quel momento in poi le giornate sarebbero tornate ad accorciarsi sempre di più, fino al temuto ritorno dei rigori e dell’oscurità invernali.

 

Il termine “solstizio” deriva dal latino “Solstat”, che come possiamo ben intuire indica un “fermarsi” del cammino del Sole. Come accade anche in occasione del Solstizio invernale, infatti, nei giorni immediatamente successivi la nostra Stella sembra illuminare il cielo con lo stesso grado di intensità e per la medesima durata, per poi cominciare a diminuirle (nel caso del Solstizio estivo) o ad aumentarle (in occasione di quello invernale) solamente a partire dal giorno successivo. Ma quali erano e in che cosa consistevano le celebrazioni tipiche con le quali gli Antichi Europei onoravano questo particolare momento?

 

Presso l’antico popolo dei Celti era diffusa la convinzione che nei giorni del Solstizio d’Estate, il periodo in cui il Sole ci dona il massimo della propria potenza, anche le forze mistiche che uniscono cielo e terra toccassero l’apice del loro potere. Pare che il sito monolitico inglese di Stonehenge sia stato eretto anche con la funzione di catalizzatore per simili energie, grazie alla grande quantità di quarzo contenuto nei megaliti che lo compongono, e che esso possa raggiungere la sua massima potenza proprio durante il Solstizio estivo e proprio per effetto della luce e del calore solari. Riguardo alle sue funzioni, è ormai noto che Stonehenge rappresenti un luogo votato al culto e all’osservazione del Sole, edificato tra il 3000 e il 2500 a.C., in maniera tale che all’alba del 21 Giugno di ogni anno il Sole spunti esattamente da quella che oggi viene chiamata Heel Stone, uno dei triliti che lo compongono. All’alba del Solstizio i raggi del Sole lo attraversano, per cadere esattamente sull’altare centrale. Questa caratteristica conferisce al sito l’ulteriore utilità di misurazione del tempo, come una sorta di calendario lasciatoci in eredità dai nostri Antenati che hanno vissuto nel mondo antico. Fatto sta che ancora oggi moltissime persone, siano essi appartenenti a culti neopagani o semplici turisti, si radunano sul posto per assistere a questo spettacolo unico al mondo.

 

Per i Celti il Solstizio d’Estate rappresentava il momento in cui tutte le forze che governano l’Universo raggiungevano il loro massimo picco di energia. Quella compresa fra il 20 e il 21 Giugno era per loro una notte fuori dal tempo, durante la quale il velo che divide il mondo in cui viviamo da quello degli spiriti si assottigliava fin quasi a sparire del tutto, lasciando che le due dimensioni entrassero in contatto tra loro e si fondessero. La Festività di Litha, nota anche come “Festa di Mezza Estate”, rappresentava una rinascita a nuova vita, che veniva celebrata in luoghi e modi diversi.

 

Nelle notti di Litha, che duravano dal 20 al 24 Giugno, similmente a quanto si diceva accadesse agli spiriti dei defunti nella notte di Samhain, ad essere lasciati liberi di girare il nostro mondo e  mescolarsi tra noi erano le creature del mondo sovrannaturale, come Elfi, Gnomi, Fate e simili; nella notte del Solstizio era quindi cosa comune, secondo la Tradizione celtica, imbattersi in gruppi di queste creature fantastiche che, secondo le leggende, usavano radunarsi soprattutto presso quelli che erano i luoghi sacri della loro Religione, come strade di campagna, boschi e valli. Ai viandanti che li avessero incontrati sul loro cammino veniva raccomandato di tenere nei loro confronti un comportamento cordiale, perché in caso contrario avrebbero potuto cadere vittime dei loro dispetti o, nei casi più gravi, addirittura di ritrovarsi imprigionati nel loro mondo senza accorgersene, finché essi non li avessero lasciati andare. A questo proposito, vi era l’usanza di lasciare in offerta per loro un piatto contenente miele o una fetta di torta preparata con questo ingrediente, perché si diceva che fosse il loro pasto preferito.

 

Nelle comunità Celtiche dell’antichità, durante la notte di Litha venivano accesi grandi falò. Il fuoco era l’elemento più simile al Sole che essi conoscessero e perciò, analogamente a quanto accadeva anche in altre culture pre-cristiane, veniva utilizzato come una sorta di simulacro dell’astro stesso, che doveva allontanare le tenebre e dare ancora più forza al Sole stesso. Per alimentare le fiamme veniva spesso usato del legno di quercia; nella mitologia celtica infatti, l’estate apparteneva al regno di Oak, il cui simbolo era proprio l’albero di quercia. Ma al fuoco veniva attribuita anche una funzione purificatrice: nel Fuoco Sacro venivano gettati piccoli involucri, chiusi da nastri rossi e contenenti le erbe tipiche del periodo estivo, che avevano la funzione di simboleggiare i problemi e i tormenti di ciascuno. Una volta gettato il tutto tra le fiamme, si recitavano preghiere ed invocazioni alla Dea Litha, con l’obiettivo di purificarsi ed entrare in contatto con la sua energia prima di affrontare la nuova vita che sarebbe iniziata dal giorno seguente.

 

Anche la danza aveva un importante ruolo nelle celebrazioni della notte del Solstizio; attorno al grande falò, gli abitanti dei villaggi si radunavano in cerchio tenendosi per mano, ballando e cantando. La danza aveva lo scopo di invocare gli spiriti benigni affinché donassero loro la capacità di prevedere il futuro e la saggezza, ma aveva anche la funzione di rendere omaggio agli antenati defunti o più semplicemente di intraprendere esperienze mistiche. In questa notte magica, essi ritenevano di poter entrare in contatto con spiriti e creature che popolavano i mondi del sovrannaturale, alcuni benigni, altri meno; musica, canti e fuoco servivano anche a tenere lontani questi ultimi e scongiurare la loro influenza negativa.

 

Sempre a proposito di purificazione, le usanze dei Celti in occasione del Solstizio d’Estate prevedevano anche che fanciulle e giovani donne si radunassero sulle sponde del fiume più vicino, con il capo ornato da una ghirlanda di erbe e fiori, per fare un bagno nelle sue acque. Dovevano portare con sé una seconda ghirlanda, fatta in modo tale che potesse galleggiare e sostenere una candela; una volta accesa quest’ultima, le donne la affidavano alla corrente, e tanto più lontano giungevano, tanto più successo avrebbero ottenuto nel cammino di purificazione spirituale che avevano intrapreso. Un buon esito del rito propiziatorio avrebbe garantito alla fedele anche fertilità e fortuna nella vita sentimentale.

 

Anche in Scandinavia le notti del Solstizio d’Estate erano rischiarate dalle fiamme dei falò, che qui veniva chiamato “Fuoco di Baldur”. Baldur era figlio del Dio Odino, il più bello e splendente tra tutti gli Dei, che secondo la Mitologia Norrena venne ucciso proprio nel fiore dei suoi anni a causa di un inganno di Loki.

 

Ancora oggi nei Paesi Scandinavi la festa di Mezza Estate (Midsommar) è molto sentita e viene celebrata, oltre che con falò, anche con grandi pranzi o cene comunitarie, giochi e danze. Festeggiamenti simili sopravvivono anche in Lettonia, dove il 23 Giugno si celebra ogni anno la festa nazionale di San Giovanni che, nonostante il nome cristiano, tuttora conserva tratti prettamente pagani. Grandi processioni marciano verso alberi di quercia, dove vengono lasciati cibi in offerta e dove si intonano canti, mentre al calare della notte sulle alture vengono accesi falò che dureranno fino al mattino, alimentati anche dalle offerte dei fedeli. Segue un bagno notturno nel lago, dove i partecipanti si immergono indossando solo ghirlande di fiori freschi appena intrecciate, e viene incendiata una grande ruota che, spinta poi giù dalla collina, serve a propiziare abbondanza nei raccolti.

 

Nella Tradizione Romana, il Solstizio d’Estate veniva onorato in quello che più tardi con l’avvento del Cristianesimo è diventato il giorno dedicato a San Giovanni, cioè il 24 Giugno, come ci ricorda Plinio:

 

“Il Solstizio cade al ventiquattro di giugno. Questo è il grande cardine dell’anno e grande evento nel mondo.”

 

Istituita per volere del re Servio Tulio nel VI secolo a.C., che volle dedicarle ben 26 templi, la festa era in onore della dea Fors (Fortuna) patrona del Destino e della Casualità, la cui venerazione è probabilmente mutuata dalla Tradizione Etrusca; ma Fortuna trova un corrispettivo anche nella mitologia greca, in particolare nella dea Tyche. Nella notte tra il 23 e il 24 Giugno si raccoglievano in una bacinella erbe e fiori selvatici, che venivano poi conservati all’aperto perché gli Dei le benedicessero ricoprendole di rugiada. La mattina successiva ci si lavava con l’acqua lì formatasi, piacevolmente profumata e ricca di elementi utili per la salute e per la bellezza. Tra le erbe ad esempio non poteva mancare la cosiddetta Erba di San Giovanni, nota anche con il nome di Iperico, della quale sono note le proprietà antiinfiammatorie, antidepressive e di contrasto ai disturbi del sonno e che era associata ai festeggiamenti del Solstizio anche tra i Celti. Nella stessa notte si doveva procedere alla raccolta delle noci acerbe per la preparazione del nocino, un liquore di origine Celtica la cui conoscenza venne importata a Roma dalla Britannia.

 

Molte di queste Tradizioni sono riuscite a sopravvivere anche dopo l’introduzione del Cristianesimo, che in alcuni casi le ha fatte sue, integrandole nella propria cultura. A noi piace pensare che ciò sia dovuto al profondo legame spirituale tra la Terra d’Europa ed i suoi figli, che può e deve sopravvivere a qualsiasi stravolgimento storico, sia esso di natura culturale, sociale o religiosa. Solo l’amore genuino dei figli nei confronti della propria Madre Terra e della propria Identità potrà farci riscoprire chi siamo e farci risollevare la testa, per affrontare il futuro con coraggio, da Donne e Uomini liberi, come facevano i nostri Antenati.