Sede:

Ex Pizzigoni - Via Parini, Saronno (VA) 21047

© 2023 by Feed The World. Proudly created with Wix.com

MAMBA OUT

“Sii triste, arrabbiati, sii frustrato ed urla. 
Quando sarai sveglio penserai che è solo un brutto sogno, ma non è così, è tutto reale. Vorrai tornare indietro nel tempo, vorrai andare indietro prima di quella gara giocata. Non è possibile, non puoi fare più nulla. Devi guardare avanti e capire cosa fare per prepararti ad essere operato. 
Diventerai un giocatore più forte di quello che sei stato. È un lungo percorso, ma concentrati sul recupero, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Concentrati sui piccoli traguardi, troverai di nuovo la bellezza di fare le cose più semplici. Avrai una prospettiva diversa. Sarai felice di stare in piedi, di camminare e correre. Buona fortuna Gordon, tuo fratello. #MambaMentality

“Quest’uomo ha fatto cose che noi umani abbiamo avuto soltanto la fortuna di poter osservare”

Federico Buffa

Muore giovane chi è caro agli Dei. Sono queste le parole che penso domenica 26 gennaio, leggendo della scomparsa di Kobe Bryant. Certo, c’è una buona misura di idolatria nello sgomento che mi coglie. Non lui, penso. Non è possibile, ha solo 41 anni. Può diventare un allenatore NBA. Ho bisogno che lo diventi, di rivederlo su un parquet NBA. Duellare, anche solo verbalmente, con allenatori e avversari.

E invece no. Il giocatore che probabilmente sarebbe stato caro a Nietzsche, per la volontà di potenza dimostrata lungo tutta la sua vita, ci ha lasciati. Ed è un vuoto che non si può colmare.

Vero, aveva smesso da un paio di anni, ma alla sua maniera. 60 l’ultima sera, una lettera che rivela un’intelligenza stupefacente, oltre a uno sconfinato amore per la pallacanestro e a una certa sensibilità.

Tre, forse quattro lingue, parlate alla perfezione, tra cui l’italiano. Una voglia di dominare in campo insostenibile per compagni e avversari, se è vero che Federico Buffa, cantore del basket a stelle e strisce, disse di lui “Il mondo non basta, come James Bond”.

Una conoscenza del gioco forse più difficile inventato da mente umana, il basket, che ci fa pensare ad un uomo in missione. Basta leggere le parole estratte dalla lettera che Kobe ha indirizzato a Gordon Hayward, altro giocatore NBA, dopo un tremendo infortunio. Trasudano determinazione, feroce e sovraumana. Sono un incitamento per chiunque.

Ma, dirà il lettore, perché sul sito di un’associazione culturale si parla della scomparsa di un campione sportivo, per di più americano?

Perché la vita e la carriera di Kobe hanno da insegnare, se si colgono le lezioni che il Kobe ci ha voluto lasciare.

Bisogna raccontare qualcosa di lui, a chi ha conosciuto questo ragazzo solo dai giornali in questi giorni.

Kobe Bean Bryant nasce a Filadelfia, il 23 agosto del 1978. Deve il suo nome a una steak house, tipico ristorante americano con carne alla griglia come specialità. Figlio e nipote di giocatori di basket. Il padre era Joe “Jellybean” (gelatina) Bryant, lo zio John Arthur "Chubby" Cox III, fratello della madre Pamela, gli garantiscono il patrimonio genetico buono per giocare a pallacanestro.

Con la famiglia gira prima l’America poi l’Europa, al seguito del padre giocatore. Filadelfia, di cui anche Joe è nativo, San Diego, Huston. Poi Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Kobe cresce arrotolando lo spago sulla forchetta, come ogni ragazzo italiano. Tifa Milan e adora Fantozzi.

Appena può scappa al campetto, ferri storti e niente retine.

Deve però sopportare i coetanei, che via via si presentano al campetto. Coi primi prova a convincerli a giocare a basket. Loro vogliono assolutamente giocare a calcio, e quando sono almeno in 10 a lui, americano, tocca il ruolo più solitario tra i pali e la solitudine è americana come poche altre cose. Lui, Kobe, che a 3 anni quando le partite dei Clippers sono in diretta, replica pedissequamente le movenze di papà Jellybean. Se il papà gioca, lui gioca: un cestino dei rifiuti come canestro, una calza arrotolata come pallone. Se papà si siede in panchina, lui siede sul divano in attesa di rientrare in campo. Quando va a letto, l’umore dipende già dal risultato.

Si sono letti in rete una sequela di aneddoti sulla sua vita in Italia.

Alcuni ci raccontano di chi sarà Kobe. Ad esempio quando, nel ’90, è al seguito di papà Joe convocato per l’All Star Game italiano a Roma, e sfida Brian Shaw suo futuro compagno di squadra e allenatore. Shaw opta per una gara di tiri, e deve sudare per battere il dodicenne.

Kobe, giovanissimo, a un torneo estivo in Italia, fine anni ‘80

La maestra a Reggio Emilia lo ammonisce: “non sarai mai un giocatore di basket professionista, studia”!. Vedremo, risponde Kobe. Ma effettivamente a Reggio Emilia “porta l’acqua”, come si dice negli sport di squadra. Fa il lavoro sporco, non è la “star”.

Ma la verità è che in Italia viene scolarizzato, cestisticamente parlando. Impara a giocare all’europea, imparando i fondamentali del gioco. I “passi”, comune infrazione nel gioco del basket, che sono di regola in NBA, dove si predilige lo spettacolo a dispetto del gioco, non trovano domicilio a casa Bryant.

Poi la Francia, Mulhuse, dove papà chiuderà la carriera. Proprio qui c’è uno degli episodi che ci raccontano il lato umano di Kobe. Il modello di Kobe, Earwin, detto “Magic”, Johnson, playmaker dei Los Angeles Lakers ha appena dato la notizia:

si ritira, è affetto dall’HIV. Kobe, che ha il poster di Magic in camera, non riuscirebbe a credere alla notizia, è papà che lo va a prendere in scuola, in Svizzera, di là dal confine, e la comunica al giovane.

Kobe ha le idee chiare, vuole essere un giocatore di basket. Di più: vuole essere un professionista nella NBA. E allora bisogna tornare negli Stati Uniti, così da fargli frequentare la high school, le scuole superiori, si direbbe in Italia. Sceglie la Lower Marion High School, istituto della Filadelfia bene. Sorpassate le ovvie difficoltà di ambientamento, dato che era quasi obbligato a farsi tradurre lo slang usato dai compagni, alcuni dei quali con la giusta dose di ghetto alle spalle, quella che in teoria servirebbe per giocare a basket negli USA, guida la squadra al titolo statale, iniziando una tradizione che lo accompagnerà per tutta la carriera: ripetuti viaggi al di sopra dei 40 punti a partita.

Inizia anche a frequentare qualche ragazza, Kobe. Esce con la figlia del suo insegnante di inglese. Vanno al luna park. Qui trovano una delle più classiche attrazioni: il tiro a canestro. Ogni tre canestri, un pupazzo. Paga lei. Tira Kobe. Uno, due, tre: pupazzo. Lei dice, riprovi? Certo, perché no. Uno, due, tre. Pupazzo numero due in cascina. Al quarto pupazzo, il gestore offre gelato o zucchero filato ai due per allontanarli. Lei innamorata del nostro. Lui? Non può ricambiare. Ha solo il suo destino da inseguire.

Finiranno prima o dopo queste superiori, no? E bisogna scegliere l’università. Le offerte, anche principesche, non mancano.

Alcune università offrono il posto persino al padre, come allenatore o “Athletic Director”.

Kobe in azione alla Lower Marion High School

Ora immaginate la scena. Palestra da telefilm americano, la stessa dove al ballo di fine anno dove Bryant si è presentato accompagnato da una stellina dell’ R’n’B, conferenza stampa. Kobe comunicherà la sua decisione.

La decisione? Porterà i suoi talenti in NBA. Bocche aperte.    

Jerry West, direttore tecnico dei Los Angeles Lakers, vuole sottoporlo a un provino. Fa giocare uno contro uno Kobe contro Micheal Cooper, quarantenne ancora in forma, difensore espertissimo, ex compagno di Magic. Kobe lo imbarazza. Gli riserva il trattamento da Zorro al sergente Garcia. West ha visto a sufficienza. Prende un telefono chiama l’agente del ragazzo: non si deve assolutamente far vedere da altri. Scambio Lakers-Charlotte. A Charlotte va Vlade Divac, a Los Angeles Kobe, dagli Hornets di Charlotte.

Diventa un Lakers, a soli 18 anni. Lo sarà per 20 anni. I numeri di questa storia d’amore offendono ma ci danno la dimensione di cosa è stata la carriera di Kobe Bean Bryant: 5 titoli, 1 solo titolo da MVP, most valuable player, miglior giocatore della stagione regolare NBA, 2 volte MVP delle finali NBA.

Il primo “trentello” a poco più che diciannovenne, il 14 dicembre 1997, tre giorni dopo 33 punti in faccia a Michael Jordan, in una sconfitta dei Lakers contro i Bulls. In questo periodo vediamo il primo Kobe professionista: è giovane, irruento. Conosce il suo potenziale, enorme. Ma è un po’ egoista ed arrogante. La palla la passa poco.

Un giovanissimo Kobe al cospetto di His Airness, Micheal Jordan

Viene votato per partire in quintetto all’All Star Game. I media spingono sul duello con Jordan. L’ufficio stampa dei Lakers chiede al ragazzo se sia il caso. Certo, risponde lui, che problema c’è: sono pronto.

La difficile convivenza con Shaquille O’Neal, che comunque frutta 3 titoli consecutivi.

È un rapporto complesso. Nasce come fratello maggiore/fratello minore.

Ma i due sono troppo diversi e troppo simili al tempo stesso. Sono due maschi alfa, ma in modo diverso. Shaq non si interessa a ciò che non lo diverte. Kobe vuole essere il migliore, senza se e senza ma. Si fida solo del suo sudore, e ne versa parecchio. Non perdona a Shaq l’indolenza, la mancanza di voglia di allenarsi.

In mezzo a questo rapporto burrascoso, a cercare di gestirlo, c’è un personaggio unico, un Iniziato su tutti i livelli, che meriterebbe una storia a parte: Philip Douglas Jackson, detto Phil, un maestro zen prestato al mondo del basket.

Sarà fondamentale per la crescita dell’uomo Bryant oltre che del giocatore. Ha allenato anche Michael Jordan, la grande ossessione di Kobe, l’obbiettivo che si è posto: superare quello che a detta di tutti è il più grande. Jackson cerca di insegnare a Kobe a giocare con la squadra, a fidarsi dei compagni sempre, anche quando per i canoni di Kobe questi non sono all’altezza. Lo fa utilizzando il bastone e la carota.

È un rapporto che tra alti e bassi durerà una decina d’anni. Diventato padre, Kobe, dirà che non si immaginava nemmeno quanti mal di tasta può aver causato quel ragazzo testardo ed egocentrico che era lui a vent’anni.

Le strade di Shaq e Kobe si dividono nel 2004, dopo l’implosione in finale NBA e una rissa sfiorata ed evitata dai compagni Gary Payton e Karl Malone. Ma con gli anni si riavvicineranno, tra provocazioni su chi abbia vinto di più e prese in giro. Ha fatto impressione vedere un giocherellone come Shaq, il “comico più grosso del mondo”, piangere lacrime sincere in tv, dove ora lavora, raccontando di come ha avuto la notizia della morte del suo fratellino.

I Lakers sono suoi, ora, ma sono del tutto da ricostruire. Passa anni duri. Certo ne rifila 81, 81 punti in una sola partita, senza supplementari ai Toronto Raptors. E poi c’è l’accusa di stupro, con annessi problemi con l’amata moglie Vanessa.

Da questa vicenda giudiziaria uscirà trasformato. Lascia il numero 8, il suo numero di maglia fino a quel momento. Prende il 24: perché da ora in avanti penserà ai Lakers ventiquattro ore su ventiquattro. Sanguina in gialloviola. È in questo periodo che nascono il Black Mamba e la Mamba Mentality. Il Black Mamba è un serpente estremamente velenoso, assurto alle cronache grazie ai film Kill Bill I e II. Una delle protagoniste, interpretata dall’attrice Daryl Hannah,

Coach Jackson, Shaq & Kobe

porta con sé una valigetta, da cui, quando aperta, esce questo serpente a mordere il malcapitato di turno, uccidendolo. Kobe vuol fare riferimento a quanto può essere letale lui, almeno tanto quanto lo è il serpente. E quando si alza per un tiro in sospensione è esattamente identico all’attacco del serpente: si alza, rilascia il pallone, morde. E ti uccide.

È il controllo mentale che ha sulle partite, su avversari e compagni, a fare paura. “That Jordan thing” la chiamano negli Stati Uniti. È proprio Jordan il giocatore su cui modella il suo gioco. Il legame, anche se a distanza, con Jordan ne accompagnerà tutta la carriera. Come abbiamo visto entrambi, Kobe ed M.J. sono allenati dallo stesso allenatore, Phil Jackson. Coach Zen ha adottato un sistema di gioco che permette ad

entrambi i campioni, tutti e due con un ego smisurato, a giocare coi compagni. Grazie a questo sistema, puro e semplice tai chi a 5 in movimento Kobe ed M.J. sono il centro dell’energia della squadra, il Cuore, dato che hanno il più grande dei poteri su un campo da pallacanestro: la fantasia.

Ed è proprio Phil Jackson, che meriterebbe una storia a parte, a spiegarci cosa è la Mamba mentality. Kobe si allena persino più di Jordan. La sua etica del lavoro è sconfinata. Si allena duramente. Conosce alla perfezione il gioco: spiegare il livello di conoscenza, di competenza che Kobe ha del gioco per me, negato su un campo da basket, è difficile. Ma chi ne sa più di me, vi potrebbe dire che Kobe era in grado di capire il gioco con tre, quattro passaggi di anticipo. Può permettersi di “interrogare” i compagni di squadra.

Il morso del Mamba

Li provoca, l’intensità che mette negli allenamenti è identica a quella che mette nelle partite. Negli ultimi anni di carriera va alla partita con l’autista. Non è affatto un vezzo: gli permette di tenere le borse del ghiaccio sulle ginocchia, ormai malandate, e guardare i video degli avversari di giornata.

È totalmente focalizzato sull’obbiettivo. Vincere, in primis, superare M.J come obbiettivo finale. Per essere messo sullo stesso gradino del podio, assieme al 23.

Va anche due volte alle Olimpiadi: due ori, da capitano, come Jordan.

Il primo nel 2008, a Pechino. Ovviamente il primo oro è da protagonista. Nella finale, quando la Spagna non molla, è lui a uccidere la partita.

Il sangue freddo, altra caratteristica che lo contraddistingue. Il secondo è una passeggiata in confronto. È quello del 2012, a Londra. Troppo forte team USA.Prima delle Olimpiadi 2008, operazione alla mano. Kobe nel 2008 convive almeno da febbraio con una mano, la destra malconcia. Nonostante tutto porta i Lakers alle finali. Ma gli odiati Celtics sono la squadra del destino. Troppo forti e completi. 4-2. Lakers sconfitti, Kobe dovrà attendere il primo titolo da leader dei Lakers. Non molto. Il 2008/2009 è l’anno buono. Il cast di supporto è di livello, finalmente. 4-1 nelle finali 2009 agli Orlando Magic. MVP delle finali. Gara 6 delle finali dell’ovest è un inno alla Mamba Mentality. Guardatevi il video su YouTube. Time out. Vantaggio rassicurante Lakers. Il Mamba guarda i compagni, poche semplici parole “They’re palying desperation basketball. NO MERCY

4-3 l’anno dopo, ai Celtics, nel superclassico americano. Altro anello, altro premio da MVP. Vendetta su Celtics consumata.

Dopo i due titoli inizia il declino. Il fisico comincia a fargli pagare gli anni di attività intensa. Rottura del tendine d’achille nel 2013. Chiunque smetterebbe. Lui non ci pensa assolutamente. Prova a continuare. Manca solo un titolo per pareggiare M.J.

Non ce la farà. Ormai il suo fisico è usurato. E i Lakers sono in ricostruzione. Torneranno a vincere, probabilmente. Ma lui non sarà in campo. La stagione 2015-2016 è un lungo tour d’addio.

L’ultima partita, 60, alla sua maniera. Il discorso in campo. Con la famiglia. La sua amatissima famiglia, tra cui “Gigi”, quella che nelle sue intenzioni avrebbe portato avanti la sua leggenda. Quella che lui stesso allenava. Morta con lui in quel maledetto schianto. Già la famiglia. Mentre M.J. in un discorso pubblico, rivolgendosi ai figli, parlo di fardello a proposito del suo cognome, Kobe non avrebbe mai nemmeno immaginato che il suo cognome potesse essere un peso, per le amate figlie. Sarebbe stata una bandiera, uno stendardo di cui andar fieri.

Ma non era solo un giocatore di basket, Kobe Bean Bryant. Era anche un uomo straordinario. Sono numerosi i gesti di bontà e altruismo che ha compiuto nel corso degli anni. Senza troppa pubblicità, non lo faceva per apparire. Lo faceva perché lo riteneva giusto.

Un piccolo aneddoto personale. Ho conosciuto qualcuno che ha incontrato Kobe di persona.

Finale olimpica del 2008: la vittima del Mamba è la Spagna. Canestro da tre punti, fallo e libero supplementare a bersaglio. Gioco da 4 e partita in ghiaccio.

Per questioni che non sto a spiegare, la persona che mi ha riferito questo fatto ha avuto modo di partecipare alla creazione di una fondazione che si prendesse a cuore la situazione dei soldati americani colpiti da sindrome post traumatica da stress.

Al momento di cercare un testimonial si è fatto il nome di Kobe.

Lui non ha avuto il minimo dubbio, la minima titubanza. Si è mostrato disponibile ed entusiasta, con la semplicità che lo contraddistingueva fuori dal campo: basta vedere le interviste, anche in italiano, concesse negli anni.

Il rapporto col nostro paese, poi. Una volta l’anno veniva in Italia. Non ha mai dimenticato il paese in cui è cresciuto. La figlia ultima nata, nemmeno un anno fa, chiamata Capri. Ogni volta che tornava, per impegni pubblici o per le vacanze, andava a salutare i vecchi amici d’infanzia. Ha anche radunato gli ex-compagni di squadra di Reggio Emilia, per due tiri in privato e per ricordare il passato.

La vita e la carriera di Kobe hanno una morale: se vuoi qualcosa, sappi che ci sarà da faticare, da lavorare, per raggiungerlo. Ma se lo farai, i risultati arriveranno.

Foto di rito post vittoria NBA con Pau Gasol e Lamar Odom

Ora non c’è più. Me lo immagino a giocare uno contro uno, nel paradiso dei cestisti, con Drazen Petrovic, un altro campione scomparso troppo presto. Fortuna che non hanno più un corpo fisico, perché mettere due così uno contro l’altro vorrebbe dire dover ripulire il sangue dal parquet. Magari sotto gli occhi di Tex Winter, assistente di coach Jackson, il creatore dell’attacco “Triangolo” che tante vittorie ha fruttato a Kobe.

Cerco di sdrammatizzare, ma è stato veramente uno shock leggere della sua morte. In Italia, per non farci mancare nulla abbiamo avuto da polemizzare anche alla morte di un così grande campione, un così grande Uomo, legato in qualche modo al nostro paese. Non intendo andare oltre a ciò che è successo, è già squallido di suo.

 

Rimarrà per sempre, nel cuore degli appassionati della palla a spicchi, il ricordo di quel ragazzino con le calze tirate su. Il cestino dei rifiuti nell’angolo, da usare come canestro.

5 secondi sul cronometro.

La palla nelle sue mani.

4 secondi.

3.

2.

1.

Mamba out.