JUNGER
L'Era dell'Uomo-Ingranaggio
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Ed eccoci giunti al nucleo della sofferenza odierna, il grande vuoto che Nietzsche ha definito crescita del deserto.

Il deserto cresce: è questo lo spettacolo offerto dalla civiltà e dai suoi rapporti svuotati di senso.

Ernst Junger

 

Il pensiero di Ernst Junger è fortemente legato a quello di un altro fondamentale filosofo del Novecento, ovvero Friedrich Nietzsche, ed uno dei punti di maggiore prossimità tra i due consiste proprio nella constatazione del vuoto che permea la civiltà occidentale moderna.

Entrambi i pensatori vanno a contrapporre alla figura dell’uomo contemporaneo un uomo differente in quanto caratterizzato, per dirlo in termini nietzscheani, da una forte Volontà di Potenza. Questa figura, che chiameremo Oltreuomo o Ribelle, è veramente rivoluzionaria, ma di questo tratteremo nei prossimi articoli.

L’uomo moderno descritto da Junger è contraddistinto da una mancanza di radici profonde nonché da un totale asservimento alla tecnica, da cui è senza dubbio dipendente, che lo rendono illuso e schiavo di una società globalizzata e totalmente impersonale.

[…] egli crede a ciò che legge nei giornali, ma non a ciò che è scritto negli astri.

Questo tipo di società, su cui non ci dilunghiamo in questa sede in quanto è stata già abbondantemente definita negli articoli “La società del pensiero debole” e “La società virtuale”, non mira all’integrazione del soggetto né al suo sviluppo, ma lo domina e lo sottomette considerandolo più in termini di utilità e di funzionalità che in termini individuali e personali.

Gli stessi parametri che vengono applicati a definizione delle macchine e delle innovazioni tecnologiche si estendono a comprendere anche l’uomo, privato della caratteristica che lo rende unico nel Creato, l’Anima, e surclassato a mero oggetto di cui disporre nel modo più conveniente possibile.

In questo modo il singolo si ritrova sradicato e perso, privato di quella guida che lo Stato e la società dovrebbero rappresentare, e in questa condizione di insicurezza e profonda solitudine finisce per immergersi volentieri nelle illusioni di cui è circondato, che annebbiano la sua visuale e lo trasformano in uno schiavo inconsapevole o addirittura felice delle sue catene.

Il singolo non occupa più nella società il posto che l’albero occupa nel bosco: fintanto che il tempo si mantiene sereno e il panorama è piacevole, il passeggero quasi non si accorge di trovarsi in una situazione di minore libertà, manifesta anzi una sorta di ottimismo, un senso di potenza dovuto alla velocità.

In questo quadro sociale, l’aspetto della tecnica ricopre un ruolo centrale: essa nasce come strumento al servizio dell’uomo, che attraverso le sue invenzioni e il suo sviluppo mira ad ottenere una vita più agiata, relegando i compiti più pericolosi e meschini a macchinari inventati ad hoc, vivendo così con maggiore sicurezza e comodità.

Successivamente, però, l’uomo si rende conto che le sue invenzioni possono essere progressivamente modificate e migliorate, e questo processo è potenzialmente infinito dal momento che non esiste in realtà un confine oltre il quale l’evoluzione tecnica non possa spingersi. Consapevole di questo, l’obiettivo cambia: la macchina non è più ideata e realizzata in base alla domanda, cioè secondo ciò che potrebbe essere utile e vantaggioso per l’uomo, bensì secondo l’evoluzione tecnologica stessa, che diventa un nuovo obiettivo incentrato soltanto sulla macchina e sul suo progressivo miglioramento.

L’uomo diviene schiavo della tecnica nell’esatto momento in cui smette di utilizzarla come mezzo, e si rende invece lui stesso strumento al servizio di uno sviluppo costante di tecniche sempre più sofisticate.

Catturati nel gioco di potenti illusioni ottiche, siamo abituati a considerare l’uomo, se confrontato con le sue macchine e con l’arsenale della sua tecnica, un granello di sabbia.

Junger, reduce della Prima Guerra Mondiale, arriva addirittura ad affermare che l’unica e vera vincitrice di quel conflitto è stata la tecnica, alla quale tanto la fazione vincitrice quanto quella sconfitta si sono piegate.

Nel dopoguerra, infatti, non è stato il ruolo della tecnica a venire ridimensionato, bensì il mondo stesso a plasmarsi e cambiare intorno a questo pilastro, che ha funto da traino per una nuova realtà che nel nome della Scienza e del Progresso ha annichilito l’uomo e la sua natura, privandolo delle sue particolarità e unicità etniche, religiose ed individuali ed immergendolo in un mondo di omologhi ed uguaglianza forzata.

Là dove la macchina fa la sua apparizione, la lotta dell'uomo contro di essa appare senza speranza.

Il limite che la tecnica cerca di superare e annientare definitivamente è quello stabilito dalla Natura e dalle sue leggi di fatto incontrastabili, verso le quali l’uomo moderno prova timore o addirittura risentimento, perché una volta privato della profonda coscienza della sua Immortalità viene pervaso dal terrore di poter sparire per sempre e diventare nulla.

L’individuo contemporaneo, quindi, come uno sfortunato Pinocchio a cui la magia della Fata Turchina non può essere utile, ha come più grande desiderio quello di diventare un bambino vero, senza accorgersi che la scintilla di vita che lo rende umano è già dentro di lui,  e nel disperato tentativo di realizzare questa aspirazione arriva a sacrificare la sua libertà e la sua stessa essenza, finendo invece col prolungare così la sua condizione di ciocco di legno.

La paura è uno dei sintomi del nostro tempo.

[…] E’ un fatto che i rapporti tra i progressi dell’automatismo e quelli della paura sono molto stretti: pur di ottenere agevolazioni tecniche, l’uomo è infatti disposto a limitare il proprio potere di decisione.

Conquisterà così ogni sorta di vantaggi che sarà costretto a pagare con una perdita di libertà sempre maggiore.

 

È solo nei momenti in cui la tecnica mostra la sua essenza nei suoi aspetti più incontrollabili e pericolosi, quando il castello di carte rischia di crollare, che all’uomo moderno si apre uno spiraglio oltre il velo di illusione attraverso cui guarda il mondo. In questo momento egli ha la possibilità di prendere coscienza della sua condizione, rendendosi conto della sua totale mancanza di libertà e di tutto il potere che ha ceduto alla tecnica, che sembra ricoprire ora un ruolo tanto più importante del suo.

Secondo Junger, l’uomo che crede alle illusioni che lo circondano sentendosi prigioniero o addirittura parte integrante di questo mondo votato alla tecnica e al suo interminabile progresso, è spacciato e sarà destinato a perire come il mondo malato di cui è parte.

Solo colui che ha radici profonde è realmente libero, perché conosce la sua Natura e non si lascia ingannare da alcun gioco di ombre, dimostrandosi in grado di agire realmente.

Il deserto cresce;

[…] ora le leggi diventano incerte, gli arnesi si rivelano a doppio taglio.

Guai a chi alberga deserti: guai a chi non porta con sé, anche solo in un’unica cellula, quel tanto di sostanza originaria che assicura continuamente nuova fertilità.