Sede:

Ex Pizzigoni - Via Parini, Saronno (VA) 21047

© 2023 by Feed The World. Proudly created with Wix.com

JAN

Praga, 16 gennaio 1969.  Un ragazzo di appena vent’anni, Jan Palach, arriva ai piedi del museo nazionale. Toglie la sacca, dove conserva lettere e articoli che ha scritto, si cosparge di benzina e si da fuoco. Morirà tre giorni dopo, tre giorni in cui rimane lucido: dirà ai medici di aver seguito l’esempio dei monaci buddisti vietnamiti, soprattutto di Thích Quảng Đức, che si erano così immolati per protesta, contro le leggi pro-cattolicesimo del Vietnam del Sud. Seicentomila persone, da tutta l’allora Cecoslovacchia, partecipano ai suoi funerali.

Un mese dopo, il 25 febbraio 1969, anniversario della presa del potere da parte dei comunisti, Jan Zajíc, studente di neanche diciannove anni, che fin dai primi di gennaio aveva partecipato a scioperi della fame e commemorazioni studentesche in ricordo di Jan Palach, ne segue l’esempio: si da fuoco nell’androne di un palazzo di Praga. Le truppe di occupazione sovietiche impediranno che il giovane venga sepolto a Praga, come aveva chiesto nelle sue ultime volontà.

Ma perché Jan si da fuoco? Cosa spinge un ventenne a sacrificare (dal latino sacrificium, sacer + facere, “rendere sacro”) la propria vita e in modo tanto crudo quanto plateale?

Per capirlo bisogna riportare le lancette indietro di un anno, al 5 gennaio 1968. Il riformista slovacco Alexander Dubček sale al potere in Cecoslovacchia, e da inizio ad una serie di riforme economiche, politiche e sociali, volte a dare al popolo maggiori diritti sulla strada di una maggiore democratizzazione. Dubček ha così varato quello che passerà alla storia come socialismo dal volto umano

Questo processo viene bruscamente interrotto il 20 agosto dello stesso anno. Fin dall’inizio le riforme non erano affatto piaciute al comitato centrale del Partito comunista Sovietico. Mosca aveva fatto non poche pressioni per spingere Dubček ad abbandonare la strada del cambiamento. Il presidente cecoslovacco non fece un passo indietro,  soprattutto dopo aver anche incassato il supporto di numerosi intellettuali praghesi, firmatari del manifesto delle duemila parole, ignominiosamente criticato dal Partito Comunista Italiano, tramite i suoi organi di stampa l’Unità (quotidiano) e Rinascita ( settimanale). Il PCI e i suoi militanti, portabandiera del progressismo, si muovono esattamente come dodici anni prima, in occasione della rivolta Ungherese del ’56, inflessibilmente fedeli alla linea moscovita, contro ogni tentativo di sganciarsi dal blocco sovietico in barba al bisogno di libertà di popoli che si sentivano oppressi.

La reazione sovietica fu esattamente quella del 1956. È  la prima volta in cui si applica la dottrina Breznev: l’URSS, secondo il segretario del PCUS, ha il diritto/dovere di intervenire ogni volta in cui il regime, comunista e monopartitico, sia minacciato da moti “reazionari” nei paesi del patto di Varsavia. Nella notte tra l 20 e il 21 agosto 1968, tra i 600.000 e gli 800.000 soldati sovietici, appoggiati da un numero che oscilla tra i 5.000 e i 7.000 mezzi corazzati, occuparono la Cecoslovacchia, mentre era in svolgimento il congresso del partito comunista cecoslovacco che doveva definitivamente sancire la sconfitta dell’ala stalinista.

Mosca impose una nuova dirigenza e la situazione venne normalizzata, annullando gran parte delle riforme di Dubček.

È in questo quadro che Jan decide di compiere il sacrificio supremo, per protestare contro un occupazione straniera che stava opprimendo il suo popolo. È stato un atto di coraggio estremo. Dopo la caduta del muro la piazza prima dedicata al nemico contro cui Jan si era immolato, l’Armata Rossa cambiò nome. Porta il nome di un patriota che conto il braccio armato del comunismo si era immolato: JAN PALACH, esattamente come molte associazioni studentesche della ex Cecoslovacchia, che onorano la memoria di questo ragazzo che ha sacrificato la vita in nome dei suoi ideali.

Cosa ci resta a quasi 50 anni di distanza di un’esperienza così forte?

Ci resta il valore mal interpretato del sacrificio, quale gesto ultimo, retorico, tignoso e disperato, che comunica poco altro alle menti di chi ha vent’anni oggi.

E non a torto. Chi oggi arriverebbe a tanto?

Se dovesse accadere, il protagonista non diventerebbe certo un eroe: da alcuni potrebbe essere ricordato con la stessa retorica e la disperazione che avrebbe animato la sua azione. Sui media verrebbe quasi certamente dipinto come un folle, un malato sconnesso con la realtà. Presso il grande pubblico  cadrebbe ben presto nel dimenticatoio sovrastato da selfie e campagne mediatiche del momento.

Ciò che ha reso invece Jan Palach un Eroe europeo, si trova nella sottile differenza di chi compie un gesto dettato dalla disperazione oppure chi lo compie nella serena lucidità di essere testimonianza di vita.

Perché per quanto sia vero che  nessuno è più disposto a morire per degli ideali, è altrettanto vero che non vi siano degli ideali chiari e condivisi per cui valga la pena vivere.

Tanto, quasi tutto, viene oggi dato per scontato in questa società, fluida, frammentata ed egoista, di certo tanto celebrata, in cui si spengono gli ardori tipici della spinta vitale, fatta di valori, doveri e lotta.

Altrettanto celebrato è il diritto/dovere a disperdersi nell’uniformità generale che impedisce di riconoscere invece il dirompente grido di vita che Jan Palach ha emesso in piazza a Praga e che, incomprensibilmente per i più, riecheggia ancora forte a mezzo secolo di distanza.

Nella depressione odierna non si coglie più il valore fondante del dono che sta alla base di ogni sacrificio, e si legge solo la disperazione e il dolore che ci si immagina tale gesto debba aver causato. Ma questa lettura è più l’implacabile specchio dell’odierna condizione etica e sociale, più che l’analisi distaccata di un fatto eccezionale.

La differenza sta proprio nel leggere di un gesto estremo rispetto a vedere un dono totale, ma è noto che non si può vedere oltre se stessi.

La differenza sta nell’agire guidati dalla disperazione e dall’insopportazione, o nell’agire guidati dall’Amore incondizionato e dalla Vita.

Prima di vedere per cosa un uomo è stato disposto a morire, proviamo a capire per che cosa un uomo è disposto a vivere.

Così coglieremo perchè a 50anni di distanza quel fuoco di Praga brucia ancora della Vita di Jan Palach, dono lucido e cosciente a quei valori di cui si è fatto alfiere.

E tu cosa sei capace di vedere?