La Stirpe di Denethor

Il Peso del Servizio

Nel Signore degli Anelli abbiamo modo di osservare molte vicende che si svolgono all'interno di una famiglia. Tra le più importanti, troviamo quella composta dal Sovrintendente di Gondor, Denethor II, e dai suoi due figli, Boromir e Faramir.

 

La carica di Sovrintendente era originariamente quella di Primo Consigliere del Re di Gondor e, in assenza di quest'ultimo, ne faceva le veci per quanto riguarda l'ordinaria amministrazione. Come si è detto nell'articolo sulla caduta di Númenor, con la scomparsa senza eredi dell'ultimo Re di Gondor, il Sovrintendente assunse il comando del Regno; lo fece però senza proclamarsi sovrano egli stesso, dichiarandosi anzi solo un custode del trono “fino a che il Re non ritorni”. La carica divenne ereditaria e per 25 generazioni i Sovrintendenti guidarono il Regno di Gondor, fino agli eventi del Signore degli Anelli.

 

Nel romanzo vediamo come questi tre importantissimi personaggi di stirpe nobile, chiamati a servire la propria patria in tempi difficili, siano messi a dura prova dagli eventi. Tra loro, il solo a non cadere è Faramir, colui che non era destinato alla guida della nazione.

Che insegnamento si può trovare nelle azioni di questi Uomini?

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DENETHOR

“Egli è assai diverso dagli altri uomini del suo tempo, Pipino, e quali che siano i suoi avi e i suoi padri, per uno strano caso, il sangue dell'Ovesturia scorre quasi puro nelle sue vene, e in quelle dell'altro suo figlio, Faramir; non così invece in quelle di Boromir, che pur era il suo preferito. Ha occhi acuti. Può percepire, se ritiene di farlo, molte cose che percorrono i pensieri degli uomini, anche di quelli assai lontani da qui. È assai difficile ingannarlo e molto pericoloso provarci “

Gandalf su Denethor

 

Denethor è descritto come un leader orgoglioso ma valoroso, altero e di poche parole ma volitivo e capace, non particolarmente amato ma grandemente rispettato dal popolo, un capo che presta ascolto a tutti i suoi consiglieri e poi segue unicamente le proprie idee. È inoltre depositario delle qualità degli antichi Númenoreani, come ci dice Gandalf nella citazione. Tutto considerato, possiede le caratteristiche di un grande leader, e lo è: oltre a governare, difende con successo per decenni la sua terra dai continui assalti di Mordor in una guerriglia senza fine, tutelando indirettamente anche tutti i regni liberi della Terra di Mezzo dal grosso degli attacchi orcheschi.

Per comprendere come un servitore della patria così capace possa cadere, bisogna esaminare la sua storia.

 

Nelle Appendici del Signore degli Anelli apprendiamo che Denethor aveva una moglie di nome Finduilas, madre di Boromir e Faramir, che egli “amava, a modo suo, più profondamente di chiunque altro, ad eccezione forse del figlio primogenito che ella gli aveva dato”. Finduilas purtroppo muore per una malattia dopo soli dodici anni di matrimonio: la sua scomparsa è un duro colpo per Denethor, che diventa più tetro e silenzioso, trascorrendo ore in solitudine a rimuginare nella sua torre. Le sue cupe riflessioni, probabilmente condizionate dallo sconforto generato dal lutto, lo portano a credere che il grande assalto di Mordor sarebbe avvenuto durante il suo mandato da Sovrintendente, e per averne la certezza arriva a fare ciò che nemmeno gli ultimi Re di Gondor avevano osato: servirsi di un Palantir. Chiamati anche Pietre Veggenti, essi sono delle sfere di cristallo scuro create dagli elfi antichi nella prima Era, donate poi ai Númenoreani e portate nella Terra di Mezzo dai sopravvissuti alla distruzione dell'Isola. Questi oggetti sono capaci di comunicare tra loro trasmettendo i pensieri di chi vi guarda all’interno, e possono inoltre mostrare luoghi ed eventi lontani nello spazio se chi li usa ha la necessaria volontà per indirizzarli in questo modo. Il pericolo dell'utilizzo non risiede nelle pietre in sé, ma nel fatto che una di esse è caduta nelle mani di Sauron, ed il contatto con la sfera significa quasi certamente il contatto con la mente dell'Oscuro Signore: il primo a farne le spese è stato Saruman, anche lui in possesso di un Palantir, irretito e soggiogato nonostante fosse un potente Istaro. Eppure, Denethor, che per quanto di nobile lignaggio Númenoreano rimane pur sempre un Uomo, è dotato di un'incredibile volontà che gli permette di resistere a quella dell'Oscuro Signore, nonostante paghi i suoi sforzi con un invecchiamento precoce. Sauron, però, non è solo potente, ma anche astuto e subdolo: non potendo soggiogare le mente di Denethor, e non potendo ingannarlo con false immagini data la natura degli artefatti, gli mostra visioni delle enormi armate di Orchi nelle pianure di Mordor che si preparano per la guerra. Così facendo, riesce ad instillargli il dubbio che non ci possa essere una vittoria contro forze così soverchianti, piantando quindi il seme della disperazione e facendo leva sul suo orgoglio, in quanto Denethor finisce col ritenersi l'unico difensore contro la marea di Mordor, di cui lui solo conosce l'entità. O almeno crede di conoscerla: l'utilizzo ad arte delle visioni da parte di Sauron per spaventare il Sovrintendente è con giusta ragione considerato un riferimento/critica alla propaganda, in particolare quella bellica, che all'epoca di Tolkien, testimone di entrambe le Guerre Mondiali, non mancava di certo.

 

Tale logorio fisico e mentale continua negli anni a venire, sempre mitigato dalla grande volontà di Denethor, almeno fino ad un altro terribile evento: la morte del suo primogenito, Boromir.

Questo secondo lutto segna un ulteriore peggioramento della personalità di Denethor, che diventa ancora più tetro e scontroso. Non solo: al rientro di Faramir in città per fare rapporto sugli eventi recenti, il padre riversa su di lui tutta la sua rabbia e quando il secondogenito racconta dell’imminente caduta delle ultime difese fuori dalle mura della città e dell'incontro con Frodo, viene dapprima aspramente criticato per non aver preso l'Anello a Frodo per portarlo a Minas Tirith, e poi mandato a difendere una posizione già praticamente persa contro un numero troppo grande di nemici. Denethor arriva addirittura a dirgli che avrebbe preferito fosse morto lui al posto di Boromir: la disperazione sta lasciando il posto alla follia.

Arriva poi il colpo di grazia per la psiche del Sovrintendente: infatti Faramir, dopo aver valorosamente combattuto, viene riportato in fin di vita al suo cospetto. Dopo averlo fatto adagiare su un letto, Denethor va a consultare un'ultima volta il Palantir e al suo ritorno non ha più né speranza né senno: abbandona quindi del tutto il proprio ruolo, rimettendo la difesa della città nelle mani di “chi volete, persino il Grigio Stolto, benché la sua speranza sia fallita” nonostante gli eserciti del Nemico la stiano circondando, e rimane a vegliare il figlio, ancora in bilico fra la vita e la morte. Durante la veglia, il Sovrintendente concepisce la sua ultima follia, ovvero suicidarsi insieme al figlio facendosi ardere vivo su una pira funebre. Gandalf tenterà di fermarlo, ma riuscirà a salvare solo Faramir: Denethor si immolerà sulla pira, con il Palantir stretto fra le mani.

 

Perché dunque un Uomo tanto degno cade? Per orgoglio? Per l'influenza del Palantir? Sicuramente entrambi gli elementi hanno la loro parte, ma si può vedere come ancora prima sia la perdita dei familiari e il lutto a spingere Denethor sul sentiero che lo porta a cadere. La morte della moglie (e probabilmente la paura per il futuro dei figli) gli fanno oltrepassare il limite e utilizzare il Palantir, pagando un prezzo troppo alto e ottenendo in cambio solo dubbi invece delle certezze che cercava; la morte di Boromir lo priva della lucidità e gli fa riversare il proprio dolore su ciò che resta della sua famiglia, che in realtà vorrebbe proteggere; la convinzione che Faramir sarebbe morto sotto i suoi occhi, lo priva definitivamente del senno spingendolo verso l'autodistruzione, nonostante Faramir possa invece essere curato (e lo sarà, ma Denethor non sarà vivo per vederlo). In altre parole, la nemesi di Denethor è l'Attaccamento.

L'Attaccamento, da non confondere con l'amore o l'affetto, è l'illusione che le persone (o anche le cose, una posizione sociale, un lavoro...) che fanno parte della nostra esistenza ne faranno parte per sempre a prescindere da tutto, e quando la Realtà bussa alla porta ci si sente defraudati di qualcosa di nostro per diritto, impedendoci di elaborare la perdita.

Ma se l'Attaccamento ci porta sofferenza, qual è la soluzione? L'indifferenza, il rifiuto degli affetti?

Assolutamente no. La soluzione è ribaltare lo schema di pensiero: si può cercare di accettare la Realtà, ovvero l'impermanenza delle cose (sicuramente difficile), e soprattutto si può essere grati. La Gratitudine è ciò che permette di non accanirsi sulla tristezza di ciò che si è perso, che comunque è assolutamente umano provare, e di riconoscere la fortuna di aver avuto quel che ora ci manca, quindi di osservare “l'altra faccia della medaglia” consentendoci di mitigare ed affrontare il dolore della perdita senza caderne vittima: ciò che alimentiamo all'Interno di noi si rifletterà sull'Esterno.

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BOROMIR

“Non bramiamo il potere dei Re di Angmar, ma solo la forza necessaria per difenderci, per difendere una giusta causa. E meraviglia! nell’ora del bisogno il fato mette alla luce l’Anello del Potere. E’ un dono, ne sono convinto: un dono ai nemici di Mordor. E’ pura follia non adoperarlo, non adoperare il potere del Nemico per lottare contro di lui. I temerari, gli spietati, sono costoro gli unici che potranno vincere. (...) L’Anello mi conferirebbe il potere del Comando. Come caccerei via i nemici da Mordor! Ed allora tutti gli uomini si raggrupperebbero intorno alla mia bandiera”

Boromir a Frodo

 

Boromir è il primogenito e figlio prediletto del Sovrintendente di Gondor. Viene descritto come impetuoso e temerario, prode e carismatico, “somigliante al padre nel volto e nell'orgoglio, ma in pochi altri aspetti”. È un vittorioso Capitano dell'esercito di Gondor, rispettato dal popolo e dai soldati, e in più di un'occasione si è distinto per le sue imprese militari. Partecipa al Concilio di Elrond, ed è lui ad aver chiesto ed ottenuto di esservi inviato. Il suo percorso è il più noto, in quanto si svolge meno “dietro le quinte” rispetto al padre e al fratello sia nel romanzo, in particolare nella Compagnia dell'Anello, sia nell'adattamento cinematografico.

In particolare, traspare molto il suo grande amore per la sua patria, Gondor, e la convinzione che lì risieda la salvezza per tutti i Regni liberi: fin dall'inizio propone di portare l'Anello a Minas Tirith per utilizzarlo, ed anche dopo essere stato messo in guardia sulle terribili conseguenze non cambia idea, anche se dissimula.

Il desiderio di salvare la sua patria, però, ne nasconde un altro, ovvero il desiderio del Potere.

 

Come per suo padre, il processo che lo porta a cadere non è immediato, sebbene avvenga in settimane invece di anni; inizialmente Boromir si dimostra un ottimo elemento della Compagnia, offrendo consigli e aiutando quando possibile, mostrando disinteressata preoccupazione soprattutto per gli Hobbit nelle difficoltà del viaggio. Più avanti, all'ingresso di Moria e a Lòrien, lo sentiamo ribadire che il percorso migliore per la Compagnia sia quello di giungere a Gondor e da lì decidere il da farsi, ma si attiene alle decisioni del gruppo. Proprio alla partenza da Lòrien, Frodo comincia ad avere dei sospetti ascoltando le parole di Boromir: “Se desiderate soltanto distruggere l’Anello”, disse, “le armi e la guerra vi servono ben poco, e gli uomini di Minas Tirith non possono esservi d’aiuto. Ma se desiderate annientare la potenza armata dell’Oscuro Signore, è una follia sprecare…”. S’interruppe d’un tratto, come se si fosse accorto solo in quel momento che stava formulando ad alta voce i suoi pensieri. “Una follia sprecare tante vite, voglio dire”. Frodo capisce che la frase aveva in realtà tutt'altra conclusione, e che l'idea di usare l'Anello non l'aveva mai abbandonato. La cosa diverrà palese quando Boromir tenterà di prendere l'Anello prima con la persuasione e poi con la forza, e in quell'occasione, pronunciando la frase riportata nella citazione che introduce il personaggio, si vede molto bene che il desiderio della salvezza di Gondor è intrecciato e “macchiato” dalla brama di potere personale.

 

Se da un lato è comprensibile il desiderio di proteggere la propria Patria, dall’altro lo snaturamento della stessa dovrebbe essere un limite chiaro da non oltrepassare; ma la tentazione del Potere così a portata di mano è molto forte e, anche quando l'interesse personale è apparentemente in secondo piano, l'amore eccessivo verso qualcosa si rivela deleterio. Dico apparentemente in quanto l'amore eccessivo, e quindi morboso, in realtà è interamente interesse personale: una proiezione dei nostri desideri sull'esterno che non tengono conto delle conseguenze su quell'esterno che diciamo di amare.

Nonostante sia stato messo in guardia contro l'uso dell'Anello, nonostante abbia visto i Nazgul, prova tangibile di cosa succede a chi cerca il potere in quel modo, e nonostante la corruzione che porterebbe a Gondor barattando una temporanea salvezza con una rovina peggiore poiché portata non dal Nemico ma dal suo governante, l'orgoglio di Boromir lo fa credere superiore nonché l'unico con la volontà necessaria per fare ciò che va fatto (come suo padre), anche di fronte alla degradazione di ciò che vorrebbe proteggere.

 

Di nuovo Orgoglio e Attaccamento si ritrovano uniti nello sviare un grande Uomo dalla sua Missione, anche se in questo caso è l'orgoglio a farla da padrone, a differenza di Denethor.

L'insegnamento da trovare qui, però, va oltre: Boromir, infatti, pagherà per le sue azioni con la vita, eppure nei suoi ultimi momenti Tolkien fa pronunciare ad Aragorn queste parole: “Hai vinto. Pochi hanno conosciuto un simile trionfo.”

Qual è questa vittoria? Subito dopo aver cercato di togliere l'Anello a Frodo, Boromir si rende conto di ciò che ha cercato di fare, e se ne vergogna moltissimo: il primo passo verso la redenzione è la consapevolezza delle proprie azioni. Il peso sul suo Cuore è molto grande, tanto che non riesce a raccontare tutta la verità al resto della Compagnia quando comunica loro che Frodo è scomparso dopo il loro alterco. Mentre sono alla sua ricerca, Boromir, Merry e Pipino incontrano una pattuglia di Uruk-hai, e il Capitano di Gondor combatte per salvarli, ma i nemici sono troppi. Quando Aragorn lo trova è troppo tardi: è accasciato contro ad un albero e trafitto da molte frecce. “Ho cercato di togliere a Frodo l’Anello. Chiedo perdono. Ho pagato”, sono le sue prime parole, che rivelano il suo profondo pentimento, secondo passo per la redenzione. Ed anche il terzo passo è stato compiuto: ha dimostrato con l'Azione la sua volontà di fare ammenda, svolgendo il suo dovere di Compagno fino al sacrificio personale. Ha quindi combattuto e superato la tentazione più grande, quella del Potere, ed infatti le sue ultime parole mostrano di nuovo il suo amore per la sua terra, ritornato puro: “Addio, Aragorn! Va’ tu a Minas Tirith e salva la mia gente! Io ho fallito”; con queste parole non solo capiamo che non contempla più l'utilizzo dell'Anello, ma anche che riconosce Aragorn come Re e il suo ritorno come mezzo di salvezza per Gondor, dato che sa che lui è l'Erede di Isildur ed esortarlo a salvare Minas Tirith è esortarlo a riprendere la guida e quindi il Trono. La salvezza non risiede nel non fare mai errori, ma nell'essere in grado di riconoscerli e superarli, con il Cuore e con l'Azione.

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FARAMIR

“Io non m’impadronirei di codesto oggetto, neppure se lo trovassi lungo la strada, neppure se Minas Tirith stesse cadendo in rovina e l’unica speranza di salvezza fosse quella di usare l’arma dell’Oscuro Signore per il bene della mia terra e per la mia gloria. No, non desidero tali trionfi, Frodo figlio di Drogo.”
(...)
“Quanto a me”, disse Faramir, “desidererei veder rifiorire l’Albero bianco nei cortili dei re e ritornare la Corona d’Argento, e la pace a Minas Tirith: Minas Anor qual era in passato, reame di luce, alta e splendente, bella come una regina fra le regine: non una padrona di molti schiavi, no, nemmeno una dolce padrona di schiavi volontari. La guerra è indispensabile per difendere la nostra vita da un distruttore che divorerebbe ogni cosa; ma io non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la gloria acquisita. Amo solo ciò che difendo: la città degli uomini di Nùmenor; e desidero che la si ami per tutto ciò che custodisce di ricordi, antichità, bellezza ed eredità di saggezza. Non desidero che desti altro timore che quello riverenziale degli Uomini per la dignità di un anziano saggio” Faramir a Frodo

 

Cosa dire di più? Bastano queste parole, pronunciate dallo stesso Faramir, per comprendere come mai, nonostante sofferenza e tentazioni, Egli non cada e divenga il degno Sovrintendente di Re Aragorn Elessar. Anch'egli Capitano nell'esercito di Gondor, nonostante il padre preferisca Boromir per le sue qualità guerriere e perché più simile a lui, compie il suo dovere con coraggio. Come il padre, ha ereditato le qualità delle antiche genti di Númenor, e forse è proprio per questo che è lui a fare il sogno premonitore che guiderà Boromir a Gran Burrone. Nel sogno, infatti, Faramir sente una voce che gli intima di andarvi poiché “Il Flagello d'Isildur s'è svegliato”, ma nonostante sia stato lui a sognarlo sarà Boromir ad ottenere il permesso di andare dal padre. La perdita del fratello lo colpisce quanto Denethor, ed è proprio lui ad apprenderne la scomparsa per primo, poiché vede la barca su cui il corpo del fratello è stato adagiato alla deriva sul fiume Anduin. Ma a differenza del padre, il lutto non lo svia dal suo dovere: continua a compiere azioni di guerriglia contro la presenza sempre più massiccia di orchi, ed è in una di quelle sortite che incontra Frodo e Sam. Li interroga a più riprese, dapprima riguardo al fratello scomparso, poi, in privato, avendo capito molto leggendo tra le righe delle risposte degli Hobbit, riguardo all'oggetto che portano. Sa che il padre vorrebbe che l'Anello fosse portato a Minas Tirith, e per un momento è tentato di prenderlo, ma vince la tentazione e riconosce la minaccia e la maledizione che porterebbe questa azione, soprattutto alla luce del racconto della follia di Boromir. Così facendo riceve l'aspro biasimo del padre, rientrato a Minas Tirith per fare rapporto, e viene mandato incontro a morte quasi certa come abbiamo visto nella parte su Denethor. Le sue ferite sono gravi, ma la salvezza arriva proprio da quel Re che sperava potesse tornare a Gondor: Aragorn in persona lo cura, rispettando il detto profetico “le mani del Re sono mani di guaritore”.

 

Questa è l'essenza del personaggio di Faramir: nonostante anche lui sia sconfortato dagli eventi e tentato dal Potere, non perde mai completamente la speranza e non si abbandona all'autodistruzione; il suo amore per Gondor non è distorto da sogni di dominio, vede i giusti limiti alle azioni che si possono intraprendere per la sua salvezza, e vorrebbe di nuovo vedere il Re sul suo trono invece di ereditare una posizione di comando. La sua speranza e la sua rettitudine verranno ricompensate, oltre che con la guarigione, con il ruolo di Sovrintendente, così com'era nei giorni dei Re, e con l'amore di Eowyn, conosciuta in convalescenza.

 

L'esistenza mette tutti alla prova, alcuni più di altri, soprattutto chi ha posizioni di grande responsabilità come il reggente di una nazione minacciata di distruzione. Ciò che si può fare è ricordarsi che si è comunque umani, rimanere saldi sulla propria rotta, non perdere la speranza, riconoscere e prendere il meglio dagli eventi esterni o interni a noi stessi, quale che sia la loro natura. Solo così si può evolvere e portare la propria evoluzione al mondo, attraverso la nostra Missione, sia essa la guida di una Nazione o della nostra sola vita.

 

“E rammento che Boromir, da ragazzo, quando apprendevamo insieme la storia dei nostri antenati e della nostra città, rimpiangeva sempre che nostro padre non fosse re.“Quante centinaia di anni sono dunque necessarie affinché un sovrintendente divenga re, se questi non ritorna?”, diceva. “Pochi anni, forse, in luoghi ove la regalità è di rango inferiore”, rispose un dì mio padre. “A Gondor non basterebbero diecimila anni”.

I Fuochi di Gondor