Gollum
La Caduta dentro sè stessi

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“Strisciò viscido e lento come un baco fin nel cuore del monte, sparendo dalla faccia della terra. L’Anello lo seguì nelle ombre e colui che lo aveva forgiato non ne seppe mai niente, nemmeno quando il suo potere riprese a crescere ed a rinforzarsi”

 

Nelle pagine del Signore degli Anelli incontriamo una moltitudine di personaggi, siano essi Uomini, Hobbit, Stregoni, Ent ed ogni sorta di creatura scaturita dalla penna di Tolkien. Alcuni di questi sono enigmatici e ci accompagnano per un breve tratto, altri sono presenti in quasi tutta la narrazione. Questi ultimi sono solitamente i componenti della Compagnia, prima e dopo la sua separazione: impariamo a conoscere sfaccettature e personalità di Frodo, Sam, Aragorn o Gandalf, ampiamente mostrate attraverso parole, azioni e a volte pensieri. Eppure esiste un altro personaggio, al di fuori della cerchia dei “buoni”, che viene descritto con dovizia di particolari soprattutto nella sua personalità, e da figura solo nominata e presente sullo sfondo finisce per avere un ruolo gigantesco nello svolgimento degli eventi. Si parla di Gollum, l'unico dei portatori dell'Anello a mostrare le estreme conseguenze del suo possesso prolungato, quantomeno se privi del potere o della volontà per sfruttarne appieno le capacità.

 

Gollum non è per nulla un personaggio positivo, fin dalla prima descrizione che troviamo nelle pagine dello Hobbit: “un essere piccolo e viscido”, che vive nelle più profonde radici delle Montagne Nebbiose ed è unicamente dedito alla pura sopravvivenza, non disdegnando di strangolare e mangiare tutto ciò di vivo che gli capiti a tiro, anche Orchi, per variare la sua dieta a base di pesce. Il suo stesso nome è in realtà un'onomatopea di un suono sgradevole che lui stesso emette con la gola, anche se il suo personaggio è decisamente più che “sgradevole”. Durante il loro incontro nelle pagine de Lo Hobbit, Bilbo non è in grado di riconoscere nella creatura pallida e scheletrica davanti a sé un suo simile, né tantomeno il lettore può immaginarlo, eppure Sméagol, questo il suo vero nome, è un Hobbit di stirpe Sturoi. È Gandalf, interrogando Gollum dopo averlo catturato, a scoprirlo, insieme al modo in cui è venuto in possesso dell'Anello: tradimento e omicidio.

L'Anello venne infatti trovato dal cugino Déagol, con cui era andato a pesca sul fiume Gaggiolo, nel punto dove quasi duemilacinquecento anni prima Isildur era stato massacrato cercando di fuggire da un'imboscata degli Orchi. L'Anello, che lo nascondeva, si era sfilato dal suo dito, permettendo agli arcieri orcheschi di uccidere il fuggiasco e finendo sul fondo del fiume, rimanendovi fino al suo fortuito ritrovamento. Appena messi gli occhi sull'oggetto luccicante, Sméagol cercò di averlo con la persuasione chiedendolo come regalo di compleanno, che cadeva il giorno stesso, ma senza successo, quindi mostrò per la prima volta la sua natura egoista fino alle estreme conseguenze, strangolando senza pietà il suo parente per impadronirsi dell'oggetto del suo desiderio. Nessuno seppe mai cos'era successo a Déagol, e ben presto Sméagol si accorse di essere invisibile a chi gli stava intorno quando infilava l'Anello al dito, utilizzando questa scoperta per rubare e apprendere segreti da sfruttare “in modo perverso e malvagio”. Il suo comportamento lo rese ben presto insopportabile al resto della sua famiglia, che cominciò ad evitarlo, ed egli prese l'abitudine di borbottare tra sé ed emettere quel gorgoglio che gli valse il soprannome di Gollum. Venne infine cacciato, e così cominciò la sua esistenza di solitudine.

 

Gollum conosceva il dono dell'invisibilità, ma non si rendeva conto degli altri effetti che l'Anello stava avendo sulla sua persona. La sua decisione di addentrarsi nelle profondità delle Montagne Nebbiose, infatti, deriva dal dolore che la luce solare aveva iniziato a provocargli: nei romanzi il Sole è mal sopportato da tutte le creature oscure, siano esse Orchi o esseri peggiori, ma Sméagol non sembra esserne consapevole né si interroga mai in merito, cercando solo rifugio dal bruciore. Oltretutto, è interessante il pensiero che giustifica la decisione di addentrarsi nel sottosuolo: “Le radici di quelle montagne devono essere veramente profonde e chissà quanti segreti vi sono sepolti, che mai nessuno ha scoperto e svelato”. Gandalf descrive lo Sméagol prima del ritrovamento dell'Anello come una persona dotata di grande curiosità e interesse, soprattutto per le cose sepolte: “S’interessava di radici e di origine (…) Non guardava più le sommità dei monti e delle colline, le foglie sugli alberi o i fiori arrampicati su pei muri: la sua testa ed i suoi occhi erano rivolti verso il basso”. Questo passaggio, in maniera simbolica, ci dice che Sméagol è legato alla Materia e si cura solo di essa, non ha interesse per le cose più alte, per lo Spirito e gli Ideali, e perciò non può che curarsi solo di Sé stesso. Questa sua caratteristica è ciò che ne causa il soggiogamento da parte dell'Anello, che ha un grande potere sul mondo materiale e sui desideri legati ad esso: la sua curiosità, infatti, è la prima cosa che comincia a “deformarsi” seguendo il suo egoismo dopo essere diventato un Portatore inconsapevole, tramutandosi in sete di segreti e piccoli furti.

Cosa invece certa ed evidente, di cui forse Sméagol si è reso conto poco o nulla dato che sottoterra è difficile tenere traccia dello scorrere del tempo, è l'innaturale prolungamento della sua esistenza: tra il ritrovamento dell'Anello e l'incontro con Bilbo passano quasi cinquecento anni, ben oltre il normale ciclo vitale di un Hobbit, che si aggira attorno ai cent'anni. Alla sua morte, Gollum ha raggiunto la veneranda età di cinquecentottantanove anni.

L'ultimo “effetto”, quello che lo definisce come personaggio e lo rende così interessante da analizzare, è quello sulla sua psiche. Si potrebbe dire che è il suo tratto distintivo, ancora più del verso che gli è valso il soprannome.

 

Gollum presenta infatti i sintomi tipici del disturbo dissociativo dell'identità, ovvero quello che viene comunemente chiamato disturbo di personalità multipla. Ci sono infatti due “voci” che convivono all'interno della creatura, che possiamo ascoltare a più riprese durante i romanzi: una è Sméagol, o per meglio dire ciò che ne rimane. È la parte “buona”, l'Hobbit sveglio e curioso che era prima di venire in contatto con l'Anello, che ancora ricorda il verde degli alberi e l'azzurro del cielo, e che ancora resiste in un piccolo angolo della sua mente. Rappresenta però anche la parte di estrema autocommiserazione, che piange Sé stesso e scarica sul mondo la responsabilità di quanto di male gli è accaduto: ne è prova del fatto che, quando narra la sua storia interrogato da Gandalf, continui a sostenere che l'Anello era suo di diritto, in quanto il ritrovamento era avvenuto nel giorno del suo compleanno. L'altra “voce” è, appunto, Gollum. È il risultato di secoli di solitudine e pura sopravvivenza, a volte brutale, nonché di ossessione per il suo Tesoro: egoista fino in fondo, omicida, mentitore, spietato e soprattutto completamente consumato dal malvagio artefatto. Non per niente Andy Serkis, l'attore che ha prestato voce e movimenti a Gollum nella trilogia cinematografica, per meglio rappresentare il personaggio si è ispirato alle persone con grave dipendenza da eroina. Senza ombra di dubbio è la personalità dominante, creatasi con molta probabilità a partire dall'omicidio di Déagol, primo grande trauma della sua esistenza, e sviluppatasi per compensare l'estrema solitudine dal suo esilio in avanti, aiutata dal potere dell'Anello. Questa personalità non solo è quella che gli ha permesso di sopravvivere per secoli nonché la personificazione del suo egoismo, ma è al contempo quella che odia Sé stesso e domina, maltratta e zittisce Sméagol ogni volta che gli è possibile.

 

Gollum sembra essere, in ultima analisi, un essere malvagio, repellente e senza alcuna speranza di redenzione. Sicuramente l'Anello ha avuto grande parte in questo, ma non si deve dimenticare che l'oggetto agisce su ciò che è già presente nel cuore e nella mente di chi lo porta: lo stesso Gandalf, parlando di come Sméagol utilizzava l'artefatto a proprio vantaggio prima dell'esilio, afferma che “L’anello gli aveva conferito un potere proporzionato alla sua statura”. Evidentemente non si riferisce alla statura fisica, ma a quella morale: quanto più meschini sono il desiderio e lo scopo con cui lo si utilizza, tanto più infime sono le capacità che l'Anello mette a disposizione. Bisogna anche aggiungere, ad onor del vero, che sarebbe impossibile per un'umile creatura come Sméagol utilizzare appieno l'Anello e il suo Potere, come invece accadrebbe nel caso di esperti incantatori come Galadriel o Gandalf, che infatti, pur tentati, se ne tengono lontani. Il suo aspetto orribile, la sua mente distrutta, il suo disgusto per sé stesso e per ciò che lo circonda suscitano nel lettore e nei personaggi che lo incontrano un'immediata repulsione. Inoltre, in più di un'occasione vediamo Gollum tradire e collaborare con Orchi o esseri ancora più malvagi come Shelob, dimostrando una certa affinità con le forze del Male.

 

Questa figura, con le sue molteplici sfaccettature, rappresenta un chiarissimo avvertimento contro le conseguenze dell'egoismo e della solitudine che ne deriva, oltre al logorio del Potere acquisito senza merito, che ci fa esprimere i nostri lati peggiori, invece di mostrare le nostre qualità.

Eppure, in più di un'occasione, Gollum è oggetto di un sentimento che sembra malriposto nei riguardi di un essere abietto come lui: la Pietà.

Com'è possibile? Lo vedremo nel prossimo articolo.

I Fuochi di Gondor