Gemelli

Gli astri più significativi della costellazione sono senza dubbio quelli che collocati in corrispondenza delle teste dei due Gemelli e che di essi portano i nomi: Castore,  che, come evidenziato da Giuseppe Piazzi nel 1792, pur portando la lettera Alpha , non è la stella più luminosa della costellazione. Il primato di luminosità spetta invece all’altra stella più evidente, Polluce. Guardando sotto a Castore, possiamo vedere nell'ordine: Mebsuta , che deriva da al mabsutat, «disteso, spiegato», così chiamata perché era collocata sulla zampa dell'antico Leone arabico, costellazione che iniziava negli attuali Gemelli e terminava nella Bilancia: nella sua collocazione attuale, é posta sul fondo della tunica di Castore; Tejat o Tejat Prior , derivante da al tahayi, parte anatomica dal significato ancora oscuro e posizionata vicino alla caviglia; e Propus , chiamata «antipede» perché collocata davanti al piede di Castore; é detta anche Tejat Posterior. Al di sotto di Polluce c'é invece Wasat , deriva da al wasat, «quella del mezzo», posta secondo l'iconografia tradizionale sull'avambraccio oppure sul gomito o anche sulla mano del Dioscuro; Mekbuda , il nome trae origine da al makbudah, «disegnata sulla zampa», da spiegarsi tenendo presente l'antica costellazione araba del Leone; e per ultima Alhena  cioé al han'ah, «il segno», «il marchio», collocata sul vestito di Castore oppure sul piede di uno dei due Gemelli

I Gemelli nella Divina Commedia

Dante, che ci sta accompagnando per ogni costellazione, risulta particolarmente coinvolto nell’utilizzare riferimenti riguardo i Gemelli nella sua opera magna, più per il fatto che fossero il suo segno di nascita, che per la portata simbolica che ne lascia trasparire.


Questo dettaglio riguardo la sua nascita, lo comunica nel canto XXII del Paradiso dal verso 110:


  S’io torni mai, lettore, a quel divoto
  trïunfo per lo quale io piango spesso
  le mie peccata e ’l petto mi percuoto, 
108

 

  tu non avresti in tanto tratto e messo
  nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
  che segue il Tauro e fui dentro da esso. 
111

 

  O glorïose stelle, o lume pregno
  di gran virtù, dal quale io riconosco
  tutto, qual che si sia, il mio ingegno, 
114

 

  con voi nasceva e s’ascondeva vosco
  quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,

  quand’ io senti’ di prima l’aere tosco; 117

 

  e poi, quando mi fu grazia largita
  d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
  la vostra regïon mi fu sortita. 120

 

  A voi divotamente ora sospira
  l’anima mia, per acquistar virtute
  al passo forte che a sé la tira. 

In questo pezzo, il Poeta, fa una vera e propria invocazione ai Gemelli, cominciando rivolgendosi direttamente al lettore della sua opera, descrivendo prima la speranza di poter tornare in quel trionfo celeste, il divoto triunfo, per la quale Dante fa ammenda dei suoi peccati, poi la velocità con cui passa dal Toro ai Gemelli, indicando tale rapidità come superiore a quella di un dito che si ritrae dal fuoco. L’elemento della rapidità collegata ai Gemelli vedremo che sarà una delle caratteristiche principali del simbolo, ma il Poeta non si ferma qui. Infatti cominciando l’invocazione ai Gemelli, le gloriose stelle, Dante indica come appartenente a tale costellazione il suo ingegno, dal quale io riconosco tutto, qual che si sia, il mio ingegno, e rivela che il Sole, padre d’ogni mortal vita, era congiunto con i Gemelli, con voi nasceva e s’ancondeva vosco, nel momento il cui Lui respirò per la prima volta l’aria di Toscana, quindi quando nacque, quand’ io senti’ di prima l’aere tosco. 

E prosegue con l’invocazione, indicando quanta fu la grazia che gli venne fatta per salire fino alla porzione di cielo occupata da Gemelli, quando mi fu grazia largita d’entrar ne l’alta rota che vi gira, la vostra regïon mi fu sortita, e quanto la sua anima si rivolga devotamente alla costellazione per poter acquisire la virtù necessaria per andare al superamento della prova che lo attende, A voi divotamente ora sospira
l’anima mia, per acquistar virtute al passo forte che a sé la tira
. Sull’enigmatica natura di questa prova molto si è detto, ma nulla di certo. Chi sostiene la morte, chi la visione di Dio, e chi ancora la scrittura stessa della Commedia, ma nell’incertezza riguardo tale riferimento un ulteriore aspetto interessante emerge da questo pezzo dantesco. Infatti Dante si trova in più versi della Commedia a nominare i Gemelli, ma in questi versi appena analizzati invoca il loro influsso benevolo per compiere la propria non specificata prova. Questo richiama il concetto di Missione Solare, che nell’astrologia individua il modo in cui il domicilio del Sole al momento della nascita - ossia il comunemente inteso segno zodiacale - indichi l’energia che il soggetto userà maggiormente per realizzare il proprio scopo di vita.

A tal proposito non è un caso che Dante stesso indichi come appartenente ai Gemelli il suo ingegno, e non la propria moralità, volontà o dedizione, elementi comunque ben riscontrabili nella sua vita ricca di avvenimenti, e che la sua anima si appelli proprio a questa costellazione per trovare la virtù adatta al superamento della prova. Proprio l’ingegno sembra essere la qualità di partenza da cui tale virtù si possa sviluppare, e che tale caratteristica animi particolarmente il simbolo astrale di nostro riferimento. La prova verrà superata da tale virtù, e che sia genericamente la morte o la visione di Dio, non trovano ostacolo nel riferimento astrologico, ma la stesura della Commedia come prova da sostenere, trova ulteriore adattamento in quelle che sono le caratteristiche tipiche dei Gemelli nelle arti comunicative, e ciò va ad avvalorare l’indicazione preziosa che Dante sembra darci.


Ma qual’è la virtù collegata all’ingegno che i Gemelli possono far evolvere in lui?


Il canto prosegue e un ultimo riferimento ai Gemelli ci fa capire che la virtù è stata acquisita. 

«Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e acute; 
126

e però, prima che tu più t’inlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;
 129

sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
s’appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo». 
132

Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; 
135

e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo. 
138

Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa. 
141

L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone. 
144

Quindi m’apparve il temperar di Giove
tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove; 
147

e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
 150

L'aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom' io con li etterni Gemelli,
tutta m'apparve da' colli a le foci; 
153

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
 

Infatti Beatrice gli fa notare quanto fosse vicino a Dio, e come i suoi occhi dovessero essere più puri e penetranti, che tu dei aver le luci tue chiare e acute. Per fare ciò, la sua musa lo invita a guardare di sotto, considerando quanta parte di mondo avesse lasciato indietro nel suo percorso di ascesa, e che quindi fosse sotto i suoi piedi, rimira in giù, e vedi quanto mondo sotto li piedi già esser ti fei. Così che il suo cuore, per quanto gli fosse possibile, potesse avvicinarsi alle anime trionfanti di quella schiera celeste.


Così Dante fa. Con lo sguardo ripercorre tutti i sette cerchi celesti, fino a sorridere vedendo la schiera celeste così piccola e meschina, ch’io sorrisi del suo vil sembiante. Tale vista gli fa ripensare a coloro i quali nel disprezzo della terra, simbolo della vita materiale, trovano virtuoso chi rivolge lo sguardo al cielo. Ora che il Poeta vede, nel riguardare la Luna, la figlia di Latona la vede splendente senza quelle macchie che prima osservava e attribuiva erroneamente alla differente densità del suo corpo. Riesce a sostenere la vista del Sole, e da li apprezza la luce di Giove, il freddo di suo padre Saturno, e il caldo di suo figlio Marte, e riesce a comprendere il moto irregolare di quei pianeti. Scopre e comprende i rapporti di movimento e grandezza di tutti e sette i pianeti, e volgendo con il Segno dei Gemelli intorno alla Terra abitata, che dice renderci tanto feroci, gli apparve chiara, nella sua totalità, l'aiuola che ci fa tanto feroci, volgendom' io con li etterni Gemelli, tutta m'apparve da' colli a le foci. 


Poi ritornò a volgere lo sguardo a Beatrice.


La virtù di riferimento, che evolve l’intuito donatogli dai Gemelli alla nascita, sembrano essere i vangelici “Occhi per vedere”, al di là della Maya illusoria che ammanta la visione materiale, simboleggiata dalla Terra che ci rende feroci.

Nascita dei Gemelli Astrali

Il simbolo dei Gemelli è presente in tantissime culture e mitologie, ma il mito universalmente ritenuto più importante per la simbologia stellare è quello che vede protagonisti i Dioscuri, Castore e Polluce.
La nascita dei due Gemelli è discordante in diversi dettagli delle tante versioni dell’episodio mitico che vede protagonisti Zeus, Padre degli Dei, e Leda, moglie di Tindaro, Re di Sparta.
Nel mito originario Zeus, si mutò in cigno per unirsi a Leda. Quella stessa notte, dopo l’unione con il Dio, però Leda giacque anche con il marito Tindaro.  Da queste unioni nacquero quattro Gemelli, due maschi e due femmine. Due di questi, figli dell’unione con Zeus, erano divini, Polluce ed Elena, nota per la vicenda che porterà alla guerra tra achei e troiani, e due mortali figli dell’unione con Tindaro, Castore e Clitennestra, anch’ella legata alle vicende della mitica Guerra di Troia. 


Castore e Polluce, noti come i Dioscuri (figli di Zeus), crescono inseparabili, descritti come forti e belli e rappresentarono il soggetto preferito degli scultori antichi. Diventano entrambi grandi personalità: Castore rinomato guerriero e eccellente domatore di cavalli, Polluce il più abile pugilatore del suo tempo. Erano anche inseparabili dai loro cavalli: quello di Castore si chiamava Cillaro, regalo di Era, quello di Polluce Xanto, omaggio di Ermes . Parteciperanno a moltissime avventure, aiutando gli Dei contro i Giganti, alla caccia contro il cinghiale Calidionio, si narra che abbiano preso parte alla Battaglia della Sagra tra le file dei locresi e dei reggini  in battaglia contro i crotonesi, e in particolare alla mitica spedizione guidata da Giasone, in cerca del Vello d’Oro insieme agli altri Argonauti. Proprio durante un’avventura della mitica spedizione, Polluce trovò occasione per distinguersi e di mostrare a pieno il suo valore: approdati nelle terra dei Beberici, il re Amico, figlio di Poseidone, vantandosi con tono arrogante di essere un ottimo pugile sfidò come sua consuetudine, il migliore fra loro. Polluce si propose e dopo un inizio cauto, capì i punti deboli del suo avversario e iniziò a fare sul serio.  Dopo avergli rotto la sua guardia uncinò la mascella, e gli ruppe il naso con un potente sinistro. Amico, reso furioso dal dolore, agguantò l'avversario e mentre stava per colpirlo con un montante destro fu anticipato dall'avversario che gli fracassò la tempia, uccidendolo. Questo costò a Giasone, capo spedizione, una ventina di tori sacrificati per scusarsi con Poseidone, ma garantì la fama a Polluce come miglior pugile del suo tempo. Durante il viaggio in compagnia con gli altri Argonauti, i due Gemelli si guadagnarono anche l’attributo di protettori dei marinai, quando riuscirono a placare una bufera, salvando così la barca e i loro compagi d’avventura. A tal riguardo, Apollonio Rodio così commenta:


<<[…] né questo solo viaggio benevolmente seguirono,
ma Zeus affidò loro anche le navi dei posteri.>>

Tra i compagni di avventura dei Dioscuri vi furono altri due gemelli loro cugini presenti in alcune imprese leggendarie di Castore e Polluce, gli Afaretidi, figli di Afareo re della Messenia: il valoroso guerriero Idas e l’acuto Linceo dalla leggendaria vista a cui nulla sfugge. I due Afaretidi erano promessi sposi delle figlie di Leucippo, Ilaria e Febe,  nonchè sacerdotesse di Apollo, finchè i Dioscuri rapirono le due fanciulle dopo aver corrotto Leucippo con doni e ricchezze, ignorando o fregandosene a seconda delle versioni, che le ragazze erano già promesse spose di Ida e Linceo, inimicandosi così i cugini.


Questa inimicizia nel mito riflette anche la rivalità tra le terre d’origine dei gemelli: i Dioscuri campioni di Sparta contro gli Aferetidi, campioni della Messenia.


Successivamente, durante le spedizioni degli Argonauti, si riappacificarono, ma questa condizione di armonia non durò a lungo: un giorno Dioscuri e Afaretidi decisero di razziare insieme del bestiame in Arcadia. Al momento della spartizione però, Ida e Linceo si impadronirono di tutti i capi e fuggirono. Appena riavutisi i Dioscuri riuscirono ad inseguire i cugini e a rimpadronirsi del bestiame approfittando che Ida e Linceo si erano assentati per fare un sacrificio a Poseidone. Poi i dioscuri si nascosero nel cavo di una quercia, aspettando che i rivali tornassero.


Ma Linceo, che aveva il dono di penetrare tutto con gli occhi, li scoprì, e Ida, scagliando la sua lancia attraverso l’albero, uccise Castore. Furente Polluce trafisse Linceo che stava fuggendo, raggiungendolo presso la tomba del loro padre. Ida divelse la stele e stava per lanciarla contro Polluce, quando Zeus, per proteggere suo figlio, lo fulminò.


Qui il dolore di Polluce, immortale a differenza del fratello, si manifestò nella disperazione di dover trascorrere l’eternità separato da Castore. Implorò Zeus, arrivando a chiedergli che l’immortalità gli venisse tolta. L’eroismo dei Dioscuri e lo strazio di Polluce venne premiato da Zeus che li pose in cielo creando la costellazione dei Gemelli.


Canta Ovidio nei fasti:


Ormai, Polluce, il ciel sublime a te s'apriva
quando dicesti: «O Padre, le mie parole ascolta;
in due dividi il cielo che mi doni:
mezzo per me è piu di tutto il dono».
Così dicendo riscattò il fratello,
il soggiorno celeste con lui alternando:
sicchè entrambi utili sono al travagliato scafo

In un'altra versione del mito, Polluce ottenne da Zeus di non essere separato dal fratello a patto che trascorressero insieme un giorno sull’Olimpo ed uno negli Inferi. A tal proposito Igino precisa:


«Ognuno di loro splende un giorno su due», ma ciò non coincide alla realtà effettiva, le due stelle infatti risplendono all'unisono, tanto da aver ispirato in tutti gli zodiaci dipinti l'iconografia che raffigura i due gemelli nell'atto di abbracciarsi teneramente

IL CULTO DEI DIOSCURI

Il culto nacque a Sparta, e velocemente si diffuse in tutta la Magna Grecia. Presenti nella vita quotidiana di Sparta e nelle effigi militari con il celebre simbolo Dokana, il culto a loro dedicato si diffuse velocemente.

Il loro carattere salvifico unito all’aura marziale ed eroica ha contribuito a fare di Castore e Polluce due divinità molto amate e venerate in Grecia e in Italia.

Due eroi per due Re che dovevano governare sulla Polis, per Sparta il culto dei Dioscuri avevano una vera funzione sociale, nella scansione delle fasi della vita comunitaria.

Si pensava che avessero inventato la danza e la musica marziale, quindi erano considerati i patroni dei ballerini , dei giochi pubblici e di tutti gli aedi che cantavano le antiche gesta belliche.

Un’ulteriore indicazione in questo senso è fornita da Plutarco, che ricorda che: «Quando infine l’esercito era schierato al cospetto dei nemici, il re sgozzava una capra, invitava tutti a incoronarsi di fiori e ordinava ai flautisti di suonare l’inno a Castore; e senz’altro egli stesso intonava una marcia»; questa canzone di guerra, nota come Kastòreion, viene definita da Polluce «il ritmo di marcia che gli Spartani suonano in battaglia» ed era collegato ad una danza ritmata.

Secondo gli Spartani i Gemelli erano soliti presiedere ai loro giochi e li rappresentavano con due pali di legno congiunte da altre due travi trasversali, e chiamarono questo simbolo Dokana.Questo rimane ancor oggi il geroglifico astrologico di questo segno. I re di Sparta, conducevano sempre questa effigie nelle battaglie, affinché fosse di aiuto e protezione alle truppe.

Secondo Pausania a Sparta c'era un tempio dedicato ad Ilaria e Febe, le Leucippidi e spose dei Dioscuri: «Qui pende dal soffitto un uovo avvolto in fasce: dicono che sia il famoso uovo partorito, secondo latradizione, da Leda ... Vicino è costruita una casa che dicono fosse abitata in origine dai figli di Tindaro, ma successivamente fosse stata acquistata dalla spartiata Formione».

Una delle funzioni principali per cui i Dioscuri vennero venerati, fu la loro caratteristica di protettori dei Naviganti.

Secondo Igino, una volta assunti in cielo per volere di Zeus nella costellazione omonima, Poseidone fece loro dono di bianchi cavalli, che erano soliti cavalcare insieme, e della facoltà di salvare la vita ai naufraghi e di far soffiare venti favorevoli alla navigazione. 
I marinai dell'Antichità in effetti pensavano che i Gemelli comparissero, durante le tempeste, sulla cime degli alberi delle navi, secondo Plinio il Vecchio: «Vi sono anche apparizioni di stelle sul mare, come pure sulla terra. Ho visto di notte, durante i turni di guardia dei soldati, attaccarsi alla punta delle lance e davanti alle palizzate un luccichio di quella forma; si posano pure sulle antenne dei naviganti e su altre parti della nave con una sorta di suono vocale, quasi fossero uccelli che passano da un posto all'altro: minacciose quando giungono isolate, sono capaci di far sprofondare i battelli e, se cadono al fondo della carena, di incendiarli; ma a coppie sono favorevoli e annunciano una felice traversata, e al loro arrivo si dilegua (narrano) quell'apparizione, funesta e truce, che ha nome Elena. Per questo si suole attribuire tale potere a Polluce e Castore e invocarli quando si è per mare». Sono quelli che in età medievale erano chiamati i «fuochi di sant'Elmo», storpiatura del nome del patrono dei marinai, sant'Erasmo di Formia. 

 

Erano, tra gli altri, celebrati anche da Omero:

 

<<salvatori degli uomini che vivono sulla terra
e delle rapide navi, quando infuriano le tempeste
invernali sul mare inesorabile. I marinai dalle navi
invocano pregando i figli del grande Zeus
sacrificando bianchi agnelli, e salgono sul ponte
di poppa; il forte vento e l'onda del mare
spingono la nave sott'acqua; ma d'improvviso essi appaiono
con ali veloci volando per l'etere
e subito l'impeto placano dei turbinosi venti
spianando le onde sulla spumeggiante distesa del mare,
per i marinai fausti inattesi segni: al vederli
si rinfrancano riposando dopo l'amara fatica.>>

Quando arrivò a Roma il mito dei Dioscuri fu subito adottato anche forse per le similitudini della loro storia con quella degli Orazi e Curiazi o volendo ipotizzare un ragione più profonda un culto purificatore e superiore nella città che fondava le sue origini sul fratricidio: Romolo uccide Remo in una lotta per la supremazia mentre Polluce, immortale, per far vivere il fratello è disposto a passare metà del suo tempo nell’Ade, insieme nella vita e nella morte.

Questa “vulnerabilità” fa dei Dioscuri delle divinità accessibili e sorprendentemente più amate che non i capricciosi dei dell’Olimpo; sono divinità della luce, astri del mattino e della sera che solcano i cieli sui loro cavalli ed infatti sono venerati come cavalieri divini a cui si può chiedere protezione ed essere accompagnati nel mutevole cammino della vita.

Si dice anche che talvolta essi apparissero ancora ai mortali su due cavalli bianchi, indossando un berretto dalla forma di guscio d'uovo con in cima una stella: ed in questa posa così furono raffigurati nelle due statue che tuttora ornano, sui due lati, la rampa del Campidoglio

Venivano ricordati nel loro tempio collocato all'interno del Foro Romano, nelle vicinanze del Tempio di Vesta, costruito per un voto offerto dal dittatore Aulo Postumio durante la battaglia del Lago Regillo. Il risultato della battaglia, inizialmente sfavorevole ai guerrieri dell'Urbe, si dice sia stato deciso dall'apparizione dei mitologici Dioscuri, Castore e Polluce.

 

La Battaglia del Lago Regillo

Il 15 luglio del 499 a.C. l’esercito di Roma guidato da Aulo Postumio Albo con 24.000 fanti e 3.000 cavalieri si scontrò con un esercito di 40.000 fanti e 3.000 cavalieri latini in una battaglia campale, senza precedenti per ferocia ed accanimento, conosciuta come Battaglia del Lago Regillo, nei pressi di un lago vulcanico che fu prosciugato nel IV sec. a.C., in una zona pianeggiante vicino a Tuscolo.

Narra Dionigi d'Alicarnasso: «Nel corso del combattimento apparvero, tanto al dittatore Postumio quanto ai soldati, due cavalieri di età giovanile, assai superiori a chiunque altro per bellezza e per statura. Essi si posero alla testa della cavalleria romana e, respinto l'attacco dei Latini, li misero in fuga. È fama che quella sera stessa furono visti nel Foro romano due giovani di straordinaria bellezza, in abito militare, che sembravano reduci da un combattimento e portavano cavalli madidi di sudore. Essi abbeverarono gli animali e si lavarono alla sorgente che scaturisce presso il tempio di Vesta… e a quanti domandavano notizie, riferirono dell'andamento e dell'esito della battaglia e della piena vittoria dei Romani; quindi, allontanatisi dal Foro, non furono visti mai più». Dionigi dice che i Romani si accorsero che si trattava di un'apparizione miracolosa e rapidamente identificarono i due giovani con Castore e Polluce.

Tito Livio, invece, scrive che nel momento più drammatico della battaglia Aulo Postumio aveva fatto voto, in caso di vittoria, di erigere un tempio a Castore.

Questo episodio è successivo ad un episodio analogo, ugualmente leggendario: nel corso della battaglia del fiume Sagra combattuta intorno al 550 a.C. tra Locri e Crotone i soldati di Locri, meno armati e meno numerosi di quelli di Crotone, vinsero solo dopo il fondamentale intervento di due giovani a cavallo, di straordinaria bellezza e di grande valore, che anche in questo caso, a battaglia conclusa, apparvero a Locri per annunciare la vittoria. Anche loro furono identificati dai Locresi nei Dioscuri.

Resta il fatto che il 15 luglio a Roma era tradizione che gli equites svolgessero una processione fastosa a cavallo verso il tempio dedicato ai Gemelli, considerando i Dioscuri loro protettori. «Il culto» secondo Dumezil «attesta questa concezione: ne è testimone il sacrificio nel tempio di Castore, ricordato da Dionisio di Alicarnasso (6,13, 4) in occasione della transuectio equitum, la parata della cavalleria che ogni 15 luglio, in seguito a una decisione del censore Quinto Fabio Massimo, conduceva i giovani cavalieri dalla Porta Capena al Campidoglio, ovvero da Marte a Giove.»

 

LA METAFORA INIZIATICA

La metafora iniziatica del mito di Castore e Polluce, suggerisce il rapporto con il doppio, elemento comune nella figura e nel simbolo dei gemelli : la relazione costante tra la parte mortale, impersonata da Castore, con il proprio doppio immortale Polluce, richiama la questione tipicamente umana riguardo l’indagine tra la fine della propria esistenza e la speranza o coscienza di avere una parte di sé che sopravviva alla morte fisica.

Un aspetto di grande rilevanza consiste nell’individuare come elemento principale nella nostra osservazione proprio la relazione tra i due, quale reale protagonista del mito, ben più delle singole individualità, di per sé equivalenti nello svolgersi delle loro avventure. Proprio la loro simbiosi diventa elemento di indagine e di riferimento, per l’aspetto simbolico che la metafora iniziatica del mito sembra volerci dire.

Il rapporto tra queste due figure, vero protagonista della metafora iniziatica dei Gemelli, si manifesta anche nelle dignità astrologiche attribuite al segno: il suo domicilio e governo è attribuito a Mercurio mentre è tradizionalmente privo di esaltazione.

A Mercurio, il messaggero degli Dei, viene riconosciuta come caratteristica principe la comunicazione oltre all’intelligenza viva e rapida a cui abbiamo visto far riferimento Dante.

La comunicazione entra quindi nella missione iniziatica del simbolo qui in analisi, e sembra suggerire la costruzione di un rapporto solido tra l’aspetto mortale, e quello immortale, simboleggiati dai due protagonisti del mito.

Ma non si ferma qui. Il Mercurio nelle dottrine ermetiche e nell’alchimia, svolge un ruolo simbolico di primo piano rispetto alla materia, infatti rappresenta l’ elemento trasformatore di tutti i metalli, congiunzione tra tutti i pianeti, gli elementi, gli dei. il fine è modificare, non essere modificato, consentire il raggiungimento di una forma, la maturazione di un pensiero.

Parimenti individuato dalla psicologia analitica di C. G. Jung come forza sintitezzatrice degli opposti,il Mercurio risulta essere un simbolo unificatore. Rappresentato nello speculum viatorium poggiato su un uovo, crea un parallelo con la divina nascita dei Dioscuri , e tenendo in mano il cadduceo rafforza la portata simbolica nell'interpretazione di Jung quale sintesi di forze differenziatrici che si integrano, come se coscienza ed inconscio fossero in possesso nell'opera di Mercurio.

Proprio l’unione attraverso la trasformazione diviene il cuore centrale della vicenda, che trova compimento quando Polluce, gemello immortale, attraverso le sue preghiere ottiene la trasformazione del gemello mortale Castore allo stato di immortalità.

 

IL DOLORE DI NARCISO

A conforto delle funzione del doppio viene il mito di Narciso, che esprime la centralità dell’altro nell’aspetto di trasformazione evolutiva grazie il rapporto simbiotico che si genera tra le due parti.

In principio era Narciso: un giovinetto bellissimo, figlio di un fiume e di una ninfa, che si innamorò della propria immagine riflessa in un laghetto e respinse sdegnosamente le ragazze più belle, tra le quali Eco, che per il dolore si consumò fino a ridursi a sola voce. Narciso è l’incarnazione mitica del tema del doppio, che con quello dei gemelli presenta molti punti di contatto; una versione più antica e meno nota del mito greco racconta che Narciso aveva una sorella gemella, Narcisa, alla quale era legatissimo. Quando Narcisa morì, Narciso, disperato, non si staccò più dalla propria immagine riflessa in un laghetto, nella quale gli sembrava di riconoscere il volto della sorella.

Nelle altre versioni del mito, Narciso si trova sempre ad avere a che fare con quel suo doppio, che doppio non è, ma è semplicemente la sua totalizzante immagine riflessa nel mitico specchio d’acqua. Così diventando l’oggetto del desiderio di se stesso Narciso si attiva in una spirale involutiva che lo trascina sempre più a smarrirsi, frammentando il contatto con una realtà ormai divenuta distrazione dal suo desiderio.

Quindi al posto di vedere sè negli altri, prendendo coscienza del fenomeno proiettivo e limitandolo attraverso l’integrazione dell’aspetto proiettato, Narciso fa l’esatto opposto, chiudendosi nell’ammirazione del suo doppio riflesso e rimanendo quindi isolato nella sua bolla di autoreferenzialità che lo condurrà al triste destino.

 

 

 

I GEMELLI DELLE TRADIZIONI

Oltre a Castore e Polluce, le figure gemellari hanno sempre avuto una grande influenza nella cultura religiosa e popolare.

Ad esempio, Cautes e Cautopates sono i due assistenti che accompagnano Mitra nell'antico culto misterico.

Compaiono al suo fianco in molti affreschi o bassorilievi della nascita di Mitra e della tauroctonia. Dato che Mitra è collegato ai miti solari, anche a Cautes e Cautopates è stato attribuito un significato astronomico: potrebbero rappresentare rispettivamente i punti dell'aurora e del tramonto oppure i punti equinoziali (i due incroci dell'equatore celeste con lo zodiaco).

Indossano abiti persiani e un berretto frigio. Cautes regge una torcia accesa, Cautopates la punta verso il suolo Cautes e Cautopates sembrano equivalere ai due gemelli divini dei Veda: gli Ashvin ("cavalieri" o "domatori di cavalli"), che appaiono in cielo sul loro carro all'alba e al tramonto.

Nei Veda sono anche chiamati Nasatya, sono i medici degli Dei, e nell'astronomia indiana sono collegati alla costellazione dell'Ariete, perché la loro madre sarebbe Hamal, la stella più luminosa della costellazione (Alpha Arietis) e loro stessi corrisponderebbero alle stelle beta e gamma dell'Ariete. Nel calendario induista Ashvinī è l'asterismo comprendente le stelle β e γ Arietis, che individua il primo dei 27 nakshatra.

Gli Alcis erano una coppia di divinità gemelle maschili adorate dai Naharvali, un'antica popolazione germanica. Vengono citati nel De origine actibusque Getarum di Tacito. Secondo quest'opera, il loro culto aveva luogo in un bosco sacro, e non avevano una rappresentazione in immagini. Secondo alcuni studiosi, "Alcis" era il genitivo di "Alx" (bosco sacro), e l’animale ad essi sacro era l’alce.

Associati alla Runa Algiz, gli Alcis comandavano i fratelli ed i giovani uomini similmente ai Dioscuri a Sparta.

Anche negli Dei greci vi è un esempio di gemelli di fondamentale importanza, Artemide e Apollo.

Figli di Zeus e Latona, i due fratelli mantengono domini simili e complementari per quel che concerne l’agire divino.

Apollo Dio del Sole , di tutte le arti, della musica, della profezia, della poesia, delle arti mediche, delle pestilenze e della scienza che illumina l'intelletto, il suo simbolo principale è il Sole o la lira.

Artemide, dea della caccia, degli animali selvatici, del tiro con l'arco, della foresta e dei campi coltivati; è anche la dea delle iniziazioni femminili, protettrice della verginità e della pudicizia, fu più tardi identificata come la personificazione della Luna crescente.

Come il fratello Apollo, è armata di arco, faretra e frecce e manda piaghe e morte ad uomini ed animali: mentre il dio era causa delle morti di uomini per opera delle sue temibili frecce, allo stesso modo Artemide lo era di quelle di donne. Artemide agisce congiuntamente al fratello: come infatti Apollo non era solo un dio distruttivo, ma aveva anche il potere di allontanare il male da lui stesso inflitto, così Artemide era allo stesso tempo soteira, ossìa curava e alleviava le sofferenze dei mortali. Curò ad esempio Enea quando fu ferito e portato nel tempio di Apollo.

Proprio due noti eredi di Enea sono protagonisti di una storia gemellare molto nota: Romolo e Remo e la fondazione di Roma.

Figli di Marte e di Rea Silvia discendente di Enea,  vivono un’infanzia a dir poco turbolenta che affonda le radici nel mito fondativo italico.

Come noto, Enea fuggi da Troia, e dopo vario peregrinare nel mediterraneo approdò nel Lazio e fondò la città di Lavinium. Il figlio fondò la città di Alba Longa, sulla quale regnarono per svariati anni i suoi discendenti fino a quando Amulio usurpò il regno di Numitore, legittimo erede e padre di Rea Silvia, che fu costretta ad essere vestale, così che la condizione di obbligata castità non minasse il trono di Amulio con degli eredi.

 

Però la passione di Marte nei confronti di Rea Silvia non si fermò innanzi alle formalità, e così nacquero Romolo e Remo. Re Amulio dette l’ordine a due schiavi di abbandonarli in un fiume dentro una cesta. Per le recenti piogge, però, il fiume era straripato presso dei campi e uno dei due schiavi, volle lasciarli a bordo fiume. L’altro accettò e spiegò ai due bambini cosa stava per succeder loro; i due piccoli, allora, emisero un vagito come se avessero capito e vennero affidati alla corrente. La cesta nella quale i gemelli erano stati adagiati si arenò in una pozza d'acqua sulla riva. Quando le acque del fiume si ritirarono, la cesta rimase all'asciutto ai piedi di un albero di fico.

Una lupa, scesa dai monti al fiume per abbeverarsi, fu attirata dai vagiti dei due bambini, li raggiunse e si mise ad allattarli, mentre un picchio contribuì portando loro del cibo. Da notare che entrambi gli animali sono sacri a Marte. In seguito furono trovati da un pastore di nome Faustolo , il quale insieme alla moglie Acca Larenzia decide di crescerli come suoi figli.

I ragazzi crescono nelle migliori condizioni che i due pastori potevano garantir loro.

Plutarco racconta infatti:

« Si dice che i gemelli venissero condotti a Gabii per imparare l'uso della scrittura e tutto ciò che solitamente devono apprendere i fanciulli di nobili origini. [...]. Romolo sembrava possedere maggiore capacità di giudizio ed un'innata perspicacia politica, mostrando nei rapporti con i confinanti per il diritto al pascolo e di caccia una naturale predisposizione al comando piuttosto che alla sottomissione. »

(Plutarco, Vita di Romolo, 6, 1-3; trad. Marco Bettalli)

« Irrobustitisi nel corpo e nello spirito, non affrontavano solo le fiere, ma tendevano imboscate ai banditi carichi di bottino. Dividevano il bottino delle rapine con i pastori e dividevano con loro cose serie e ludiche, mentre cresceva il numero dei giovani giorno dopo giorno. »

(LivioAb Urbe condita libri, I, 4.)

Un giorno però i gemelli furono assaliti dai banditi, i quali volevano vendicarsi dei bottini più volte perduti. Romolo si difese energicamente, ma Remo fu catturato e condotto di fronte al re Amulio, con l'accusa di furto e di aver compiuto numerose scorribande nelle terre di Numitore, loro ignaro nonno e legittimo sovrano delle terre usurpate dal fratello Amulio. Per questi motivi fu consegnato a quest'ultimo.

« Numitore, mentre teneva in prigionia Remo e veniva a sapere che erano fratelli gemelli, comparando la loro età ed il carattere per nulla sottomesso, fu toccato nell'anima al ricordo dei nipoti. Continuando a fare domande arrivò vicino a conoscere chi fosse Remo. »

(LivioAb Urbe condita libri, I, 5.)

Romolo, dopo essere stato informato dal padre adottivo delle sue regali origini, radunò un gruppo consistente di compagni e si diresse da Amulio, raggiunto da Remo, che era stato liberato dallo stesso Numitore. Amulio venne ucciso e Numitore ritornò re di Alba Longa.

Ottenuto dal nonno Numitore il permesso, Romolo e Remo lasciarono Alba Longa e si recarono sulla riva del Tevere per fondare una nuova città nei luoghi dove erano cresciuti. Lo stesso Livio aggiunge che del resto la popolazione di Albani e Latini era in eccesso, e riferisce le due più accreditate versioni dei fatti:

« Siccome erano gemelli e il rispetto per la primogenitura non poteva funzionare come criterio elettivo, toccava agli dei che proteggevano quei luoghi indicare, attraverso gli aruspici, chi avessero scelto per dare il nome alla nuova città e chi vi dovesse regnare dopo la fondazione. Così, per interpretare i segni augurali, Romolo scelse il Palatino e Remo l’Aventino. Il primo presagio, sei avvoltoi, si dice toccò a Remo. Dal momento che a Romolo ne erano apparsi il doppio quando ormai il presagio era stato annunciato, i rispettivi gruppi avevano proclamato re l’uno e l’altro contemporaneamente. Gli uni sostenevano di aver diritto al potere in base alla priorità nel tempo, gli altri in base al numero degli uccelli visti. Ne nacque una discussione e dal rabbioso scontro a parole si passò al sangue: Remo, colpito nella mischia, cadde a terra. È più nota la versione secondo la quale Remo, per prendere in giro il fratello, avrebbe scavalcato le mura appena erette  e quindi Romolo, al colmo dell’ira, l’avrebbe ammazzato aggiungendo queste parole di sfida: «Così, d’ora in poi, possa morire chiunque osi scavalcare le mie mura». In questo modo Romolo s’impossessò da solo del potere e la città appena fondata prese il nome del suo fondatore. »

(Livio, I, 6-7 – traduzione di G. Reverdito)

La versione raccontata da Plutarco è molto simile a quella di Livio, con la sola eccezione che Romolo potrebbe non aver avvistato alcun avvoltoio. La sua vittoria sarebbe pertanto stata per alcuni, frutto dell'inganno. Questo il motivo per cui Remo si adirò e ne nacque la rissa che portò alla morte di quest'ultimo.

« Quando Remo si rese conto che il fratello si era preso gioco di lui, si sdegnò e mentre Romolo stava scavando il fossato con il quale aveva intenzione di circondare le mura della città, si fece beffe del suo lavoro e cercò di ostacolarlo. Infine varcò il fossato, ma cadde colpito in quello stesso punto, secondo alcuni dal medesimo Romolo, secondo altri da un compagno di Romolo, Celere. Nella rissa cadde anche Faustolo e Plistino, che si dice era fratello di Faustolo ed aveva contribuito ad allevare Romolo e Remo. »

Una versione alternativa racconta che Romolo fece costruire sul solco (urvus, da cui la parola Urbs = città) tracciato con l'aratro, una cinta muraria, mettendovi a guardia Celere, cui impartì l'ordine di uccidere chiunque avesse osato scavalcarla. Purtroppo Remo non era venuto a conoscenza dell'ordine imposto dal fratello e quando si avvicinò alla cinta, notando quanto essa era bassa, la scavalcò con un salto. Il fedele Celere gli si avventò contro e lo trapassò con la spada. Romolo, saputo della disgrazia, ne rimase sconvolto, ma non osò piangere di fronte al suo popolo, essendo ormai un sovrano.

Indipendentemente dalle versioni, Remo fu seppellito sull'Aventino in una località chiamata Remoria, in ricordo del quale ogni 9 maggio è celebrata una festa Remuria (o Lemuria) per ricordare i defunti come ci racconta Ovidio. Romolo diventava così il primo re di Roma.

 

Astrologia del segno zodiacale

Arrivando dopo il Toro, e chiudendo il trimestre primaverile, il segno dei gemelli simboleggia il principio di ogni nascita nello spazio e nel tempo, ma anche simboli del legame fra passato, presente e futuro.  L’azione simbolica di questo periodo è proprio la fecondazione, che fisicamente consiste nell’impollinazione che non solo il vento, anche gli insetti fanno: sono comunque movimenti veloci, leggeri, minuscoli e frenetici.

Proprio al vento esso è legato ed è il primo segno d’aria, con tutto quello che comporta: ispirazione, ritmo, tralazione, protettore dei bardi, dei poeti e dei viaggiatori, così come delle danze e dei giochi pubblici.

Insieme a Bilancia e all’Acquario forma il Trigono d’Aria.

E siccome non si fecondano solo i fiori, ma anche le menti, il segno dei Gemelli è associato a una grande creativitàvivacità, sicuramente non convenzionale o tradizionale, ma fresca e nuova: la nascita dei pensieri, la comunicazione, la diffusione di idee, la creazione di rapporti e di relazioni.

Chiudendo il ciclo stagionale iniziato dall’Ariete e sviluppato dal Toro, i Gemelli preparano e guidano il passaggio alla stagione estiva che succederà loro. Così sono definiti segni mobili, insieme a Vergine, Sagittario e Pesci e individuano caratteristiche di adattamento, riflessione e versatilità ma anche incostanza caratteriale.

In coerenza con i tratti visti nella letteratura, nei miti e nella metafora iniziatica, il segno dei gemelli è celebrazione del principio della dualità.

Nel tratto Gemelli, possono coesistere due diversi e opposti temperamenti: il primo definito <<tipo Castore>> è emotivo ma poco attivo, instabile, agitato da sentimenti, in preda a continue nuove emozioni e passioni disordinate; il secondo il <<tipo Polluce>> è invece poco emotivo ma iperattivo, dotato di grande prontezza di spirito. E’ abile nel destreggiarsi nelle situazioni più difficili, curioso, pratico, ingegnoso, ma anche arido di cuore e ironico quando non sarcastico al limite del cinismo.

Il Creatore disse:

“…a te Gemelli, do il compito di comunicare in cosa consiste il mio piano.
Dovrai raccontare all’uomo le meraviglie del creato, la grandezza della vita e la sacralità del viaggio.
Sia però l’amore a ispirare le tue parole e fa attenzione che la frenesia della tua mente non renda sordo il tuo cuore.
Affinché tu possa adempiere il tuo compito ti dono i talenti della socievolezza, dell’agilità mentale e della voglia di conoscere.
Non dimenticare che l’ambivalenza, il desiderio di manipolare gli altri e la superficialità potranno diventare grossi ostacoli lungo il tuo cammino”.

E Gemelli, rapidamente, ritornò al suo posto.

Sede:

Ex Pizzigoni - Via Parini, Saronno (VA) 21047

© 2023 by Feed The World. Proudly created with Wix.com