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Gemelli

Gli astri più significativi della costellazione sono senza dubbio quelli che collocati in corrispondenza delle teste dei due Gemelli e che di essi portano i nomi: Castore,  che, come evidenziato da Giuseppe Piazzi nel 1792, pur portando la lettera Alpha , non è la stella più luminosa della costellazione. Il primato di luminosità spetta invece all’altra stella più evidente, Polluce. Guardando sotto a Castore, possiamo vedere nell'ordine: Mebsuta , che deriva da al mabsutat, «disteso, spiegato», così chiamata perché era collocata sulla zampa dell'antico Leone arabico, costellazione che iniziava negli attuali Gemelli e terminava nella Bilancia: nella sua collocazione attuale, é posta sul fondo della tunica di Castore; Tejat o Tejat Prior , derivante da al tahayi, parte anatomica dal significato ancora oscuro e posizionata vicino alla caviglia; e Propus , chiamata «antipede» perché collocata davanti al piede di Castore; é detta anche Tejat Posterior. Al di sotto di Polluce c'é invece Wasat , deriva da al wasat, «quella del mezzo», posta secondo l'iconografia tradizionale sull'avambraccio oppure sul gomito o anche sulla mano del Dioscuro; Mekbuda , il nome trae origine da al makbudah, «disegnata sulla zampa», da spiegarsi tenendo presente l'antica costellazione araba del Leone; e per ultima Alhena  cioé al han'ah, «il segno», «il marchio», collocata sul vestito di Castore oppure sul piede di uno dei due Gemelli

I Gemelli nella Divina Commedia

Dante, che ci sta accompagnando per ogni costellazione, risulta particolarmente coinvolto nell’utilizzare riferimenti riguardo i Gemelli nella sua opera magna, più per il fatto che fossero il suo segno di nascita, che per la portata simbolica che ne lascia trasparire.


Questo dettaglio riguardo la sua nascita, lo comunica nel canto XXII del Paradiso dal verso 110:


  S’io torni mai, lettore, a quel divoto
  trïunfo per lo quale io piango spesso
  le mie peccata e ’l petto mi percuoto, 
108

 

  tu non avresti in tanto tratto e messo
  nel foco il dito, in quant’ io vidi ’l segno
  che segue il Tauro e fui dentro da esso. 
111

 

  O glorïose stelle, o lume pregno
  di gran virtù, dal quale io riconosco
  tutto, qual che si sia, il mio ingegno, 
114

 

  con voi nasceva e s’ascondeva vosco
  quelli ch’è padre d’ogne mortal vita,

  quand’ io senti’ di prima l’aere tosco; 117

 

  e poi, quando mi fu grazia largita
  d’entrar ne l’alta rota che vi gira,
  la vostra regïon mi fu sortita. 120

 

  A voi divotamente ora sospira
  l’anima mia, per acquistar virtute
  al passo forte che a sé la tira. 

In questo pezzo, il Poeta, fa una vera e propria invocazione ai Gemelli, cominciando rivolgendosi direttamente al lettore della sua opera, descrivendo prima la speranza di poter tornare in quel trionfo celeste, il divoto triunfo, per la quale Dante fa ammenda dei suoi peccati, poi la velocità con cui passa dal Toro ai Gemelli, indicando tale rapidità come superiore a quella di un dito che si ritrae dal fuoco. L’elemento della rapidità collegata ai Gemelli vedremo che sarà una delle caratteristiche principali del simbolo, ma il Poeta non si ferma qui. Infatti cominciando l’invocazione ai Gemelli, le gloriose stelle, Dante indica come appartenente a tale costellazione il suo ingegno, dal quale io riconosco tutto, qual che si sia, il mio ingegno, e rivela che il Sole, padre d’ogni mortal vita, era congiunto con i Gemelli, con voi nasceva e s’ancondeva vosco, nel momento il cui Lui respirò per la prima volta l’aria di Toscana, quindi quando nacque, quand’ io senti’ di prima l’aere tosco. 

E prosegue con l’invocazione, indicando quanta fu la grazia che gli venne fatta per salire fino alla porzione di cielo occupata da Gemelli, quando mi fu grazia largita d’entrar ne l’alta rota che vi gira, la vostra regïon mi fu sortita, e quanto la sua anima si rivolga devotamente alla costellazione per poter acquisire la virtù necessaria per andare al superamento della prova che lo attende, A voi divotamente ora sospira
l’anima mia, per acquistar virtute al passo forte che a sé la tira
. Sull’enigmatica natura di questa prova molto si è detto, ma nulla di certo. Chi sostiene la morte, chi la visione di Dio, e chi ancora la scrittura stessa della Commedia, ma nell’incertezza riguardo tale riferimento un ulteriore aspetto interessante emerge da questo pezzo dantesco. Infatti Dante si trova in più versi della Commedia a nominare i Gemelli, ma in questi versi appena analizzati invoca il loro influsso benevolo per compiere la propria non specificata prova. Questo richiama il concetto di Missione Solare, che nell’astrologia individua il modo in cui il domicilio del Sole al momento della nascita - ossia il comunemente inteso segno zodiacale - indichi l’energia che il soggetto userà maggiormente per realizzare il proprio scopo di vita.

A tal proposito non è un caso che Dante stesso indichi come appartenente ai Gemelli il suo ingegno, e non la propria moralità, volontà o dedizione, elementi comunque ben riscontrabili nella sua vita ricca di avvenimenti, e che la sua anima si appelli proprio a questa costellazione per trovare la virtù adatta al superamento della prova. Proprio l’ingegno sembra essere la qualità di partenza da cui tale virtù si possa sviluppare, e che tale caratteristica animi particolarmente il simbolo astrale di nostro riferimento. La prova verrà superata da tale virtù, e che sia genericamente la morte o la visione di Dio, non trovano ostacolo nel riferimento astrologico, ma la stesura della Commedia come prova da sostenere, trova ulteriore adattamento in quelle che sono le caratteristiche tipiche dei Gemelli nelle arti comunicative, e ciò va ad avvalorare l’indicazione preziosa che Dante sembra darci.


Ma qual’è la virtù collegata all’ingegno che i Gemelli possono far evolvere in lui?


Il canto prosegue e un ultimo riferimento ai Gemelli ci fa capire che la virtù è stata acquisita. 

«Tu se’ sì presso a l’ultima salute»,
cominciò Bëatrice, «che tu dei
aver le luci tue chiare e acute; 
126

e però, prima che tu più t’inlei,
rimira in giù, e vedi quanto mondo
sotto li piedi già esser ti fei;
 129

sì che ’l tuo cor, quantunque può, giocondo
s’appresenti a la turba trïunfante
che lieta vien per questo etera tondo». 
132

Col viso ritornai per tutte quante
le sette spere, e vidi questo globo
tal, ch’io sorrisi del suo vil sembiante; 
135

e quel consiglio per migliore approbo
che l’ha per meno; e chi ad altro pensa
chiamar si puote veramente probo. 
138

Vidi la figlia di Latona incensa
sanza quell’ ombra che mi fu cagione
per che già la credetti rara e densa. 
141

L’aspetto del tuo nato, Iperïone,
quivi sostenni, e vidi com’ si move
circa e vicino a lui Maia e Dïone. 
144

Quindi m’apparve il temperar di Giove
tra ’l padre e ’l figlio; e quindi mi fu chiaro
il varïar che fanno di lor dove; 
147

e tutti e sette mi si dimostraro
quanto son grandi e quanto son veloci
e come sono in distante riparo.
 150

L'aiuola che ci fa tanto feroci,
volgendom' io con li etterni Gemelli,
tutta m'apparve da' colli a le foci; 
153

poscia rivolsi li occhi a li occhi belli.
 

Infatti Beatrice gli fa notare quanto fosse vicino a Dio, e come i suoi occhi dovessero essere più puri e penetranti, che tu dei aver le luci tue chiare e acute. Per fare ciò, la sua musa lo invita a guardare di sotto, considerando quanta parte di mondo avesse lasciato indietro nel suo percorso di ascesa, e che quindi fosse sotto i suoi piedi, rimira in giù, e vedi quanto mondo sotto li piedi già esser ti fei. Così che il suo cuore, per quanto gli fosse possibile, potesse avvicinarsi alle anime trionfanti di quella schiera celeste.


Così Dante fa. Con lo sguardo ripercorre tutti i sette cerchi celesti, fino a sorridere vedendo la schiera celeste così piccola e meschina, ch’io sorrisi del suo vil sembiante. Tale vista gli fa ripensare a coloro i quali nel disprezzo della terra, simbolo della vita materiale, trovano virtuoso chi rivolge lo sguardo al cielo. Ora che il Poeta vede, nel riguardare la Luna, la figlia di Latona la vede splendente senza quelle macchie che prima osservava e attribuiva erroneamente alla differente densità del suo corpo. Riesce a sostenere la vista del Sole, e da li apprezza la luce di Giove, il freddo di suo padre Saturno, e il caldo di suo figlio Marte, e riesce a comprendere il moto irregolare di quei pianeti. Scopre e comprende i rapporti di movimento e grandezza di tutti e sette i pianeti, e volgendo con il Segno dei Gemelli intorno alla Terra abitata, che dice renderci tanto feroci, gli apparve chiara, nella sua totalità, l'aiuola che ci fa tanto feroci, volgendom' io con li etterni Gemelli, tutta m'apparve da' colli a le foci. 


Poi ritornò a volgere lo sguardo a Beatrice.


La virtù di riferimento, che evolve l’intuito donatogli dai Gemelli alla nascita, sembrano essere i vangelici “Occhi per vedere”, al di là della Maya illusoria che ammanta la visione materiale, simboleggiata dalla Terra che ci rende feroci.

Nascita dei Gemelli Astrali

Il simbolo dei Gemelli è presente in tantissime culture e mitologie, ma il mito universalmente ritenuto più importante per la simbologia stellare è quello che vede protagonisti i Dioscuri, Castore e Polluce.
La nascita dei due Gemelli è discordante in diversi dettagli delle tante versioni dell’episodio mitico che vede protagonisti Zeus, Padre degli Dei, e Leda, moglie di Tindaro, Re di Sparta.
Nel mito originario Zeus, si mutò in cigno per unirsi a Leda. Quella stessa notte, dopo l’unione con il Dio, però Leda giacque anche con il marito Tindaro.  Da queste unioni nacquero quattro Gemelli, due maschi e due femmine. Due di questi, figli dell’unione con Zeus, erano divini, Polluce ed Elena, nota per la vicenda che porterà alla guerra tra achei e troiani, e due mortali figli dell’unione con Tindaro, Castore e Clitennestra, anch’ella legata alle vicende della mitica Guerra di Troia. 


Castore e Polluce, noti come i Dioscuri (figli di Zeus), crescono inseparabili, descritti come forti e belli e rappresentarono il soggetto preferito degli scultori antichi. Diventano entrambi grandi personalità: Castore rinomato guerriero e eccellente domatore di cavalli, Polluce il più abile pugilatore del suo tempo. Erano anche inseparabili dai loro cavalli: quello di Castore si chiamava Cillaro, regalo di Era, quello di Polluce Xanto, omaggio di Ermes . Parteciperanno a moltissime avventure, aiutando gli Dei contro i Giganti, alla caccia contro il cinghiale Calidionio, si narra che abbiano preso parte alla Battaglia della Sagra tra le file dei locresi e dei reggini  in battaglia contro i crotonesi, e in particolare alla mitica spedizione guidata da Giasone, in cerca del Vello d’Oro insieme agli altri Argonauti. Proprio durante un’avventura della mitica spedizione, Polluce trovò occasione per distinguersi e di mostrare a pieno il suo valore: approdati nelle terra dei Beberici, il re Amico, figlio di Poseidone, vantandosi con tono arrogante di essere un ottimo pugile sfidò come sua consuetudine, il migliore fra loro. Polluce si propose e dopo un inizio cauto, capì i punti deboli del suo avversario e iniziò a fare sul serio.  Dopo avergli rotto la sua guardia uncinò la mascella, e gli ruppe il naso con un potente sinistro. Amico, reso furioso dal dolore, agguantò l'avversario e mentre stava per colpirlo con un montante destro fu anticipato dall'avversario che gli fracassò la tempia, uccidendolo. Questo costò a Giasone, capo spedizione, una ventina di tori sacrificati per scusarsi con Poseidone, ma garantì la fama a Polluce come miglior pugile del suo tempo. Durante il viaggio in compagnia con gli altri Argonauti, i due Gemelli si guadagnarono anche l’attributo di protettori dei marinai, quando riuscirono a placare una bufera, salvando così la barca e i loro compagi d’avventura. A tal riguardo, Apollonio Rodio così commenta:


<<[…] né questo solo viaggio benevolmente seguirono,
ma Zeus affidò loro anche le navi dei posteri.>>

Tra i compagni di avventura dei Dioscuri vi furono altri due gemelli loro cugini presenti in alcune imprese leggendarie di Castore e Polluce, gli Afaretidi, figli di Afareo re della Messenia: il valoroso guerriero Idas e l’acuto Linceo dalla leggendaria vista a cui nulla sfugge. I due Afaretidi erano promessi sposi delle figlie di Leucippo, Ilaria e Febe,  nonchè sacerdotesse di Apollo, finchè i Dioscuri rapirono le due fanciulle dopo aver corrotto Leucippo con doni e ricchezze, ignorando o fregandosene a seconda delle versioni, che le ragazze erano già promesse spose di Ida e Linceo, inimicandosi così i cugini.


Questa inimicizia nel mito riflette anche la rivalità tra le terre d’origine dei gemelli: i Dioscuri campioni di Sparta contro gli Aferetidi, campioni della Messenia.


Successivamente, durante le spedizioni degli Argonauti, si riappacificarono, ma questa condizione di armonia non durò a lungo: un giorno Dioscuri e Afaretidi decisero di razziare insieme del bestiame in Arcadia. Al momento della spartizione però, Ida e Linceo si impadronirono di tutti i capi e fuggirono. Appena riavutisi i Dioscuri riuscirono ad inseguire i cugini e a rimpadronirsi del bestiame approfittando che Ida e Linceo si erano assentati per fare un sacrificio a Poseidone. Poi i dioscuri si nascosero nel cavo di una quercia, aspettando che i rivali tornassero.


Ma Linceo, che aveva il dono di penetrare tutto con gli occhi, li scoprì, e Ida, scagliando la sua lancia attraverso l’albero, uccise Castore. Furente Polluce trafisse Linceo che stava fuggendo, raggiungendolo presso la tomba del loro padre. Ida divelse la stele e stava per lanciarla contro Polluce, quando Zeus, per proteggere suo figlio, lo fulminò.


Qui il dolore di Polluce, immortale a differenza del fratello, si manifestò nella disperazione di dover trascorrere l’eternità separato da Castore. Implorò Zeus, arrivando a chiedergli che l’immortalità gli venisse tolta. L’eroismo dei Dioscuri e lo strazio di Polluce venne premiato da Zeus che li pose in cielo creando la costellazione dei Gemelli.


Canta Ovidio nei fasti:


Ormai, Polluce, il ciel sublime a te s'apriva
quando dicesti: «O Padre, le mie parole ascolta;
in due dividi il cielo che mi doni:
mezzo per me è piu di tutto il dono».
Così dicendo riscattò il fratello,
il soggiorno celeste con lui alternando:
sicchè entrambi utili sono al travagliato scafo

In un'altra versione del mito, Polluce ottenne da Zeus di non essere separato dal fratello a patto che trascorressero insieme un giorno sull’Olimpo ed uno negli Inferi. A tal proposito Igino precisa:


«Ognuno di loro splende un giorno su due», ma ciò non coincide alla realtà effettiva, le due stelle infatti risplendono all'unisono, tanto da aver ispirato in tutti gli zodiaci dipinti l'iconografia che raffigura i due gemelli nell'atto di abbracciarsi teneramente

IL CULTO DEI DIOSCURI