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I DIARI DEL QUARNARO: FIUME O MORTE

“SO CHE LA BARRA DI CANTRIDA GUARDANO I MOSCHETTI E LE MITRAGLIATRICI DELLE TRE POTENZE, MA ANCHE DELL’ITALIA SPURIA. SPEZZEREMO LA BARRA. IO SARÒ INNANZI: PRIMO. UFFICIALI DI TUTTE LE ARMI, OGNUNO A CAPO DELLA SUA GENTE E DELLE SUE MACCHINE.

VI SALUTO.

EIA, CARNE DEL CARNARO! ALALÀ”

 

GABRIELE D’ANNUNZIO

Giovanni (detto Nino) host Venturi

Avevamo lasciato D’Annunzio, Guido Keller, 282 Granatieri e 20 ufficiali pronti a partire per Fiume.

Sono le 5 del mattino. L’auto colonna, con in testa la Fiat rossa che trasporta il Poeta, si muove.

Sono centoundici i chilometri che dovrà percorrere.

Del 2°reggimento granatieri partono, praticamente al completo, la 1a, la 2a e la 3a compagnia e la 874a compagnia Mitraglieri. Queste 4 unità formano il 1° battaglione. A questi si aggiungono il gruppo Mitraglieri di brigata e, proveniente da Monfalcone, il reparto Arditi reggimentali, insieme a 50 uomini della 9a compagnia, sempre del 2° reggimento Granatieri. Si aggregano anche una dozzina di uomini dal 1°reggimento.

Per non essere riconosciuti i Granatieri si siedono nascosti dietro i teloni dei camion, i fucili sul pianale, baveri rialzati e berretti con la visiera sulla nuca. Gli ufficiali prendono posto di fianco ai conducenti.

Dopo circa trenta km, a Opicina, si aggregano alla colonna, i volontari triestini della Legione Fiumana, unità di volontari fondata dal Capitano Host-Venturi.

La colonna riprende la sua marcia, si avvicina sempre più allo sbarramento di Cantrida, il confine tra Italia e territorio di Fiume. Lo sbarramento è vigilato dagli Arditi del VIII Reparto d’Assalto Fiamme Nere, comandati dal colonnello Repetto. Sono stati dislocati lì dal generale Zoppi. Appena avuta notizia della colonna in movimento da Ronchi, ha dato ordine all’VIII Arditi di fermare la marcia di D’Annunzio e dei “suoi” granatieri.

Arditi e Granatieri sono il meglio dell’esercito italiano. Quelli dell’VIII sono i “Lupi della Sermaglia”, nell’ottobre del 1918 sono stati i primi a creare una testa di ponte oltre il Piave. I Granatieri sono quelli che, dopo Caporetto, mentre altri gettavano le armi si erano fatti ammazzare cantando Addio, mia bella addio: la pace la fo io. Sono i soldati più addestrati e motivati. Il rischio di uno scontro fratricida è molto, molto alto.

Alle 9.00 del mattino, del 12 settembre, quando Host-Venturi avvista la colonna di D’Annunzio. Si è mosso proprio per andare incontro ai liberatori.

Alle 9.20, la Fiat rossa Itala si arresta. Granatieri e Fiamme Nere si guardano negli occhi.

È il colonnello Repetto a impedire lo scontro. Disubbidisce agli ordini. Scende da cavallo, corre incontro a Gabriele D’Annunzio e comunica, abbracciandolo, al vate che

 

“ Da San Pietro al Carso al mare, gli Arditi sono con voi!”.

Gli Arditi gridano: “Fiume o morte!”. Si mettono agli ordini del Vate e si uniscono ai granatieri.

Non sono certo i soli: per tutto il tragitto verso Fiume, uomini di tutte le armi si uniranno alla colonna.

Di stanza a Fiume c’è anche il 202° reggimento di fanteria, facente parte della brigata Sesia. È stato spostato a Mattuglie perché contagiato dal Fiumanesimo

I suoi ufficiali, indignati,promettono che torneranno a Fiume.

Nella notte tra l’11 e il 12 settembre, il 202° reggimento, viene schierato lungo la strada per Fiume, fin dalle 2 del mattino. La notizia dell’arrivo della colonna di D’Annunzio, con Granatieri e Arditi, elettrizza gli ufficiali del I° battaglione e degli Arditi reggimentali.

Per prima si presenta l’autoblinda, comandata dal capitano Miani, coperta dal tricolore fiumano, blu giallo e rosso.

Il capitano Marocchi, alla testa degli Arditi reggimentali, rende gli onori. Si presenta però il colonnello Roncaglia, il quale intima a D’Annunzio di no proseguire oltre. Vuole far rispettare l’ordine del Generale Pittaluga, incaricato della difesa di Fiume. Fiume deve essere ceduta agli jugoslavi per “ragioni di interesse nazionale”. Come visto nel precedente articolo, gli alleati non accettano le pretese italiane su Fiume. 

D'Annunzio in mezzo ai suoi legionari

Oltretutto il 31 agosto, il Regno d’Italia, doveva pagare pesanti interessi in oro. Forte era la carenza di carbone, metalli, grano e materiali di prima necessità. Il ricatto degli “alleati” e chiaro. Appoggio in cambio di un atteggiamento a dir poco mansueto per quel che riguarda Fiume. Va oltre il ciccioso Nitti. Cagoja, forse senza esagerare in retorica, sostiene che il paese marcia verso la rivoluzione.D’Annuzio, dall’alto della sua personalità e del suo carisma, risponde che non vuole nè affamare nè rovinare l’Italia. Roncaglia cerca di scoprire la destinazione finale di D’Annunzio e dei suoi. Il Vate risponde che la sua “meta è lontana”.

A porre termine al discorso è il maggiore Reina. Non vuole perdere altro tempo, ordina immediata ripresa della marcia. I posti di blocco si aprirono immediatamente, permettendo la ripresa del viaggio verso Fiume. Anzi si uniscono immediatamente alla colonna di Liberatori ben otto ufficiali e duecentocinquanta uomini di truppa della Sesia. I nove mesi di permanenza a Fiume, grazie anche all’impegno del comandante Calosci ( volontario fiorentino), hanno portato i soldati ad avere Fiume nel cuore. Calosci è al posto di blocco e raduna i suoi uomini, la terza compagnia, così come il capitano Marocchi raduna gli arditi reggimentali e segue D’Annunzio. Nel complesso si uniscono al Vate il primo e il secondo battaglione del 202° fanteria, con tanto di stato maggiore e bandiera reggimentale.

Alle 10.30, il tenente colonnello Ferrero, avverte il generale Pittaluga di quanto sta accadendo. Il generale telegrafa immediatamente a Roma, per aggiornare il governo sugli avvenimenti della mattinata: la trasmissione viene ritardata almeno di un ora, ad arte.

Pittaluga  parla della colonna di granatieri come di una voce che si è diffusa in città e di circa 150 giovani, volontari della Legione Fiumana, in movimento verso la colonna dei granatieri. Il generale vieta manifestazioni e riunioni, minacciando azioni decise contro il battaglione fiumano. Si muove infine verso i granatieri, rassicurando però il governo che nessun atto offensivo sia stato messo in atto ai danni del governo.

L’incontro tra Pittaluga e l’avanguardia dei granatieri ha luogo un chilometro circa dallo sbarramento di Cantrida. Il generale intima l’alt e chiede, in qualità di generale italiano comandante di Fiume, di mandare a chiamare D’Annunzio. La risposta che ottiene è:

“Il colonnello D’Annunzio non riconosce alcun comandante di Fiume”.

Pittaluga si muove allora, risale la colonna. Incontra Gabriele D’Annunzio. Nelle sue memorie il generale ricorderà che il Vate era seduto in macchina, indossando la divisa di tenente colonnello (indicherà, erroneamente, la divisa come degli Arditi), circondato dai “suoi” granatieri, rigidi dietro i loro alamari d’argento, con le fondine aperte da cui spuntano i calci delle pistole. Il generale Pittaluga si rivolge a D’Annunzio:

“Lei Rovina l’Italia”

Il comandante, come da oggi sarà sempre conosciuto, risponde:

“Lei rovinerà l’Italia, se si opporrà che il giusto suo destino si compia, se si farà complice di una politica infame”.

Il generale chiede infatti se D’Annunzio si creda l’Onnipotente, se si renda conto delle possibili conseguenze che la sua azione potrebbe avere. Gli chiede con quale autorità il Poeta-Soldato si sovrappone all’autorità dello stato.

D'Annunzio risponde:

“Ho capito ella, Generale, farebbe anche tirare sui miei soldati, che sono fratelli dei suoi. Ebbene, prima che sugli altri, faccia far fuoco su di me. Sì, qui faccia tirare..”

Il generale Pittaluga prova un ultima volta a convivere il Vate:

“Non sarò io, figlio e nipote di garibaldini, che spargerà sangue fraterno: ma Lei, da buon soldato, obbedisca”

L’auto del comandante d’annunzio alla barra di cantrida (da un giornale francese dell’epoca)

D’Annunzio, lapidariamente, chiude la questione

“No.Andrò a Fiume a qualunque costo. Avanti!”

La colonna riparte, al grido di “Viva l’Italia! Viva Fiume!”. Arrivati allo sbarramento di Cantrida, presidiata dal generale Giacinto Ferrero, una autoblinda della colonna del Comandante D’Annunzio, si stacca e schianta la sbarra di legno che segna l’ingresso a Fiume.

Pittaluga rientra a Fiume. Decide di parlare alla folla, che piano piano si sta assiepando sotto il comando.

Rimarca di aver fatto il possibile per applicare gli ordini del governo (come se fosse quello che la popolazione vuole…). Comunica che il Vate sarà a breve tra i fiumani, chiedendo che non vengano commessi atti contro gli alleati.

Pare che rientrando dal balcone sembra abbia detto “Mi hanno tolto la mano. Erano tutti d’accordo. Non potevo far nulla: erano più di diecimila”. Sta esagerando Pittaluga. Se è vero che a Ronchi eran solo 282 granatieri e 21 ufficiali, lungo i centoundici chilometri di strada percorsi dalla colonna si sono aggiunti soldati di tutte le specialità: Arditi, fanti, artiglieri, cavalleggieri…. Sono i soldati dell’Ottava armata, mai smobilitata come le legioni cannesi delle Guerre Puniche.

L’Ottava armata. Quella del Montello e di Vittorio Veneto. Ha cambiato nome, era la 2a di Luigi Capello. Ottocento mila uomini, la più grande della storia italiana, che ha subito perdite pesanti, sull’Isonzo, sul San Michele, a Gorizia, sul San Gabriele, sul Monte Santo e sulla Bainsizza. Una trincea da conquistare dopo l’altra, nel fango, bersagliati dalle mitragliatrici, dall’artiglieria, dai gas. Per due anni. Senza sosta. È crollata, la seconda armata, senza quasi colpo ferire, tra Tolmino e Caporetto. Ha avuto solo diecimila morti, ma centomila prigionieri e trecentomila soldati sbandati. Hanno gettato le armi, inneggiando al papa, al socialismo e alla Germania. Il comando, con malcelato disgusto, li ha riorganizzato in battaglioni di marcia. Con i ragazzi del ’99 si sono presi la loro rivincita questi soldati. Si sono battuti come leoni sul Montello, nella battagli del Solstizio. A Vittorio Veneto sono i primi a passare il Piave, sono tagliati fuori dal grande fiume in piena, che spazza via i pontoni. A guerra finita, non sono stati congedati. Erano i soldati che cantavano O Gorizia tu sei maledetta. Hanno visto i plotoni d’esecuzione dei carabinieri decimare i loro compagni.
Ora sono disertori, ma non di Caporetto. Disertano in avanti, usando un’espressione di Filippo Tommaso Marinetti. Non gridano più Viva la Pace, Viva la Germania. Gridano Viva D’Annunzio! Fiume o Morte!

Nel frattempo, mentre Pittaluga telegrafa, manda fonogrammi e parla ai fiumani, D’Annunzio percorre il viale alberato che da Cantrida porta al cuore della città. È rallentato dalla folla, di civili e militari che si accalca festante lungo il percorso.

Ricorderà il Vate

“Si può morire con gioia dopo aver vissuta un ora come quella della santa entrata. Non avevo mai sognato tanti lauri. Ogni donna fiumana, ogni fanciullo fiumano agitava un lauro, sotto un sole allucinante.”

Sono le 11.45 quando D’Annunzio, senza colpo ferire, entra, finalmente a Fiume, alla testa di circa duemilacinquecento uomini. Sono acclamati come liberatori. Suonano le campane del duomo San Vito, di tutte le chiese, delle navi in porto. Come ad agosto. Allora salutarono la trista partenza dei granatieri. Oggi ne salutano il ritorno.

Anche le ragazze fiumane sono per le strade. Alcune si sono anche armate, per dare appoggio alla legione fiumana di Host-Venuri. Abbracciano e baciano i liberatori. Una di loro, forse una ballerina, forse una prostituta, vestita solo di un tricolore con lo stemma sabaudo, viene portata in trionfo dai granatieri… forse la conoscono già.

La legione ha avuto il compito di trattenere le truppe italiane presenti in città e impedire colpi di testa da parte degli alleati o dei soldati croati, la croataglia disprezzata dalla popolazione, definiti dal Vate “ciucoslavi dal morbido cervello”.

Pittaluga si mobilita, telefona ai comandi alleati (francese ed inglese) per evitare scontri armati. Indirizza anche un telegramma al presidente del consiglio, dal testo abbastanza ottimistico: è convinto di avere ancora il pieno controllo della situazione.

Foto autografa dell’ingresso del vate in fiume

D’Annunzio invece raggiunge l’Hotel Europa. Viene accolto dal direttore, in tight, indirizza un breve saluto ai presenti e si dirige immediatamente nella camera messagli a disposizione. Si sveste del pesante cappotto, che lo ha riparato dal freddo causato dalla febbre, della divisa dei Lanceri di Novara e piomba in un sonno profondo. È stravolto il Comandante, dagli avvenimenti degli ultimi giorni e dalla febbre, che continua ad essere molto alta.

Una macchina dei Granatieri, facente parte della colonna di D’Annunzio, raggiunge il comando del Corpo di Occupazione Interalleato. Intendono bloccarne l’ingresso.

A mezzogiorno la corazzata Dante Alighieri dovrebbe mollare gli ormeggi e abbandonare Fiume. I marinai però si rifiutano di eseguire la manovra, fino a che fiume non fosse divenuta italiana. La grande nave perciò non si stacca dal molo Cagni.

Sei ore prima era partito il cacciatorpediniere Emanuele Filiberto. Si era fermato però al largo di Fiume, perché l’equipaggio voleva poter intervenire a difesa dell’italianità della città.

La testa della colonna, invece, raggiunge direttamente il Palazzo del Comando a piazza Roma. Vi entrano alcuni membri del Consiglio Nazionale Italiano di Fiume, tra cui il presidente Antonio Grossich. Si affacciano al balcone, dichiarano la liberazione di Fiume e l’annessione all’Italia.

“Ora Fiume è sorella delle altre città italiane. Qui comanda l’Italia ed in suo nome il Comandante è giunto con i suoi soldati!” Proclama Grossich.

Pittaluga, nelle sue memorie, sosterrà di cercare una mediazione, di impedire che gli eventi degenerassero. Certo è che da ordine a tre ufficiali di rimuovere le bandiere dei paesi alleati, vicine a quella italiana sulla facciata del palazzo. I tre ufficiali eseguono rendendo, rendendo gli onori del caso.

Invia un messaggio al suo superiore, il generale Caviglia, comandante dell’Ottava Armata. Riferisce che il numero degli uomini agli ordini di D’Annunzio è troppo superiore a quelli al suo comando (duemilacinquecento contro soli milleduecento) per poter ristabilire l’ordine. Oltre alla Brigata Regina in città, che sta mantenendo l’ordine, servirebbero i carabinieri e forze preponderanti. In caso contrario è impossibilitato a proseguire nel suo compito, da cui si ritiene sollevato. Chiede anche di non essere preso in considerazione per un eventuale commissione interalleata. Avverte il superiore che D’Annunzio non se ne andrà fino a che la città non sarà annessa ufficialmente al Regno d’Italia.

Nel pomeriggio, gradualmente, la folla comincia a radunarsi sotto il palazzo del governatore. È Host-Venturi stesso a riportarlo. Nel frattempo D’Annunzio sta riposando all’Hotel Europa. È Guido Keller a svegliarlo. Gli comunica che il Consiglio Nazionale lo ha nominato governatore. Il Comandante è dapprima stupefatto ( o finge di esserlo), quindi si reca al Palazzo del Governo. Proclama l’annessione di Fiume all’Italia.