Educazione Spartana

Compiuti i sette anni, i giovani spartani venivano allontanati dalla famiglia. Iniziava allora la loro educazione, il processo chiamato Agoghè (in greco antico ἀγωγή).

Il termine deriva direttamente dal mondo contadino, in particolare dall’allevamento del bestiame, e può essere tradotto come “condotta” o “conduzione”, lasciando intendere la sua natura di percorso guidato sotto la supervisione di un insegnante.

Durante l’Agoghè venivano trasmessi ai giovani spartani i valori fondanti della comunità: venivano abituati alla frugalità, alla disciplina e ad una vita comunitaria che a sua volta insegnava loro la lealtà verso i propri compagni e lo spirito di gruppo. Venivano inoltre addestrati a sopportare la fatica, alla guerra e al combattimento, da portare avanti fino al sacrificio della propria vita se necessario. Questi insegnamenti permettevano ai giovani di interiorizzare quello stile di vita semplice e quasi ascetico che rese grande Sparta.

Uno dei valori che i giovani spartani imparavano fino dalla nascita era il rispetto per gli anziani. I giovani, infatti, dovevano rispettare e obbedire non solo ai loro padri, ma anche a tutti gli altri uomini anziani, che avrebbero potuto punirli se l’obbedienza o il rispetto fossero venuti meno. Se il padre del giovane punito, poi, fosse venuto a conoscenza dell’accaduto, sarebbe stato suo dovere aggiungere una seconda punizione. La fiducia nei concittadini era totale: nessuno avrebbe mai considerato l’ipotesi che al giovane da punire per la disobbedienza fosse stato dato un ordine disonesto o che un'eventuale mancanza di rispetto fosse stata provocata.

Come detto, i giovani spartani lasciavano la famiglia appena compiuti i sette anni, venendo inquadrati in una compagnia.

Ogni gruppo eleggeva al proprio interno un capo, il mastigoforo, “portatore di frusta”, sottoposto all’autorità del maestro, il paidónomos. Il mastigoforo aveva la responsabilità di mettere in atto le punizioni, quando un ragazzo fosse venuto meno alla regola di disciplina e obbedienza o non si fosse mostrato all’altezza di quanto gli veniva richiesto.

Per quanto riguarda i maestri poi, questi erano spesso cittadini illustri di Sparta, a differenza delle altre poleis, dove spesso gli insegnanti erano di condizione servile.

Ai ragazzi veniva quindi fornito un mantello all’anno, praticamente l’unico indumento che indossavano.

Dormivano sempre raggruppati in squadre e compagnie: ogni ragazzo costruiva il suo giaciglio, rompendo, rigorosamente a mani nude, le canne che crescevano lungo il corso del fiume Eurota.

Durante l’inverno, poi, aggiungevano rami di ginestra, pianta che si riteneva avesse virtù termiche.

È forzatamente approssimativa la cura dell'aspetto esteriore: i capelli venivano tenuti rasati e se i bagni permessi erano rari, l’unzione del corpo, durante l’Agoghè, era una pratica praticamente sconosciuta (nell'antica Grecia l'olio veniva utilizzato, tra le altre cose, anche come sapone o lozione profumata).

Anche questo elemento all'apparenza barbarico faceva parte dell'educazione alle privazioni, ne è la prova il fatto che una volta terminato questo periodo veniva al contrario richiesta una rigorosa igiene e cura della propria persona.

L'educazione degli spartani di Edgar Degas

I giovani in addestramento ricevevano scarne razioni di cibo: se volevano sopravvivere dovevano procurarsi il necessario per sostentarsi da soli, cacciando o rubando. Se fossero stati scoperti a rubare sarebbero stati puniti.

E non per il furto in sé: la punizione sarebbe stata inflitta per l’insufficiente abilità!

Una parte importante dell’educazione dei giovani spartani risiedeva nella musica. I canti, rigorosamente corali, oltre a riaffermare l’importanza del gruppo, della comunità, rispetto al singolo, ispiravano fierezza, orgoglio e impulso all’azione. Licurgo stesso volle introdurre la musica nell’educazione dei giovani anche per attenuare e temperare l’eccessiva aggressività, mescolandola all’armonia.

Nulla veniva tralasciato nell’educazione dei giovani spartani, tanto è vero che veniva insegnato loro anche a leggere e scrivere, rispettando comunque un principio di praticità e necessità.

Resta particolarmente dibattuta, da parte degli storici, una parte “aggiuntiva” dell’Agoghè: la Krypteia (κρυπτεία / krypteía, da κρυπτός / kryptós, "nascosto", "segreto").

Viene considerata il culmine, un rito di passaggio, riservato, attorno ai diciotto anni, solo ai migliori degli spartani sottoposti all'Agoghè. Si tratta di un’istituzione al limite tra una polizia segreta e un corso di addestramento per truppe speciali: pare infatti che fosse strettamente legata al reclutamento dei 300 hippies (cavalieri), i componenti della guardia reale.

Riproduzione di esercizi ginnici di giovani spartani

Come ci racconta Plutarco, ogni anno, in autunno, dopo il loro insediamento, gli efori dichiaravano una guerra rituale contro gli iloti, gli schiavi.

Riproduzione di esercizi ginnici di giovani spartani

La missione dei kryptes era quella di eliminare ogni ilota che avessero incontrato, specialmente i più forti e più problematici, soprattutto se coinvolti nell’organizzazione di rivolte. I kryptes venivano letteralmente sguinzagliati nelle campagne spartane, dopo aver ricevuto poche razioni di cibo.

Avrebbero continuato, come nelle fasi precedenti dell’Agoghè, a rubare e cacciare per procurarsi il cibo. Se colti nell’atto di uccidere sarebbero stati puniti con la fustigazione. Per questo dovevano studiare attentamente il bersaglio e le sue abitudini, per individuare il momento migliore per passare all’azione.

È stato detto da più parti che era normale, quasi istituzionalizzata, una certa forma di pederastia durante l’Aghogè, in cui un adolescente avrebbe intrattenuto una relazione con un giovane uomo. Questa visione degli storici moderni nasce probabilmente da un fraintendimento, dovuto ad una ristrettezza di vedute sul concetto di Amore che caratterizza i nostri tempi.

Prendendo spunto dalle parole di Plutarco, ci viene effettivamente confermato che era “permesso amare giovani di buon temperamento”, salvo poi spiegarci, senza tema di fraintendimenti che ”era considerato disonorevole avere dei contatti fisici con loro, perché significava amare il corpo, non l’anima”. Prosegue poi notando che chiunque fosse stato eventualmente scoperto ad intrattenere rapporti “poco onesti” con un giovane, avrebbe perso i diritti politici.

Come si spiega quindi il permesso di “amare” i giovani se il contatto fisico era così severamente punito? Sono due i punti focali riscontrabili in quanto ci dice Plutarco: un concetto di Amore legato all'anima, e l’Onore (e di conseguenza i diritti di cittadino). Per quanto riguarda l'Amore siamo di fronte ad un fraintendimento a livello terminologico e culturale. L’Amore cui fa riferimento Plutarco è quello che i greci definiscono Agápe: è l’amore che si stabilisce da Cuore a Cuore, una connessione animica priva di sesso e di desiderio di possesso. All'epoca il concetto dell'esistenza di diverse forme d'Amore tra singoli individui non legati da parentela era insito nella cultura e dato per scontato, mentre oggi chi legge la parola “amore” salvo rare eccezioni la interpreta nell'unica accezione moderna, corrispondente all’Eros greco, un rapporto puramente passionale basato sull'attrazione fisica, destinato a svanire.

Per quanto riguarda l’Onore, nessuno spartano avrebbe rinunciato al suo. Parliamo di persone educate sia al rispetto della comunità, consci del proprio posto all’interno di essa, sia ad una ferrea disciplina personale: nessuno spartano avrebbe messo davanti alla sua condizione di cittadino un proprio desiderio carnale. Avrebbe preferito la morte; questo toglie ogni dubbio sull'osservanza delle Leggi e sulla veridicità di un rapporto senza risvolti fisici.

Attorno ai vent’anni, il giovane spartano poteva finalmente sposarsi, ma solo  compiuti i trenta sarebbe stato considerato cittadino a tutti gli effetti. Prendeva finalmente il suo posto nella società e nella falange. Solo allora era in grado di adempiere alla promessa che ogni spartano faceva alla madre quando riceveva lo scudo: sarebbe tornato con quello scudo o sopra di esso.

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