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PRIMA PARTE

  “Chi sa solo di calcio non sa niente di calcio”

   (Josè Mourinho)

Nel mondo di oggi, fluido e  destrutturato, dominato dalle grandi aziende multinazionali e dagli interessi aziendali di sponsor e televisioni,  anche la recente campagna elettorale è stata dominata dal confronto tra visioni globaliste e forze cosiddette sovraniste.

Oggi come mai prima forse, la questione identità è diventata un tema sempre più in voga e diversamente interpretato.

Anche nello sport il tema è caldo: nazionali e i club sportivi sono gestiti con logica aziendalista, e il confronto tra una visione più “identitaria” che vede porre la squadra come sintesi di un gruppo specifico, di una città o di una nazione e una più “globale” che vede al centro della vita sportiva il brand e la sua gestione.

Vediamo come la questione dell’identità ci viene raccontata nella storia recente dello sport

Stemma CSKA Sofia, nata come squadra dell’esercito ai tempi del patto di Varsavia

Cominciamo il nostro viaggio nell’Europa del secondo dopoguerra,  precisamente nell’est comunista,  dove solitamente i club fanno parte di polisportive che spesso sono legate a fabbriche (es. Torpedo Mosca, legata alla Zil), a branche delle forze armate, (es. CSKACentral’nyj Sportivnyj Klub Armii, Club Sportivo Centrale dell’Esercito, le cui più famose sono a Mosca e Sofia ), ai servizi segreti (es. le Dinamo di cui Kiev la più famosa, Dresda e Mosca, di cui era tifoso Berja, temuto capo del NKVD, poi KGB le più odiate), e legate alle ferrovie (es. le Lokomotiv ). Le squadre quindi sono assimilabili a dei circoli ricreativi.

Questo sistema è conseguenza diretta delle regole imposte imposte dal regime sovietico: non essendo possibile l’iniziativa privata, lo sviluppo del professionismo sportivo e delle società assume connotazioni totalmente diverse dal mondo occidentale.

Rare sono le eccezioni. Lo Spartak Mosca ad esempio è considerato la squadra del popolo in quanto privo di affiliazione. Altra eccezione è lo Zalgiris Kaunas.  Zalgiris è una località fondamentale per la storia lituana. È la località, che i tedeschi chiamano Grunwald ( o Tannemberg), dove i lituani, in una sanguinosa battaglia fermarono l’ordine teutonico.

Stemma della Torpedo Mosca, squadra della fabbrica automobilistica ZIL

È il simbolo dell’identità e dell’orgoglio lituano . Ed è sugli spalti delle partite dello Zalgiris che sono sempre presenti le bandiere lituane. Fu soprattutto la squadra di basket a mantenere viva la fiamma dell’identità nazionale, radicata nella Storia e nella lingua, di ceppo baltico, considerata una delle  più arcaiche del ceppo indoeuropeo.

Mai il KGB cercò di estirpare totalmente l’identità lituana, contro cui la Russia zarista combatteva dal 1800 arrivando anche a vietare per 40anni la stampa dei libri in lituano scritti in alfabeto latino. Invece il servizio segreto sovietico ritenne lo sport una valvola di sfogo necessaria da concedere alla Lituania e alle altre repubbliche baltiche, restie ad abbandonare la loro identità.

Tifosi dello Zalgiris Kaunas Basket, realtà polisportiva lituana,fortemente identitaria.

Proprio da stadi e palazzetti  cominciarono però, negli anni ’80, le manifestazioni per l’indipendenza lituana: ogni volta che il grande Zalgiris di quegli anni, guidato dal totem Arvydas Sabonis, batteva il CSKA si formava un corteo per le vie di Kaunas, colorato dalle bandiere gialle, verdi e rosse, simbolo della Lituania.

Altro interessante esempio di quanto l’identità vada a braccetto con lo sport viene dall’Estonia, che insieme alla Lettonia è stata pesantemente influenzata dalla russificazione. Durante il regime sovietico si è cercato di “diluire” la popolazione locale importando forzosamente persone di etnia russa.

L’identità estone si afferma similmente a quella lituana anche dal punto di vista linguistico,di un particolare ceppo ugro-finnico, diverso da quello slavo diffuso in Russia/Urss. Le difficoltà di integrazione e i conseguenti attriti sono facilmente immaginabili. Ancora oggi in Estonia a fronte di poco più di 900.000 estoni ci sono circa 300.000 russi, e a livello sportivo questo dato emerge in maniera ancora più rilevante. Solitamente i russi scelgono di competere vestendo la maglia delle loro origini , evidenziando così il forte legame alle loro radici ma danneggiando la nazionale estone che si vede privata di un buon numero di atleti.

Questo fenomeno è molto presente nel basket e nel ciclismo. Per il calcio invece la situazione è ancora più complessa: molto seguito in Estonia per quanto riguardo le varie competizioni locali ed europee, si verifica un problema con la nazionale, raro esempio in cui  giocano sia estoni che russi. Il risultato: un estone non vuole vedere un russo con la maglia della sua nazionale, un russo non vuol vedere un compatriota con una maglia diversa da quella della “grande madre Russia”. Ergo, nessuno, o quasi, segue la nazionale estone.

Nel 1956, l’ olimpiade di Melbourne si svolse, contrariamente al normale, a cavallo tra i mesi di novembre e di dicembre, in piena estate australe.

Il torneo di pallanuoto si concludeva con un girone a sei squadre, che avrebbe dovuto stabilire il podio. Il sei dicembre si scontrarono la favoritissima Ungheria, squadra campione in carica, e l’URSS. Quell’incontro passò alla storia come la “partita del sangue nell’acqua”.

Sebbene si possa pensare che non ci sia nulla di straordinario in una partita degenerata in rissa, bisogna contestualizzare l’evento . Quel giorno i pallanuotisti ungheresi avevano sulle spalle un popolo intero, che voleva regolare i conti per quanto successo l’ottobre passato, quando i sovietici avevano stroncato nel sangue le proteste identitarie e anticomuniste di Budapest.

Ervin Zador giocatore della nazionale ungherese di pallanuoto appena uscito dall’acqua causa il vistoso taglio all’arcata sopraciliare

La partita fu particolarmente dura: nei giorni precedenti gli ungheresi avevano deciso di provocare duramente i russi. Avendo buon gioco nel farlo poiché tutti loro parlavano russo, essendo stati obbligati a impararlo a scuola. Ben presto il confronto degenerò e si passò alle vie di fatto: il capitano ungherese Dezső Gyarmati colpì un sovietico con un pugno, venendo anche ripreso dalle telecamere. Nel finale invece Ervin Zádor venne colpito dal russo Valentin Ivanovič Prokopov all’arcata sopracciliare, dovendo uscire sanguinante dalla piscina. Il pubblico, vistosamente antisovietico, si avvicinò alla piscina per inveire contro i sovietici e solo la presenza delle forze dell’ordine permise di terminare in sicurezza la partita.

Per la cronaca la partita terminò sul 4 a 0 per gli ungheresi, poi vincitori della medaglia d’oro ( ai sovietici solo il bronzo).

Non è l’unico caso in cui squadre dell’est hanno portato a termine una vendetta, seppur simbolica, contro i sovietici.

Poche settimane dopo la morte di Jan Palach e Jan Zazíc, il 21 marzo 1969,  si giocano a Stoccolma i mondiali di hockey.  L’Unione Sovietica domina totalmente le competizioni internazionali: dal 1956, anno di esordio, al 1988, ultima partecipazione come URSS, saranno ben sette le medaglie d’oro, una d’argento e una di bronzo. La squadra avversaria, la Cecoslovacchia, ha una buona tradizione: la prima medaglia risale al 1920 (bronzo ad Anversa) e spesso riesce ad arrivare sul podio olimpico (o mondiale).

Un big match insomma, avvelenato dagli avvenimenti dall’invasione sovietica di Praga, segnata dai suicidi dei due ragazzi . Le due squadre entrano sul ghiaccio e si schierano una di fronte all’altra per gli inni nazionali: Josef Golonka, ala sinistra cecoslovacca, imbraccia la mazza da hockey come fosse un fucile, prende la mira verso i sovietici, e fa il gesto di sparare. I cecoslovacchi vogliono dimostrare di non avere nulla da temere dai sovietici, giocando sostenuti dallo spirito di una nazione intera. Vincono due a zero e negli ultimi minuti tutto il pubblico  del Johanneshovs Isstadion di Stoccolma intona il coro “ Dubcek Dubcek”, inneggiando al presidente appena destituito dai carri armati sovietici, mentre un ragazzo elude la security dell’impianto e irrompe sul ghiaccio indossando una t-shirt con la scritta “noi non abbiamo paura dei sovietici”.

Non solo in un Unione Sovietica sport e identità  si sono legate indissolubilmente.

Il 13 maggio allo stadio Maksimir di Zagabria va in scena la partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado. Solo 7 giorni prima Franjo Tuđman e la sua Unione Democratica Croata hanno vinto il secondo turno delle elezioni parlamentari, le prime dalla caduta del regime comunista jugoslavo.  Con questo risultato prendono sempre più quota le richieste di Croazia e Slovenia per una riorganizzazione in senso confederale dello stato jugoslavo. Il giorno della partita si fronteggiano da un lato i BBBBad Blue Boys, ultras della Dinamo Zagabria, dall’altro i Delije, le tigri della Stella Rossa guidate da Željko Ražnatović, in futuro conosciuto come la tigre Arkan. Gli scontri degenerano in una caccia all’uomo tra ultras, calciatori e poliziotti sul campo.

Zvonimir Boban immortalato nel momento del famoso calcio al poliziotto

Zvonimir Boban, 21enne astro nascente croato, con un radioso futuro al Milan e in nazionale (croata) colpisce con un calcio allo stomaco un poliziotto per difendere un suo tifoso: da allora Boban sarà sempre considerato la bandiera della Croazia, fino ad essere capitano della generazione d’oro croata, bronzo a Francia ’98.

Sempre una bandiera croata fu protagonista del litigio tra due mostri sacri del basket balcanico.

Dopo la finale del mondiale di basket del 1990, in Argentina, un ragazzo con una bandiera croata si dirige verso Drazen Petrovic, detto il “Mozart dei Canestri”, altra icona dello sport croato. Non ci arriva però, perché viene intercettato, se così si può dire, dal centro della squadra, Vlade Divac, futuro giocatore NBA e personaggio che meriterebbe una storia a parte. Vlade è serbo e viene da un piccolo villaggio: strappa la bandiera e la getta a terra.

Nonostante siano come fratelli (Once Brothers è un documentario realizzato da ESPN su questa vicenda), compagni di stanza da sempre in nazionale, Drazen non perdonerà mai Vlade. Anche perché da lì a tre anni, il fenomenale croato, primo europeo a viaggiare a 20 punti di media a partita in NBA, lascerà questa vita. Un tragico incidente lo strappa al mondo, nel pieno della sua carriera. Vlade rimarrà segnato dalla mancata possibilità di riconciliazione con il Mozart dei Canestri.

L’episodio che ha fatto scattare il litigio tra i due assi del basket jugoslavo

E oggi? Quale è la situazione? Ha ancora senso vedere lo sport in chiave identitaria?

Nel mondo globalizzato di oggi, lo sport sembra aver perso qualsivoglia legame identitario con le comunità che dovrebbe rappresentare.

Gli sponsor hanno portato a mettere al centro dell’interesse i risultati. Si preferisce quindi nazionalizzare un atleta straniero, cercando un qualsivoglia parente per giustificare il passaporto, che attendere, o favorire, la crescita  di un atleta nazionale.

Si assiste così al balletto mediatico di cercare un parente, nato in Italia, per ogni giovane talento argentino che giochi nel nostro paese. Gli ultimi due esempi sono stati Dybala e Icardi che poi, immancabilmente, hanno scelto l’albiceleste argentina e non la nostra nazionale. O all’assurdo del basket, dove giocatori americani, trasferiti in Europa per giocare (spesso perché non trovano spazio nel campionato maggiore a stelle e strisce, l’NBA) ottengono comodamente passaporti di paesi dei Balcani. Si vede così Antony Randolph, afroamericano ex-NBA, aiutare la Slovenia a trionfare a Euro 2017, come era già successo 10 anni prima, quando J.R. Holden, altro afroamericano, aveva aiutato i nemici di un tempo, non solo sportivamente parlando, i russi, a vincere, tra l’altro con un canestro a 2 secondi dal termine, Eurobasket 2007.

Sono rari ormai gli esempi di connubio tra sport e identità.

L’Athletic Bilbao, in un mondo del calcio fatto di trasferimenti multimilionari, permette di vestire la sua maglia solo a calciatori cresciuti calcisticamente in giovanili di una squadra delle sette province basche, e comunque se sono nati all’estero devono essere figli di nativi baschi. Tutti devono conoscere il basco.

 

Un altro esempio è il ciclismo in Belgio, il vero sport nazionale: basta vedere una competizione riservata alle nazionali, sia su strada o ciclocross, e osservare quanti tricolori belgi e quanti siano i belgi assiepati lungo il percorso.

Foto storica di un ingresso in campo dell’Athletic Bilbao con l’Ikurrina, bandiera nazionale basca.

Sono però mosche bianche all’interno di un mondo che degenera sempre più verso il business, dove il risultato è al centro. Si è perso lo spirito, dove l’atleta deve dare il meglio di sé vestendo una maglia che è simbolo di una comunità.

La gloria della vittoria e l’onta della sconfitta investono chi, indossando la maglia, diviene sintesi simbolica di tutta la comunità che insieme, in gara e sugli spalti, partecipano ad un agone ben più ricco di significato del semplice bilancio di fine anno, o dello stipendio di fine mese.

Questa è un’altra delle tante lezioni che lo sport dovrebbe dare ai giovani praticanti.

Pierre Drieu La Rochelle negli anni ’30, per queste ragioni, vedeva nello sport un possibile veicolo capace di mantenere vitale, sano e, perché no, un po’ bellicoso lo spirito nazionale e comunitario.

Forse il business ha sconfitto tutto ciò,  ha vinto l’individualismo e l’appagamento unicamente personale, e il valore rappresentato dalla maglia equivale quasi unicamente a un tot di euro o di dollari, ma se si vuole fare diversamente si può cominciare ad educare i nuovi atleti al valore del darsi per un senso di appartenenza.