APOLLINEO E DIONISIACO
Due Forze a Confronto
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“Questa è la percezione intuitiva di Eraclito: non esiste nessuna cosa della quale si possa dire “è”. Egli nega l’ente. Egli conosce solo il divenire, lo scorrere. Egli tratta la fede nella persistenza come errore e stupidità.”  

Per entrare nel profondo dell’insegnamento Nietzschiano, iniziamo a definire le due forze che il filosofo individua come esemplari per lo sviluppo dell’individuo e della società umana: l’Apollineo e il Dionisiaco. 

Derivante dal culto di Apollo, l’Apollineo si può definire come lo spirito di cogliere la realtà tramite costruzioni mentali ordinate, è la componente razionale e razionalizzante dell'individuo.  

Viceversa il Dionisiaco, che deriva da Dioniso, coincide con l’emergere del proprio sé naturale, tipico dell'impulso vitale, della creatività, del desiderio colto nel suo aspetto più istintivo e pre-razionale. 

L’analisi della nascita della tragedia diventa quindi lo strumento per poter seguire il percorso storico e spirituale che accompagnò il culto forestiero di Dioniso, proveniente dalla Tracia, all’interno delle viscere della Grecia antica.  

 

DIONISO NEL CULTO ORFICO 

“Sotto l'incantesimo del dionisiaco non solo si restringe il legame fra uomo e uomo, ma anche la natura estraniata, ostile o soggiogata celebra di nuovo la sua festa di riconciliazione col suo figlio perduto, l'uomo.” 

(da La nascita della tragedia) 

Inizialmente il culto penetrò con caratteristiche misteriche, sotto forma di culto orfico. 

«[...] e Orfeo ha tramandato che Dioniso, nelle cerimonie iniziatiche,

fu smembrato dai Titani.»

(Diodoro Siculo) 

Pausania narra una versione del mito che vede Dioniso nascere dalla relazione adulterina tra Zeus e ReaDemetra o Persefone. La legittima sposa del re degli Dèi, Era, decide quindi di ucciderlo e a questo scopo invia i Titani che superano le guardie e, ingannando il dio infante con giochi e uno specchio, lo uccidono smembrandolo, cuocendone dapprima le carni e poi arrostendole allo spiedo. Ma il Dio rinasce, con varie versioni mitologiche a spiegarne i dettagli.  

Proclo, che lo riferisce a Orfeo, descrive misticamente la suddivisione delle membra del dio in sette parti, con il cuore indiviso in quanto simbolo della "essenza indivisibile dell'intelletto".  

Dopo lo smembramento rituale, segue la cannibalizzazione del Dio, e dopo che i Titani lo hanno mangiato, Zeus giunge con la folgore e li incenerisce. Dai vapori, quindi dalla fuliggine e poi dalla materia prodotta dalla carbonizzazione dei Titani, nasce l'uomo: prodotto della mescolanza dei Titani e del dio Dioniso frutto del loro banchetto. 

«Fra le donne dionisiache, le serventi di Dioniso, ma non solo tra loro, si nasconde anche una nemica del dio che si svela e diventa la sua assassina! Tutti gli esseri umani sono così, perché tutti fatti della medesima sostanza dei primi nemici del dio; eppure tutti hanno in sé qualcosa che viene proprio da quel dio, la vita divina indistruttibile.» Károly Kerényi. 

Già questa interpretazione porta l’essere umano ad essere intimamente connesso sia a Dioniso che ai suoi assassini, e bisogna tenerlo presente per il nostro percorso Nietzschiano verso la stella danzante. 

DIONISO FRA ORGE E BANCHETTI

«Ciò che è dionisiaco viene contrapposto nel pensiero come un ordine superiore del mondo a un ordine volgare e dappoco: il Greco voleva una fuga assoluta da questo mondo della colpa e del destino. Difficilmente si dava pace con un mondo dopo la morte: la sua brama andava più in alto, al di là degli dèi; egli negava l’esistenza assieme al suo variopinto, luccicante rispecchiamento negli dèi. Nella consapevolezza del risveglio dall'ebbrezza, egli vede ovunque l'atrocità o l'assurdità dell’esistenza umana. Ciò gli dà la nausea. Ora egli comprende la sapienza del dio silvano.»

(da La nascita della tragedia) 

Successivamente alla forma misterica, il culto di Dioniso viene celebrato sotto forma di rito orgiastico durante le feste dionisiache dell'età classica, in cui veniva festeggiato il Dio in cerimonie in cui i partecipanti ne invocavano e cantavano la presenza per mezzo di maschere, elemento cardine per la nascita della tragedia, e riproducevano ritualmente il mitico corteo partecipato da sileni, satiri e ninfe, identificandosi con il Dio e acquisendone il "furore" inteso come stato d'invasamento divino. Ebbro di vino, il corteo, si abbandonava alla vorticosa suggestione musicale del ditirambo, un canto e danza ritmica ossessiva ed estatica, attraverso cui raggiungevano lo stato d'ebbrezza e il superamento del proprio io individuale.  

Nietzsche racconta in modo specifico l'approccio greco nei confronti di questo culto straniero, compreso il suo lento, ma inesorabile riconoscimento all'interno della stessa sapienza greca, la quale ne riadattò lo stile aggiungendo quegli elementi tipici dell'influsso apollineo ellenico, ad esempio aggiungendo al corteo originale l'utilizzo di flauti e maschere raffiguranti lo stesso Dioniso.

 

LO SPIRITO APOLLINEO 

“Apollo, come divinità etica, esige dai suoi la misura e, per poterla osservare, la conoscenza di sé. E così, accanto alla necessità estetica della bellezza, si fa valere l'esigenza del «conosci te stesso» e del «non troppo», mentre l'esaltazione di sé e l'eccesso furono considerati i veri demoni ostili della sfera non apollinea, quindi qualità dell'epoca pre-apollinea, dell'età titanica, e del mondo extra-apollineo, cioè del mondo barbarico.”

(da La nascita della tragedia)  

Il filosofo tedesco individua come di naturale derivazione greca proprio lo spirito Apollineo, ordinato e ordinatore, razionale e razionalizzante, che porta a negare il caos naturale che anima l’esistenza stessa. Derivando da Apollo, dio della luce e della chiarezza, della misura e della forma, l'apollineo simboleggia l'inclinazione plastica, esprime la tensione alla forma perfetta magistralmente espressa attraverso la scultura e l’architettura. Pervade il greco nella serena spiritualità olimpica, contrapposta all’ebbrezza e all’esaltazione sessuale dei rituali dionisiaci che celebrano la forma d’arte tipica di questo spirito ossia la musica. Günter Figal esprime perfettamente il rapporto inteso da Nietzsche affermando che “l'uomo apollineo nell'arte e nella vita vive come in un «sogno», di modo che in contrapposizione alla realtà «la vita diviene tollerabile e meritevole di essere vissuta». Il dolore si libera nel sogno; col sopraggiungere dello spirito dionisiaco invece l'uomo vive intensamente la natura e i rapporti con gli altri uomini”.  

L’ARTE DELLA TRAGEDIA GRECA: IL MEZZO PERFETTO 

“Alle due divinità artistiche dei Greci, Apollo e Dioniso, si riallaccia la nostra conoscenza del fatto che nel mondo greco sussiste un enorme contrasto, per origine e per fini, fra l'arte dello scultore, l'apollinea, e l'arte non figurativa della musica, quella di Dioniso: i due impulsi così diversi procedono l'uno accanto all'altro, per lo più in aperto dissidio fra loro e con un'eccitazione reciproca a frutti sempre nuovi e più robusti, per perpetuare in essi la lotta di quell'antitesi, che il comune termine «arte» solo apparentemente supera; finché da ultimo, per un miracoloso atto metafisica della «volontà» ellenica, appaiono accoppiati l'uno all'altro e in questo accoppiamento producono finalmente l'opera d'arte altrettanto dionisiaca che apollinea della tragedia attica.”

(da La nascita della tragedia)  

L'arte, in quanto diretta espressione della vita, ne riproduce il conflitto tragico. Le diverse forme artistiche si sono generate a seconda del prevalere dell'uno o dell'altro elemento, ma il culmine dell'espressività si è raggiunto nella tragedia greca.  


Nietzsche, infatti, tracciando la storia del culto dionisiaco attraverso la tragedia, individua tre periodi ben precisi: nel primo abbiamo una fase di miracolosa convivenza dei due spiriti, separati tra loro come si riscontra nelle tragedie di Eschilo, iniziato ai culti misterici della natia Eleusi, e Sofocle, brillante autore impegnato nella vita pubblica dell’epoca. Nel secondo periodo i due spiriti si armonizzano perfettamente nello sviluppo della tragedia greca: infatti la tragedia riproduce perfettamente il conflitto in atto nella vita, poiché in essa sono contemporaneamente presenti sia l'apollineo che il dionisiaco. La danza, il canto e la musica, aspetti dionisiaci, si fondono con la recitazione e il mito, propriamente apollinei. Così, quando lo spettatore assiste alla rappresentazione della tragedia, il mondo del mito e del sogno permettono di attingere all'essenza dionisiaca della vita senza che egli ne venga distrutto. L'uomo attraverso la tragedia si riappropria delle sue passioni contrastanti e realizza che gioia e dolore sono entrambi necessari, sono entrambi presenti nella vita. Impara a godere tanto dell'uno quanto dell'altra. Egli apprende la natura tragica della vita. 

LA MORTE DELLA TRAGEDIA 

Nel terzo periodo, Nietzsche decreta la morte della tragedia. Coerente con la lettura decadente della storia Occidentale, fa coincidere l’inizio di questo inesorabile tracollo con la vittoria dello spirito scientifico-socratico sullo spirito musicale-dionisiaco della tragedia greca. 


La tragedia muore infatti nel momento in cui, con Socrate,  si concretizza la pretesa di contenere l’esistenza in concetti razionali, imponendo così alla vita il primato della ragione. 


"La tragedia muore suicida" per mano di Euripide, che non inscena più nulla di rivelatore né di Apollo né di Dioniso, a cui viene preferito un nuovo demone, Socrate. Euripide infatti "porta Io spettatore sulla scena", l'eroe descritto nelle sue tragedie non è più il risoluto protagonista dei drammi di Eschilo e di Sofocle, ma una persona reale, problematica, insicura, non priva di conflitti interiori, le cui motivazioni inconsce vengono portate alla luce ed analizzate. Ciò trasforma l'azione drammatica, con il valore precedentemente spiegato, in mero dibattito teorico, paradossalmente astratto, che riproduce nell'arte la mediocrità del quotidiano abbandonando la profondità religiosa del mito. Con Euripide la tragedia muore, e sopravvive solo nella sua "forma degenerata", in cui il mito e la portata tragica crolla lasciando spazio solo a una narrazione realistica di vicende razionalmente concatenate. 


Tutto ciò, secondo Nietzsche è solo una conseguenza dell'ottimismo razionalistico socratico: ciò che viene messo in scena non è più la "tensione epica" o "l'eccitante incertezza", ma la struttura razionale della realtà. 

“Avremo acquistato molto per la scienza estetica, quando saremo giunti non soltanto alla comprensione logica, ma anche alla sicurezza immediata dell'intuizione che lo sviluppo dell'arte è legato alla duplicità dell'apollineo e del dionisiaco, similmente a come la generazione dipende dalla dualità dei sessi, attraverso una continua lotta e una riconciliazione che interviene solo periodicamente.”

(da La nascita della tragedia)